«Questa collezione non cerca delle risposte, ma convive con il fatto di non averle», intervista a Emilie Wenckstern Vincitrice del Best Collection 2026 di Polimoda con “No Longer Human”

«Questa collezione non cerca delle risposte, ma convive con il fatto di non averle», intervista a Emilie Wenckstern Vincitrice del Best Collection 2026 di Polimoda con “No Longer Human”

La settimana di Pitti Uomo 110 si è aperta con uno degli appuntamenti più attesi del calendario fiorentino: il Polimoda Graduate Show 2026. In occasione del quarantesimo anniversario della scuola, la sfilata è andata in scena nella piazza della Manifattura Tabacchi, dove l'iconico edificio dell'orologio ha fatto da sfondo a oltre cento look firmati da venti designer emergenti

Il Graduate Show rappresenta il traguardo di quattro anni di formazione e racconta il percorso di studenti provenienti da tutto il mondo che hanno scelto Firenze per sviluppare un linguaggio creativo personale con cui presentarsi all'industria. Tutti i capi sono stati realizzati nei laboratori del Manifattura Campus con il supporto della faculty e di professionisti del settore. Tra le novità dell'edizione 2026, la mentorship di Luke e Lucie Meier, affiancati dal direttore Massimiliano Giornetti e da An Vandevorst. A decretare la Best Collection 2026 è stata una giuria composta da Eva Cavalli, Tuomas A. Laitinen, Danae Mercer, Eugene Rabkin e Simona Tabasco.

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Photo: Serena Gallorini

Quest'anno ad aggiudicarsi il riconoscimento Best Collection 2026 è stata la giovane designer tedesca Emilie Wenckstern, neolaureata in Fashion Design, premiata per la collezione No Longer Human. Un progetto personale che affronta uno dei temi più urgenti e dibattuti della contemporaneità: il corpo. Con sensibilità e spirito critico, Emilie Wenckstern esplora i confini tra umano e artificiale, interrogando il concetto di identità attraverso un approccio progettuale consapevole. Ne nasce una ricerca in cui la matericità dei tessuti dialoga con silhouette sinuose e in continua trasformazione, dando forma a un linguaggio estetico dal gusto contemporaneo.

Abbiamo incontrato Emilie Wenckstern per farci raccontare la sua collezione, vincitrice del premio Best Collection 2026, e il percorso che l'ha portata fino al Polimoda Graduate Show 2026.

Il Graduate Show 2026 di Polimoda coincideva con Pitti Uomo 110 e con il 40° anniversario della scuola. Che cosa ha significato per te ricevere il premio Best Collection in un'occasione così speciale?

Ricevere il premio Best Collection durante il quarantesimo anniversario di Polimoda, con il Graduate Show che si è svolto in concomitanza con Pitti Uomo, ha reso questo momento ancora più significativo. Ho avuto la sensazione che non fosse soltanto un traguardo personale, ma anche il privilegio di far parte di un momento importante nella storia della scuola.

A livello personale, questo riconoscimento mi ha dato fiducia proprio quando ne avevo più bisogno. Durante il percorso mi sono messa in discussione molte volte, non perché dubitassi dell'idea alla base del progetto, ma perché dare forma a una visione creativa significa spesso credere in essa molto prima che gli altri riescano a vederla. Ricevere questo premio mi ha confermato che fidarmi del mio intuito è stata la scelta giusta. Credo che questa sia una delle lezioni più preziose che porterò con me nell'inizio del prossimo capitolo del mio percorso.

"No Longer Human" è una collezione profondamente personale. Quale storia volevi raccontare e che cosa ha significato crearla per te?

Più che raccontare una storia, No Longer Human nasce dal desiderio di pormi delle domande. Viviamo in un'epoca in cui i corpi vengono costantemente generati, modificati e possono persino esistere prima ancora di avere una presenza fisica reale. Sempre più spesso ci confrontiamo con rappresentazioni che, in realtà, non sono mai esistite. Questo mi ha portato a interrogarmi su come il corpo si manifesti oggi e su cosa significhi davvero essere umani.

