Presto gli artigiani saranno i lavoratori più pagati nella moda Lo ha detto anche il CEO del Gruppo Prada insieme a Lorenzo Bertelli

In occasione del 25esimo anniversario della Prada Group Academy, ovvero la scuola dove il gruppo addestra i propri futuri artigiani, il CEO Andrea Guerra che Lorenzo Bertelli, chief marketing officer & head of corporate social responsibility del gruppo, hanno riflettuto sul peso crescente che stanno assumendo i lavori artigianali nel campo del lusso. Questi lavori, che sono i più dipendenti da un fattore umano che nessuna macchina può replicare, potrebbero presto rappresentare una categoria molto rilevante per i giovani, anche se il settore appare in crisi.

«Oggi ci troviamo in un mondo dove la tecnologia sta sostituendo i processi, che sono più facili da automatizzare», ha spiegato Bertelli, come riporta Il Sole 24Ore. «Invece il lavoro artigiano non si può sostituire. Quelli tecnici e specializzati sono mestieri ad alto valore aggiunto e non scompariranno, anzi saranno ricercati e remunerati». Aggiungendo che siamo avviati verso un’epoca in cui il lavoro artigianale sarà meglio pagato di quello impiegatizio, Andrea Guerra ha fornito anche qualche dato numerico. «Entro il 2028 serviranno più di 270mila figure specializzate nella manifattura, 75mila delle quali solo nel lusso, e si stima che ad oggi si arrivi solo al 50 per cento di offerta rispetto alla domanda». Ma sarà vero che il futuro della moda passerà sempre meno dagli uffici stile e sempre più dagli stabilimenti di produzione artigianale?

Le pipeline interne dei brand per assumere artigiani

Molti brand in effetti hanno già creato una pipeline interna per rifornirsi di artigiani istituendo o rafforzando scuole o accademie interne. Il caso di cui nss magazine aveva parlato maggiormente in passato era quello di Bottega Veneta che, dopo aver inaugurato la propria accademia, aveva formato cinquanta artigiani che al termine degli studi sarebbero stati direttamente assunti in azienda. Solo nel 2025, i corsi artigianali di Prada «hanno formato 76 giovani, 61 dei quali sono entrati a far parte delle strutture produttive del Gruppo Prada in tutta Italia» secondo il sito web del Gruppo.

In generale, è dal biennio 2021-22 che molti brand hanno creato dei corsi istituzionali veri e propri per i propri artigiani. Quelli di Prada sono attivi da circa 25 anni, ma hanno trovato una codifica precisa e istituzionale intorno al 2022 pur esistendo da un ventennio. Lo stesso è valido per l’École Hermès des Savoir-Faire, fondata formalmente nel 2021 ma attiva da decenni. Il gruppo Richemont e Kiton sono attivi con iniziative ufficiali dai primi anni 2000, le iniziative di Brunello Cucinelli e LVMH sono iniziate tra 2013 e 2014 come anche l’accademia di Loewe, nel 2018 quella di Gucci. Nel frattempo, risalgono al 2021 la Scuola dei Mestieri del gruppo OTB e il grande complesso le19M di Chanel, che include corsi di formazione per ricamatori e via dicendo.

Come si vede il meccanismo funziona, forse con l’unico difetto di non poter formare più di un centinaio di artigiani all'anno. Ed è per questo che Andrea Guerra diceva che al momento la domanda per ruoli artigianali è soddisfatta solo per metà e andrà allargandosi sempre di più. Secondo il report Excelsior 2025 sulle imprese artigiane di Unioncamere, la “nuova” natura dell’artigianato italiano, che va incorporando sempre più elementi digitali e policy sulla sostenibilità, ha una fortissima richiesta di giovani. Ma perché?

I giovani e il Made in Italy

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Stando al report di Excelsior, di tutte le 491.000 assunzioni previste l’anno scorso dalle aziende artigianali, circa 150mila (ovvero il 30,2%) hanno riguardato giovani sotto i trent’anni. Ovviamente non parliamo di soli artigiani di moda, ma è molto indicativo che, dal 2021, la quota di giovani è cresciuta costantemente, toccando il picco del 31,1% nel 2023 e poi stabilizzandosi intorno al 30% nel 2024-2025. L’anno scorso, però, il 59,7% delle aziende ha avuto problemi di reperimento di nuovo personale a causa di una «percezione dell’artigianato come un settore caratterizzato da ruoli fisicamente impegnativi, meno prestigiosi o poco in linea con le aspirazioni moderne».

