Sulla globalizzazione, l’AI, il nuovo eroticismo e le sfide che devono affrontare i creativi di domani

Il sex appeal technicolor di Tom Ford per Gucci, lo sguardo magnetico e misterioso di Kate Moss, i colori saturi di Rio de Janeiro come sfondo al sorriso smagliante di Gisele Bündchen. La firma di Mario Testino evoca ricordi di un tempo distante, fatto di copertine patinate e servizi editoriali sviluppati in lunghi viaggi in giro per il mondo. Il fotografo ha immortalato una certa spensieratezza nella moda che, diciamocelo, comincia a far sentire un po’ la sua mancanza. 

Ma quando si studiano più attentamente gli scatti di Testino tra gli anni ‘90 e 2000, emerge qualcosa che va ben oltre la sensualità delle top model e l’energia, insieme divertita e ambigua, delle sue campagne per i principali brand di allora. Tra le lenzuola bianche di quel famoso ritratto di Lady Diana che il fotografo peruviano realizzò nel 1997 per Vanity Fair, nell’innuendo delle composizioni di gruppo che firmava insieme alla stylist e collaboratrice Carine Roitfeld, o ancora nella più romantica semplicità della Towel Series (una raccolta di cento ritratti in bianco e nero di personaggi noti,  avvolti soltanto in un asciugamano bianco), affiora una scientificità mozzafiato. 

Come un pittore esperto, in ogni scatto Testino ha saputo articolare con trasparenza un equilibrio eccezionale tra razionalità ed emozione: da un lato, lo studio matematico dei colori, la geometria di spazi e composizioni, dall’altro l’istintività degli sguardi e delle situazioni in cui venivano ambientati i protagonisti di questi quadri completi. È nell'armonia che si cela la maestria di Testino, artefice non solo di immagini che hanno plasmato l’immaginario artistico di un’epoca, ma anche del revival di intere maison storiche. Tanto è stato l’impatto del fotografo nella moda che si continua a sentire tuttora, malgrado dal 2007 si sia allontanato dal glamour per raccontare abiti, costumi e tradizioni di culture internazionali nella serie A Beautiful World. C’è della strategia, alla base della creatività di Testino, anche se ispirata a un’infanzia spontanea passata tra il Perù e il Brasile.

Kate Moss, Ben Grimes, Julie Graz and Liliane Ferrarezi, London, Burberry, 2003

Cresciuto in una famiglia molto numerosa (sei figli e due gruppi di cugini da sei bambini ciascuno, precisa il fotografo), Testino ha passato i primi anni di vita circondato da persone. Deve essere stato questo, racconta, ad avere influenzato così tanto la sua passione per gli scatti di gruppo, a cui si è aggiunta solo in seguito un’importante componente matematica. Come sottolinea lui stesso: «Molte delle mie fotografie di gruppo sono legate alla simmetria e, in un certo senso, alla matematica. Si parte da un problema complesso e lo si riduce alla sua forma più semplice ed equilibrata». 

In occasione della retrospettiva Mario Testino: A Published History, presentata alla Milano Fashion Library, il fotografo ci ha accolti nel suo mondo per svelare i trucchi che lo hanno portato ad affermarsi nell’allora imprevedibile e caotico mondo della moda. Noi, ovviamente, abbiamo approfittato dell’opportunità per chiedergli anche qualcosina in più, dai suoi hot take sulle intelligenze artificiali a come sta cambiando, secondo lui, la vita dei fotografi nel 2026.

A Bedouin Woman, Al Arish Egypt 2024
A Woman from Jarkurgon, Surkhandarya, Uzbekistan, 2023
A Beach Vendor, Rio de Janeiro, Brazil, 2021
A Man of the Kuba, Kuba Kingdom, Democratic Republic of the Congo 2023
Nella mia generazione, se volevi incontrare qualcuno dovevi esporti, e c’era sempre un certo grado di imbarazzo e mistero. Forse oggi per riscoprire l’erotismo servirebbe coprire invece di rivelare, rendere l’accesso più difficile. Credo che l’erotismo prosperi più nella suggestione che nell’esposizione completa.

I social media sembrano aver smantellato quel voyeurismo e senso di scoperta che riuscivano a evocare le immagini di moda. Come possiamo riportare l’erotismo nell’industria nel 2026?

