"The Last House" dimostra che Netflix ama imprigionare i suoi personaggi Il thriller sci-fi con Wagner Moura e Greta Lee è disponibile dal 7 agosto sulla piattaforma

The Last House dimostra che Netflix ama imprigionare i suoi personaggi Il thriller sci-fi con Wagner Moura e Greta Lee è disponibile dal 7 agosto sulla piattaforma

Netflix ha un feticismo evidente ed è rinchiudere i suoi personaggi all’interno di appartamenti da cui non possono più uscire. The Last House ne è l’ultimo esempio. Il primo titolo del genere sulla piattaforma a raggiungere un largo successo è stato il tedesco Brick nell’estate del 2025, opera di Philip Koch arrivata presto in prima posizione tra i film più visti sulla finestra streaming e lì rimasto per diverso tempo. La storia di una coppia in crisi che si ritrova un giorno prigioniera della propria casa, sigillata da una strana materia nera. Poco dopo è arrivato The Great Flood, rilasciato nel settembre dello stesso anno, opera coreana diretta da Kim Byung-woo su una madre e il proprio bambino, che per salvarsi da un’inondazione sono costretti a scalare tutti i piani di un alto edificio. 

In questa estate 2026, schiacciati da ondate di calore e un sole che brucia la pelle, il film di Louis Leterrier ci rinfresca con una pioggia continua e insolita che costringe le persone a rimanere nelle proprie case. E non nel senso che non desiderano uscire per non bagnarsi o prendersi un raffreddore, ma a cui è fisicamente impedito poter lasciare il perimetro della propria abitazione, bloccate da una forza sconosciuta e ingovernabile. Un altro titolo, quindi, in cui i personaggi si ritrovano a dover fare i conti con la propria condizione insolita, ma che la famiglia guidata da Wagner Moura e Greta Lee prende inaspettatamente bene. Come quando durante il Covid le persone hanno iniziato a panificare e ad allenarsi, trovando il lato positivo nel forzato lockdown.

Una trama bipartita

 

@netflix How long can you survive? #TheLastHouse, starring #GretaLee and #WagnerMoura, original sound - Netflix

È di fatto su due direttrici che si sviluppa The Last House. Una è sull’animo combattivo della famiglia Delgado e il loro spirito di assoluta adattabilità. L’altro è il mistero che si annida al di fuori delle porte della loro casa, immerso nella fitta e costante pioggia che bagna il suolo e impedisce a chiunque di uscire. Così la prima parte del film è tutta un cercare di adeguarsi alle circostanze e un rimpiangere, per chi si trova dall’altra parte dello schermo, di non aver mai seguito un corso di sopravvivenza o di aver lasciato gli scout troppo presto, quando non si erano ancora apprese le conoscenze necessarie per resistere senza gas, senza elettricità e infine anche senza acqua né cibo.

@netflix genuinely questioning reality rn??? The Last House premieres tomorrow on Netflix. #TheLastHouseNetflix original sound - Netflix

Ovviamente dietro al nido costruito da Moura e Lee c’è un intero mondo di cui vuole parlarci il film. C’è il discorso su come rendere unita una famiglia, di come sia il senso di protezione a mantenerci in vita e di quanto un genitore farebbe qualsiasi cosa pur di non far accadere niente ai propri figli. C’è persino un lato positivo in questa dissociazione dal circostante, un tornare alle origini in cui non serve altro se non stare insieme, divertirsi, trovare cose da fare, ascoltarsi e ballare per stare bene. Con anche una critica velata, ma benevola alla figura maschile come difensore e detentore della salvaguardia dell’intero clan, il quale deve imparare che i figli sono destinati a crescere e che anche le mogli possono farcela da sole, magari avventurandosi in angusti scantinati pur di trovare una via di uscita. 

La verità è però che The Last House vuole far passare tutte queste note positive mentre si osserva una famiglia con delle capacità superiori al resto di quelle che è possibile incontrare nel quotidiano. Che ti fa salire l’ansia perché ti fa pensare che, in caso di forze avverse che ti fanno rimanere chiuso in casa, non si avrebbero abbastanza scorte e che la tua spesa non basterebbe nemmeno per coprire una settimana. E ti fa rimette completamente in prospettiva la vita che si è intrapresa, pensando che forse quando i tuoi ti dicevano che ingegneria era la scelta giusta da prendere all’università avevano ragione o che sarebbe quantomeno sensato avere qualcuno che ne abbia alcune conoscenze, anche rudimentali.

 Uno sci-fi per nulla riuscito

Appena si finisce di riflettere su quanto sarebbe il tempo di resistenza di noi comuni mortali all’interno di un contesto come The Last House, è con la seconda parte che i protagonisti e il pubblico devono confrontarsi. Appesantiti da un minutaggio eccessivo che grava su tutta la visione del film e che fa arrivare scarichi sia i personaggi che soprattutto gli spettatori, i quali vedono tirare le fila di ciò che di soprannaturale è successo all’interno della storia, dovendoci scendere a patti anche quando tutto sembra avere molto poco senso

Ora, non è sulla razionalità o meno di una pioggia che ti tiene chiuso in casa o delle creature che la abitano su cui ci metteremo a sentenziare. Ma è altresì evidente come The Last House abbia una premessa forte per uno svolgimento moscio e claudicante. Una barca (pardon, una casa) che fa acqua da tutte le parti e che fa arrivare alla conclusione dell’opera come se si fosse vissuto davvero per tutti quegli anni insieme ai protagonisti all’interno della loro abitazione. Il che non è un bene, perché non ci si sente parte della loro famiglia, bensì si ha solo la sensazione che il film sia stato infinito e, proprio come i personaggi, non si vede l’ora di poter finalmente uscire fuori di casa a rivedere la luce del sole. Uno sci-fi per nulla riuscito, ma che potrebbe insegnarci che forse è arrivato il momento di imparare a farci il nostro orto da soli.     

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