
Quello che le città dovrebbero imparare dall'architettura estrema Come diventare più resilienti e prepararsi alle sfide climatiche del futuro
Ci sono luoghi in cui l’architettura non può permettersi di sbagliare. In una città, un errore progettuale può produrre una stanza troppo calda, un corridoio scomodo o un edificio che consuma più del previsto. In Antartide, lo stesso errore può portare una struttura a essere sepolta dalla neve, danneggiata dal vento o isolata sopra una porzione di ghiaccio che si sta separando dal continente.
Forse è per questo che molte basi antartiche sembrano arrivate direttamente da un film di fantascienza. Moduli colorati, forme arrotondate, corridoi simili a tunnel ed edifici sollevati dal terreno. Ma quello che vediamo non nasce dal desiderio di immaginare il futuro: nasce dalla necessità di sopravvivere.
La base di ricerca Halley VI in Antartide
Halley VI, la stazione di ricerca britannica progettata da Hugh Broughton Architects sul Brunt Ice Shelf, è probabilmente l’esempio più evidente. Composta da otto moduli montati su gambe idrauliche e grandi sci, si posa su speciali "gambe" che permettono alla struttura di sollevarsi mentre il livello della neve aumenta; gli sci consentono invece di separare i diversi elementi e trainarli verso una posizione più sicura. È quello che è successo nel 2017, quando la stazione era stata allontanata da una frattura crescente nella piattaforma di ghiaccio.
L’aspetto più interessante della Halley VI non è il fatto che possa muoversi, ma il motivo per cui è stata progettata per farlo. Halley VI non prova a rendere stabile un territorio che non lo è: accetta che il suolo possa cambiare, rompersi e diventare improvvisamente pericoloso. Invece di opporsi all’incertezza, la inserisce nel progetto, ribaltando uno dei principi più radicati dell’architettura.
Il design che combatte la solitudine
Per secoli abbiamo associato il valore di un edificio alla sua permanenza, alla capacità di restare fermo e resistere al tempo. In Antartide, sopravvive ciò che è capace di adattarsi. L’architettura più resistente non è necessariamente quella più pesante, ma quella che può essere smontata, riparata, sollevata o spostata prima che sia troppo tardi.
La resistenza, però, non riguarda soltanto la struttura. Vivere per mesi in un luogo isolato, con pochissima luce naturale, temperature estreme e un numero ristretto di persone significa sottoporre anche la mente a una condizione fuori dall’ordinario. NASA definisce questi contesti «isolated, confined and extreme environments» e considera l’isolamento prolungato un rischio concreto per il benessere e le prestazioni di chi li abita. Per questo le nuove basi polari non vengono più progettate soltanto come macchine efficienti. Il colore degli interni, la presenza di finestre e la divisione tra spazi privati e collettivi diventano parte dell’infrastruttura.
Il Discovery Building di Rothera in Antartide
Nel Discovery Building della stazione britannica di Rothera, formalmente inaugurato nel 2025, gli ambienti di lavoro e i servizi sono stati riuniti in un unico edificio progettato anche attraverso il confronto con le persone che avrebbero dovuto utilizzarlo.
In queste condizioni, una stanza luminosa non è un vezzo estetico. Un materiale caldo, una zona comune o un punto dal quale osservare l’esterno possono diventare strumenti di protezione psicologica. L’architettura estrema rende evidente qualcosa che negli edifici ordinari tendiamo spesso a dimenticare: abitare non significa soltanto avere un tetto e una temperatura controllata, ma costruire un ambiente nel quale una persona possa continuare a riconoscersi.
La Residencia dell’Osservatorio di Paranal in Cile
Il freddo antartico rappresenta solo una delle possibili condizioni estreme. Nel deserto di Atacama, in Cile, la Residencia dell’Osservatorio di Paranal affronta il problema opposto. Si trova a oltre 2.600 metri di altitudine, in un territorio estremamente secco e isolato. Progettato da Auer Weber, l’edificio è in gran parte inserito nel terreno e organizzato attorno a un giardino protetto da una grande copertura. Al suo interno si trovano vegetazione, zone comuni e una piscina: una piccola oasi artificiale costruita per permettere agli astronomi di recuperare dopo i turni di lavoro nell’osservatorio.
Qui l’architettura non si solleva sopra il paesaggio, come Halley VI, ma quasi scompare al suo interno. La strategia cambia perché cambia il problema. In Antartide bisogna evitare che la neve inghiotta l’edificio; nel deserto occorre proteggerlo dal sole, dalla siccità e dalle forti variazioni climatiche. In entrambi i casi, la forma finale non nasce da uno stile applicato al progetto, ma dalla lettura precisa del luogo.
La Monte Rosa Hut sulle Alpi svizzere
Lo stesso accade in alta montagna. La Monte Rosa Hut, costruita a quasi 3.000 metri sulle Alpi svizzere, utilizza pannelli fotovoltaici, sistemi di recupero dell’acqua e una gestione integrata dell’energia per raggiungere un elevato livello di autonomia. La struttura è stata in gran parte prefabbricata, perché trasportare materiali, operai e attrezzature in quota è complesso e costoso. La sua forma sfaccettata può sembrare un gesto iconico, ma è anche il risultato di un edificio costretto a calcolare con attenzione ogni risorsa.
Il Global Seed Vault alle Svalbard
Alle Svalbard, il Global Seed Vault applica ancora un’altra strategia. Invece di esporsi, entra in profondità dentro una montagna di roccia e permafrost. La struttura conserva copie di sicurezza delle sementi provenienti dalle banche genetiche di tutto il mondo, mantenendole a una temperatura di circa −18 °C. Anche in caso di problemi agli impianti, la posizione e il freddo naturale rallenterebbero l’aumento della temperatura interna. Non si tratta soltanto di un edificio resistente, ma di un’architettura costruita intorno all’idea di backup: non impedire qualsiasi possibile crisi, ma garantire che qualcosa possa sopravvivere quando quella crisi arriva.
È forse questa la lezione più importante delle architetture estreme. Questi edifici non funzionano perché credono di poter controllare completamente l’ambiente, ma perché prevedono l’imprevisto. Hanno sistemi duplicati, consumano con attenzione, riducono le dipendenze esterne e possono continuare a funzionare anche quando qualcosa smette di andare secondo i piani.
Un futuro estremo
Per molto tempo abbiamo immaginato l’architettura del futuro attraverso grattacieli, superfici intelligenti e città sempre più tecnologiche. Eppure il futuro potrebbe assomigliare maggiormente a queste strutture isolate: edifici adattabili, autonomi, facilmente riparabili e capaci di utilizzare meno risorse. Non perché le nostre città diventeranno improvvisamente simili all’Antartide, ma perché la distanza tra condizioni normali e condizioni estreme sta diminuendo. Ondate di calore, precipitazioni intense, periodi di siccità e problemi alle infrastrutture stanno già modificando il modo in cui molte aree urbane devono essere progettate.




















