La mia esplorazione dell’erotismo nasceva da un contesto completamente diverso da quello che le persone vivono oggi. Ora, attraverso internet, è cambiato persino qualcosa di basilare come incontrare qualcuno. Nella mia generazione, l’eccitazione nasceva dalla ricerca di qualcosa che non era immediatamente accessibile. Se volevi incontrare qualcuno, dovevi esporti al mondo, e c’era sempre un certo grado di imbarazzo, mistero e seduzione. A seconda della propria sessualità e delle persone da cui si era attratti, esistevano modi diversi di avvicinarsi agli altri, rituali diversi di corteggiamento e conquista.

Forse, oggi, il modo per riscoprire l’erotismo è muoversi nella direzione opposta: richiudere alcune di quelle porte. Coprire invece di rivelare. Eliminare ciò che è ovvio. Rendere l’accesso più difficile. Credo che l’erotismo prosperi più nella suggestione che nell’esposizione completa.

 

Che cosa significa per lei sensualità?

Per me, la sensualità è la sottile suggestione che ci sia qualcosa oltre ciò che si vede immediatamente. Per gran parte della mia carriera ho percepito una distinzione netta tra sensualità e sessualità. La sensualità suggerisce. Allude al corpo, al desiderio, senza rivelare tutto. Seduce attraverso ciò che lascia intendere. La sessualità, invece, è l’espressione più esplicita del sesso in sé.

Salvador, Brazil, 2022
Purtroppo oggi non guardo alla moda nello stesso modo di un tempo. Le persone seguono gli stessi trend perché tutti vogliono appartenere a qualcosa. Io ho dovuto accettare di essere diverso: è l’individualità a lasciare un segno.

I suoi ritratti di gruppo sono tra le immagini di moda più iconiche degli anni Duemila. Qual era il suo approccio a questi progetti?

Quando sono arrivato in Europa, ho trascorso moltissimo tempo al Museo del Prado a studiare i grandi maestri spagnoli. Tutto ciò che raffigurava grandi gruppi di persone mi affascinava. Non so se dipendesse dal fatto di essere cresciuto in una famiglia numerosa o semplicemente dall’idea che la ripetizione generi riconoscibilità. Forse c’è anche un legame inconscio con l’ambito militare, dove le uniformi creano un potente senso di unità.

Per le mie campagne pubblicitarie, di solito sviluppavo personalmente l’idea e poi la esploravo insieme allo stylist e al cliente. Si cominciava dalle linee secondarie, rivolte a un pubblico più giovane, che naturalmente tendeva a socializzare in gruppo. Per le collezioni principali, spesso preferivo fotografare delle coppie. La maggior parte dei brand voleva inserire soltanto donne, ma a me piaceva vedere come una donna cambiasse in presenza di un uomo, così proponevo spesso di includere un modello anche se il brand non produceva menswear. All’inizio non mi ero reso conto di quanto fosse vantaggioso, perché permetteva loro di mostrare molti più capi in un’unica immagine.

Ancora oggi lavoro in modo molto istintivo. Arrivo sul set, posiziono le persone dove sento che dovrebbero stare e quando comincio a fotografare, aggiusto ogni elemento in funzione dell’equilibrio, della simmetria e delle proporzioni. La fotografia di gruppo è sempre una sfida, perché inevitabilmente qualcuno si sente trascurato o pensa che dovrebbe avere un ruolo più importante. Gestire queste emozioni fa parte del lavoro.

Amber Valletta, Rio de Janeiro, American Vogue, 1997
Ulaanbaatar, Mongolia, 2019

La retrospettiva alla Milano Fashion Library ha offerto uno sguardo illuminante sul suo lavoro sulla pagina stampata. Secondo lei che cosa rende grande un editoriale di moda e quale aspetto della fotografia di moda pensa sia sottovalutato oggi?

Tutto dipende dal numero di pagine che stai producendo: se stai realizzando un editoriale di sei o otto pagine, deve essere concentrato, disciplinato e visivamente coerente, in modo che il concept emerga con chiarezza; se invece produci venti pagine, hai bisogno di diversi tipi di movimento, di immagini più ampie con spazio negativo e magari anche di qualche sorriso. Serve un ritmo visivo. Verso la fine della mia carriera nella moda, ho iniziato a realizzare interi numeri per diverse edizioni di Vogue. A quel punto cominci a ragionare oltre la singola storia. Pensi a come un editoriale si relaziona a quello successivo e a come l’intera rivista scorre nel suo insieme.