Realizzare questa collezione è diventato il mio modo di riflettere su queste domande. Ogni materiale, ogni silhouette e ogni sperimentazione rappresentavano un ulteriore tentativo di indagare il corpo e mettere in discussione la mia stessa percezione di esso. Per me, creare questa collezione non significava trovare delle risposte, ma imparare a convivere con il fatto di non averle. Ho capito che il ruolo di un designer non è spiegare il mondo, bensì metterlo in discussione e invitare gli altri a fare lo stesso. È proprio questo che spero possa fare la moda: non offrire certezze, ma lasciare nelle persone abbastanza curiosità da continuare a interrogarsi sul mondo che le circonda.

La tua collezione si distingue per l'uso audace di volumi, silhouette e manipolazione dei materiali. Da dove nasce questo approccio e quale ruolo ha la sperimentazione nel tuo lavoro?

Credo che questo approccio derivi tanto dal mio percorso quanto dalla collezione stessa. Prima di studiare moda ho lavorato nello studio di un artista, realizzando sculture e dipinti. È stata un'esperienza che ha influenzato profondamente il mio modo di pensare il design. Ancora oggi tendo ad avvicinarmi agli abiti come a oggetti scultorei, dedicando grande attenzione alla forma, ai volumi e ai materiali. La sperimentazione è probabilmente la parte più importante del mio processo creativo. È il modo in cui ragiono.

Raramente parto da una soluzione già definita; preferisco iniziare lavorando direttamente con i materiali e lasciare che siano loro a influenzare il risultato finale. Alcune delle decisioni più importanti di questa collezione sono nate durante la modellazione della pelle, nella sperimentazione di superfici screpolate o nello sviluppo di stampe e maglieria: momenti che non avrei mai potuto pianificare. Per me sperimentare significa permettere al processo di trasformare l'idea iniziale. È proprio lì che, secondo me, nasce il lavoro più interessante. Ho sempre pensato un po' più con le mani che con la mente.

Da dove nasce l'ispirazione per "No Longer Human"? Quali sono le principali fonti che alimentano la tua ricerca e la tua pratica creativa?

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La mia ricerca inizia spesso al di fuori della moda. Sono particolarmente attratta dall'arte, dalla psicologia e dal modo in cui le persone percepiscono se stesse e il mondo che le circonda. Che si tratti di arte antica o contemporanea, è quasi sempre il punto di partenza del mio processo creativo, perché mi permette di osservare idee familiari da prospettive inattese. Per No Longer Human, l'artista Hans Bellmer è stato un riferimento fondamentale per il suo modo di decostruire le bambole. Anche il fotografo Paul Kooiker ha influenzato la mia ricerca attraverso le sue rappresentazioni del corpo, a volte inquietanti.

Sono rimasta affascinata dai dipinti rinascimentali di Cranach, in particolare dall'abitudine delle donne di radere l'attaccatura dei capelli per ottenere la fronte alta, considerata all'epoca un ideale di bellezza. Osservate oggi, quelle figure sembrano quasi artificiali. Mi hanno ricordato che gli standard estetici hanno sempre modificato la nostra percezione del corpo, assumendo forme diverse nel corso della storia. Non è la perfezione a interessarmi, ma ciò che accade quando essa inizia a deteriorarsi. Le crepe diventano parte integrante dell'immagine, rivelando una vulnerabilità nascosta sotto una superficie idealizzata. Questa idea attraversa tutta la collezione.

Accanto a questi riferimenti storici, ho dedicato molto tempo alla sperimentazione con l'intelligenza artificiale. Non mi interessava soltanto generare immagini: ero affascinata dal modo in cui l'AI immagina il corpo umano. A un certo punto ho chiesto a ChatGPT: "Se avessi un corpo, come sarebbe? E sarebbe ancora umano?" Non cercavo tanto una risposta, quanto il dialogo stesso. Mi ha fatto riflettere su come l'intelligenza artificiale costruisca l'immagine dell'essere umano e su quanto questo stia influenzando il modo in cui percepiamo noi stessi.

Oltre a questo, trovo ispirazione osservando continuamente le persone e il mondo intorno a me. Leggo molto, soprattutto di psicologia e comportamento umano, e viaggiare è sempre stato una fonte fondamentale di ispirazione. Entrare in contatto con culture diverse e vedere come le persone vivono e interpretano il mondo modifica costantemente anche il mio punto di vista. Credo di essere guidata più dalla curiosità che dalle certezze. Probabilmente è proprio questo il filo che unisce tutte le mie ispirazioni.