Secondo Confartigianato, quando si parla di sarti e tagliatori artigianali, quest'anno le micro e piccole imprese stanno incontrando difficoltà a trovare personale nel 59,5% dei casi, percentuale che sale al 81,3% dei casi quando si cercano operai addetti a macchine per le confezioni abbigliamento. Le percentuali di difficoltà comunque toccano un numero davvero stupefacente di settori, insomma il problema non riguarda solo la moda ma la società in quanto tale. Ma perché queste difficoltà?

Le potenziali criticità del settore

Sebbene le imprese artigiane della moda dichiarino grandi difficoltà a reperire nuovi e gioveni addetti, il problema non dipende solo dalla mancanza di interesse dei giovani. La prima riguarda gli stipendi: secondo Wageindicator, un giovane sarto può guadagnare dai 1200 al 1800 al mese e solo dopo cinque anni sperare in uno stipendio tra i 1400 e i 2000 euro; secondo Talent.com, lo stipendio si aggira intorno ai 24mila euro annui. Parlando con Fashion Magazine dei giovani sarti della scuola di Kiton, il CEO De Matteis ha rimarcato che la paga media nel mondo delle aziende manufatturiere è tra i 23mila e i 27mila euro l’anno, mentre sta tra i 43mila e i 45mila lordi per i dipendenti della fabbrica del brand ad Arzano.

Nella pagina del Corriere della Sera dedicata a Napoli, si parla di uno studente che «da settembre a dicembre si farà le ossa sul campo con uno stipendio di 900 euro. Poi, dal prossimo gennaio, sarà assunto con una retribuzione che va da 1.500 a 1.800 euro netti». Ma se Kiton è l’eccezione, vuol dire che le paghe nel settore non sono poi così attraenti e secondo l’Osservatorio Generationship Unipol 2025, le retribuzioni basse rappresentano il motivo principale per cui i giovani under 35 rifiutano o abbandonano un’opportunità di lavoro. Per questo, l’anno scorso sia Confartigianato che CNA hanno chiesto più volte il ripristino della decontribuzione totale per i primi tre anni di apprendistato, proprio perché l’attuale quadro di incentivi non basta ad attirare i giovani.

Un altro problema è la localizzazione. L’artigianato di moda in Italia si basa su diversi distretti storici come Prato, Firenze, Como o Biella costituito però da aree provinciali o semi-rurali, lontane dalle grandi città con i loro servizi, vita sociale e opportunità. Altri ostacoli sono rappresentati da dubbi sulle condizioni di lavoro e sugli orari irregolari e i problemi di sicurezza negli stabilimenti per cui spesso diverse aziende italiane sono diventate tristemente note. Secondo INAIL, per cui gli ultimi dati disponibili risalgono al periodo 2015-2019, la media annua di infortuni sul lavoro denunciati ogni anno nel settore è di 3500 casi.

Per farla breve, lavorare in fabbrica non è ancora un mestiere abbastanza attraente per i giovani, anche se in Italia ce ne sono 1,4 milioni di ragazzi inattivi, ovvero il 23,4% della popolazione. Una media molto più alta che in Europa. Un po’ tutti i report citati parlano di questo problema di immagine così come ne parla Andrea Guerra su Il Sole 24Ore: «Sta a noi crearne le condizioni, facendo capire che il lavoro manuale non è solo assemblaggio, ma collaborazione di gruppo […]. Sta a noi dare contenuto al nostro lavoro».

Dall’altro lato, però, il settore offre stabilità occupazionale, la possibilità di diventare autonomi o aprire una propria attività e il prestigio del Made in Italy. Per rendere davvero attraente l’artigianato moda servirebbe agire su più fronti: stipendi più alti (ma quello servirebbe in tutta italia), incentivi per chi si trasferisce nei distretti e investimento nel ripopolamento di aree provinciali “dimenticate” oltre che maggiore flessibilità e una comunicazione moderna che valorizzi la creatività, la tecnologia e la sostenibilità di questi mestieri.