Purtroppo oggi non guardo alla moda nello stesso modo di un tempo. Non è che non rispetti il lavoro che viene fatto, ma non c’entra più con i miei interessi. Guardando oggi i social media, noto moltissima ripetizione. Le persone spesso seguono le stesse tendenze perché tutti vogliono appartenere a qualcosa. Io ho dovuto accettare di essere diverso. Il modo in cui vedevo il mondo era diverso, quindi non avrei potuto lavorare in nessun altro modo. Credo che sia l’individualità, alla fine, a lasciare un segno, perché tutti viviamo la vita in modo diverso. Il lavoro più forte nasce dall’esprimere esattamente ciò che si vede e si sente davvero.

Brouwersgracht, Amsterdam, L’Uomo Vogue, 1999
Credo che l’AI debba essere usata per aiutarci, invece di essere considerata una minaccia. Quando è arrivata la fotografia digitale, le persone erano altrettanto nervose. Ma non serve avere paura del futuro. La vita continua ad andare avanti. Non si può tornare indietro.
Photo - Philippe Kliot

Pensa che la globalizzazione stia rovinando la creatività? E che cosa possono fare i creativi per preservare la propria originalità in momenti difficili come quello che stiamo vivendo?

Credo sia importante credere in se stessi. La sfida, oggi, è che tutti hanno accesso al lavoro di tutti. Anni fa, se eri un fotografo inglese, competevi principalmente con altri fotografi inglesi. Gradualmente le cose sono cambiate e, all’improvviso, ti sei trovato a competere con fotografi provenienti da ogni parte del mondo. La mia generazione ha vissuto l’inizio di questa transizione. Quando sono arrivato per la prima volta, essere peruviano mi rendeva, in qualche modo, un outsider. Oggi tutti fanno parte della stessa conversazione globale.

All’inizio della carriera devi dimostrare di poter lavorare allo stesso livello degli altri. Ma una volta raggiunto quel livello, devi smettere di guardare a ciò che fanno tutti gli altri e ascoltare il tuo istinto. È da lì che nasce l’originalità, ed è per questo che mi sto dedicando a A Beautiful World. Nel mio precedente lavoro, facevo sempre ricerca e incorporavo comunità provenienti da tutto il mondo, ma di solito erano solo comparse nelle mie storie di moda. Ho deciso che era arrivato il momento di renderle protagoniste. È diverso rispetto a quello che le persone si aspettano da me, ma ci tengo moltissimo.

Gisele Bundchen, Aurelie Claudel, and Renata Maciel, Rio de Janeiro, Allure, 1998

Ci sono giovani fotografi o artisti visivi che hanno attirato la sua attenzione ultimamente?

A dire il vero, in questi giorni mi capita di guardare meno i giovani fotografi e molto di più i pittori e gli artisti contemporanei. Mi piacciono moltissimo le opere di Salman Toor, Louis Fratino, Alex Da Corte e Issy Wood, per citarne alcuni. Oggi, lavorando ai miei progetti personali, ho il lusso del tempo. Posso prendermi tutto il tempo necessario per perfezionare il colore, la densità, la luce e l’atmosfera. La pittura riflette questa fase più lenta e contemplativa della mia vita.

 

Come fotografo che ha trascorso decenni lavorando con la luce naturale e creando immagini capaci di definire culturalmente un’epoca nei mondi della moda, dell’arte e della musica, come guarda all’ascesa delle nuove tecnologie? Pensa che le industrie creative debbano sentirsi minacciate dall’AI?

Vedo l’AI come uno strumento aggiuntivo. Credo che debba essere usata per aiutarci, invece di essere considerata una minaccia. Naturalmente, ci sono alcuni ambiti che verranno messi alla prova perché permette di produrre risposte e risultati molto più rapidamente, ma se hai un punto di vista autentico, se hai qualcosa di significativo da dire, l’AI può soltanto aiutarti a esprimerlo in modo più efficace.

Quando è arrivata la fotografia digitale, le persone erano altrettanto nervose. Tutti amavano la pellicola e molti credevano che, una volta diventata digitale, la fotografia avrebbe in qualche modo smesso di essere vera fotografia. Ma non serve avere paura del futuro. La vita continua ad andare avanti. Non si può tornare indietro.