
Nelle scuole di moda si insegna ancora l’artigianato? In Italia, il futuro delle tecniche tradizionali come il moulage è nelle mani delle accademie
Mentre il lusso sottolinea la necessità di almeno 270mila figure specializzate nella manifattura, da formare entro il 2028, la moda si chiede come colmare il vuoto generazionale tra i pochi maestri artigiani rimasti e i giovani talenti. Poco più di un mese fa, abbiamo analizzato il peso crescente che i lavori artigianali stanno assumendo nel lusso, evidenziando luci e ombre, opportunità e limiti del settore manifatturiero per le nuove leve. Di fronte a questo scenario, sorge spontaneo chiedersi quale sia il ruolo delle accademie della moda italiane nella trasmissione di questo prezioso know-how e, soprattutto, in che modo si stia formando la nuova classe di artigiani tessili.
La centralità della cultura tessile nella formazione accademica
Parlando con alcune figure di spicco all’interno del settore accademico, è emerso anzitutto un denominatore comune: la centralità della conoscenza dell’artigianato nella formazione dei creativi del domani. L'offerta formativa degli atenei italiani che abbiamo intervistato (Accademia Costume & Moda, IUAD, NABA) si distingue innanzitutto per la capacità di accompagnare gli studenti in un percorso di scoperta sia teorica che pratica del comportamento dei materiali, delle loro caratteristiche intrinseche e della loro interazione con il corpo umano.
Questo approccio mette al centro la materia intesa come fulcro del linguaggio creativo: secondo Santo Costanzo, Direttore del Dipartimento Moda dell’Accademia Costume & Moda (Roma), è infatti «impossibile immaginare volumi o progettare un abito senza una profonda conoscenza della fibra tessile». Nelle aule dell'accademia romana, questa consapevolezza si traduce nell'esperienza diretta in una tessuteca interna, dove gli studenti possono toccare e confrontare filati e tessuti per comprenderne le potenzialità espressive.
Questa centralità della sperimentazione trova piena convergenza anche nel modello practice-based della Nuova Accademia di Belle Arti (NABA) di Milano: come evidenziato dal Professore Alessandro Manzi, Fashion Marketing Management Course Leader, l'ateneo adotta un metodo radicale basato su "imparare facendo" che estende lo studio della materia prima fino alle sue origini biologiche. Attraverso progetti circolari come l'orto tintorio e l'esplorazione di bioplastiche sperimentali nei laboratori, gli studenti affrontano in modo trasversale la manipolazione tessile e la cultura dei materiali.
Nuove e vecchie tecniche
Nella formazione degli studenti, il passo successivo alla comprensione fisica e biologica della materia riguarda la sua trasformazione concreta: un processo che oggi richiede la capacità di far dialogare i saperi storici, come l’insegnamento del moulage, del weaving, di tecniche che vanno dal devoré alla stampa a quadro, con l'innovazione digitale della prototipazione 3D.
Secondo Il Presidente dello IUAD di Napoli Michele Lettieri, la coabitazione tra manualità e digitalizzazione nei percorsi di formazione professionale deve realizzarsi in «una continuità necessaria». Lettieri sottolinea come l'apprendimento del taglio in piano e del drappeggio sul manichino sia l'unico modo per dare un senso alla modellazione digitale, che altrimenti rischierebbe di diventare uno strumento vuoto.
In quest'ottica «la tecnologia deve accelerare, non sostituire la sensibilità» ed è proprio attraverso questo modello educativo che in queste accademie si vuole preservare la cultura dell’imperfezione. L’errore manuale è quindi inteso non come limite, ma come un autentico vantaggio competitivo. In un mercato saturo di prodotti geometricamente impeccabili «l’artigianato - citando Il Professore Manzi - è sia expertise sia embodiment» cioè è una pratica di conoscenza attraverso il corpo e di espressione della propria creatività attraverso le mani.
Questo profondo bisogno di unicità e riconnessione con il saper fare si riflette direttamente in una nuova visione della sostenibilità, intesa non più solo come scelta dei materiali, ma come cultura della qualità, del tempo e della responsabilità. Il Presidente di Accademia Costume & Moda Lupo Lanzara ci ha detto che «la qualità tecnica è una delle forme più concrete di sostenibilità» e che oggi «insegnare il valore della costruzione consapevole diventa fondamentale». Lanzara ha aggiunto inoltre che in accademia il prossimo anno si laureeranno i primi studenti del DAPL Triennale di I Livello in Mestieri della Moda e del Costume, dedicato a Modellistica, Sartoria, Prototipia e Taglio storico: un percorso che esprime da parte delle nuove generazioni «un bisogno sempre più profondo di concretezza ed autenticità».
Academy e accademie: collaborazione o competizione?
A fronte della proliferazione di scuole nate nelle grandi maison, da Bottega Veneta a HAUS di Golden Goose, viene da chiedersi che rapporti ci siano con le accademie tradizionali. Attraverso le riflessioni emerse dal confronto con i docenti, le istituzioni accademiche non sembrano affatto percepire questo fenomeno come una minaccia competitiva; al contrario, forti di un solido e strutturato ecosistema di partnership sviluppato negli anni direttamente con le aziende del settore, esse si pongono come un modello complementare che risponde a logiche e obiettivi differenti.
In tal senso si delinea una demarcazione netta tra la verticalità aziendale e l'orizzontalità accademica. Se queste scuole aziendali nascono per soddisfare esigenze industriali immediate attraverso un inserimento rapido nel mondo del lavoro e una specializzazione tecnica focalizzata su specifiche fasi della filiera, il ruolo delle accademie si muove su un orizzonte decisamente più ampio, sistemico e, soprattutto, orientato alla formazione umana della persona, prima ancora che del professionista. Si fa spazio così una vera e propria rivendicazione della scuola come incubatore democratico di possibilità, ponendosi in netto contrasto con quei percorsi formativi che si limitano a trasmettere competenze puramente esecutive e modellate sulle necessità identitarie di un singolo brand.
I desideri dei giovani designer vanno oltre le gerarchie
Il focus si sposta inevitabilmente su quanto questa difesa della flessibilità e unicità dei percorsi formativi stia davvero cambiando i desideri delle nuove generazioni. Come emerso dal confronto con le realtà accademiche, si ha sempre più l’impressione che i giovani designer guardino oltre le gerarchie che continuano a persistere tra management e maestranze, tra gli uffici stile e i laboratori.
In netto contrasto con un sistema che negli ultimi anni sta vedendo sgretolarsi la figura e la centralità del direttore creativo, le accademie e le università si confermano come spazi ideali per scardinare queste vecchie logiche e diventano luoghi in cui attivare veri e propri processi di ricostruzione e di rieducazione nel modo di abitare gli spazi della moda. Il prezioso lavoro delle scuole di moda nel valorizzare l’artigianato rischia di rimanere isolato senza il sostegno tempestivo delle istituzioni nazionali ed europee. Solo attraverso questa sinergia sarà possibile avviare una reale riorganizzazione della filiera volta alla promozione di una cultura del lavoro meno verticalizzata e più umana.






