"No Longer Human" propone una riflessione profonda sul corpo. Come lo percepisci oggi e pensi che la moda possa ancora generare un cambiamento significativo?

Credo che oggi il corpo venga percepito sempre più come qualcosa di costruito, piuttosto che come qualcosa con cui nasciamo. Ma non considero necessariamente questo un aspetto negativo. In fondo ci siamo sempre costruiti attraverso l'abbigliamento, le acconciature o il modo in cui scegliamo di presentarci. La moda ha sempre fatto parte di questo processo. Oggi, però, la tecnologia ha portato tutto questo a un livello completamente nuovo. Per questo penso che la moda possa ancora generare un cambiamento significativo. Non perché cambi il mondo da un giorno all'altro, ma perché può cambiare ciò a cui attribuiamo valore.

Purtroppo, a volte la moda sembra concentrarsi più sull'attirare attenzione o provocare shock che sul favorire una riflessione. Per me il suo vero valore risiede nella capacità di cambiare prospettiva, che si tratti del modo in cui guardiamo il corpo, un materiale o persino la nostra idea di bellezza. Con No Longer Human mi sono interessata sempre di più alle imperfezioni anziché alla perfezione. Le crepe nei dipinti, le anomalie dei corpi generati dall'intelligenza artificiale o le proporzioni disturbanti delle opere di Hans Bellmer mi hanno ricordato che ciò che percepiamo come imperfetto è spesso anche ciò che ci appare più umano.

Se la moda riuscisse a spingerci a riconoscere la bellezza proprio in queste imperfezioni, o semplicemente a mettere in discussione ciò che consideriamo bello, avrebbe già raggiunto qualcosa di importante. Un cambiamento significativo non significa necessariamente cambiare il mondo: può voler dire anche cambiare ciò che scegliamo di ammirare.

Il tuo percorso al Polimoda è stato chiaramente tanto impegnativo quanto gratificante. Qual è l'insegnamento più importante che ti porti dietro?

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Photo: Serena Gallorini

Naturalmente il Polimoda mi ha insegnato competenze tecniche, artigianalità e come sviluppare una collezione. Ma non credo che sia questo l'aspetto più prezioso che mi porto dietro. La lezione più importante è stata imparare a sviluppare un mio modo di pensare e ad avere la fiducia necessaria per seguirlo. Il Polimoda ti spinge costantemente a mettere in discussione le tue idee, difenderle e perfezionarle. È un processo che non forma soltanto il designer, ma anche la persona.

Durante gli studi c'è stato un momento in cui mi sono chiesta se questa fosse davvero la strada che volevo intraprendere. Guardandomi indietro, ho capito che scegliere di diventare designer significa, prima di tutto, scegliere la dedizione che questo percorso richiede. Ha molto più a che fare con la mentalità che con il talento. Significa rimanere curiosi, continuare a mettersi in discussione e presentarsi ogni giorno con impegno, anche quando il processo è difficile. Credo che questa sia la lezione più preziosa che porterò con me.

Dopo questo importante traguardo, quali saranno i prossimi passi? Come immagini l'evoluzione della tua pratica creativa nei prossimi anni?

In questo momento sto cercando uno stage che mi permetta di approfondire ulteriormente il mio interesse per i tessuti, la manipolazione dei materiali e l'artigianalità, idealmente all'interno di una grande maison di moda. Dopo aver dedicato gli ultimi anni allo sviluppo dei miei progetti personali, sono curiosa di  vivere il processo creativo all'interno di un team e continuare a imparare da persone con competenze, prospettive e metodi di lavoro diversi.

Allo stesso tempo, non vedo l'ora di presentare No Longer Human in una prossima mostra e di vedere la collezione vivere in un contesto completamente diverso dalla passerella. Spero che questo sia soltanto l'inizio di un percorso che permetta al mio lavoro di continuare a esistere ben oltre un singolo fashion show. Guardando al futuro, desidero che la mia pratica creativa continui a evolversi con ogni nuovo progetto. Vorrei ampliare sempre di più la mia ricerca sui materiali, confrontarmi con nuovi ambienti creativi e scoprire nuovi modi di comunicare le idee attraverso la moda. Più di ogni altra cosa, spero che ogni progetto mi insegni qualcosa che ancora non sapevo prima di iniziarlo.

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