
«Club Kid è un’occasione che capita una volta sola nella vita», intervista a Jordan Firstman Tutto sul debutto alla regia dell'attore e sceneggiatore statunitense
Club Kid è il film d’esordio alla regia di Jordan Firstman. Una cinquina di cortometraggi prima, una carriera da attore e qualche episodio scritto per la serialità, con il debutto al festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard e una lotta all’acquisizione dei diritti dell’opera prima all’ultimo sangue da parte delle distribuzioni (con la casa produttrice A24 vincitrice).
La storia è quella di Peter, interpretato da Firstman, persona queer nota nella scena delle feste notturne della Grande Mela che scopre di avere un figlio, il britannico Arlo (Reggie Absolom). Per il protagonista la notizia è scioccante, ma insieme può essere un inizio. Un modo per dare forma alla sua vita, andarci piano con le droghe e capire cosa volere dal futuro. Un coming of age in fase adulta, come l’autore definisce Club Kid, oltre che uno dei titoli più vitali e teneri della stagione, in uscita in Italia dal 3 dicembre.
Come si capisce di essere diventati adulti?
Credo non lo si capisca mai davvero. È una di quelle verità non dette della società dove tutti fingono di essere adulti cercando di capire cos’è che devono fare, ma nel frattempo pensano: «cosa sta succedendo?». Ci sono giorni in cui mi sento un trentenne a tempo pieno, altri a metà, prima sono qualcuno a cui piace che la sua vita sia in ordine, altre volte invece no, oppure proprio non mi percepisco come tale. Voglio dire, a volte il mio appartamento è un casino, non riesco a lavare i piatti o a mettere le cose a posto. Altri giorni invece mi sento a posto con quello che sono e faccio, mi dico che sto lavorando, guadagno dei soldi, faccio tutto ciò che vorrei fare. Quindi non penso ci sia una mattina in cui ti svegli e pensi: «Sono un adulto». Sono i piccoli cambiamenti che noti nella quotidianità che ti fanno capire che sei cresciuto.
E quando si è grandi come si bilanciano le responsabilità con il divertimento?
Penso che ogni cosa nella vita si basi sulla moderazione, ma credo anche che in una vita che è degna di essere vissuta bisogna divertirsi. Siamo su questa terra per passare bei momenti, ridere, amare, goderci tutte le cose belle che ci capitano. Si può fare tutto, senza però esagerare o bruciarsi troppo in fretta. È necessario imparare a tenerti sotto controllo e ascoltare il tuo corpo. Di sicuro io non vorrò mai smettere di divertirmi, anche perché il divertimento non è il contrario della serietà. Anche se, onestamente, non penso nemmeno di voler essere serio.
In Club Kid c’è una battuta che recita: «È lui il perché». La frase si riferisce a Arlo, il figlio di Peter, la ragione per cui il protagonista sta cercando di mettere insieme i tasselli della sua vita. Qual è, invece, il perché di questo film? Qual è il perché che ti ha spinto a realizzarlo?
Penso onestamente, e forse può sembrare un po’ presuntuoso, di aver fatto Club Kid per me stesso. Ho scelto me, ho puntato su di me. Insomma, nessuno mi ha chiesto di fare questo film, davvero nessuno. Esistono case di produzione che chiedono alle persone di realizzare delle opere, mentre in questo caso non mi aveva cercato nessuno, come nessuno mi ha chiesto di scriverlo. Dovevo credere in me stesso e nella storia. E poi portarla avanti, perché non è stato facile, in primis per la maniera in cui volevo girarlo. Cercavo del realismo, delle feste e location che fossero vere, mentre nessuno voleva che lo si girasse durante dei veri party. Ho dovuto spronarmi e essere convinto che ce l’avrei fatta. Che la storia fosse importante. Alla fine penso sia stata questa forza ad avermi permesso di farcela.
Un altro dei momenti che colpisce di Club Kid è quando Peter si apre con Arlo e gli confessa che non sempre si piace e che ha poca autostima. Come hai articolato questo sentire nel film?
È una sequenza speciale. Reggie, che interpreta Arlo, era così presente, al punto che sentivo quanto si sentisse dispiaciuto per quello che dicevo. Trovo ci sia qualcosa di commovente in quell’istante. Peter è una persona che non sa aprirsi bene con gli altri, non ci riesce. Ha un bagaglio di emozioni dentro di sé che non confida a nessuno. Arlo è il primo con cui vive una relazione sincera e autentica e lo capisce perché probabilmente anche lui non ha mai sentito lo stesso tipo di amore, soprattutto in modo costante. Il che rende la scena uno scambio alla pari.
È una sequenza piena di verità, come in fondo lo è l’intero Club Kid. Si ha quasi la sensazione di conoscerti dopo aver visto il film, di aver colto la tua personalità.
Mi viene naturale scrivere così, è il mio processo creativo. So che proviene da un luogo molto personale, ma so anche che per me è l’unico modo. So come applicarmici e so che restituisco al mondo molto di me stesso. Ciò può rendermi vulnerabile, il che talvolta può attirare critiche negative, altre invece mi permette di essere compreso dagli altri, persino amato. È come qualsiasi relazione: più sei aperto, più ottieni il miglior risultato, più ti nascondi più si alimenta una distanza col pubblico. Perciò ho deciso di trattare lo spettatore con la maggior onestà possibile, sperando che possa accettarmi sia con i miei lati positivi che negativi.
Se in Club Kid hai messo tantissimo di te stesso, ed è un’opera prima, cosa dovremmo aspettarci con un prossimo progetto?
È la domanda che mi tiene sveglio la notte. Credo che questo film sia un’occasione che capita una sola volta nella vita. Il modo in cui lo abbiamo girato, le riprese autentiche che sono uscite, il senso di comunità. Ci sono così tante cose che non potranno mai più ripetersi. Di questo sono eternamente grato, ma sento comunque di avere ancora molto da dire, soprattutto da un punto di vista artistico. Spero di trovare un’altra volta dentro di me quelle cose che posso riversare nel mio lavoro.
La comunità di cui parli e che vediamo nel film ha varie sfumature, dalla queerness a quella generazionale. Ad unire tutti questi aspetti c’è la musica. Come l’hai utilizzata nel film e quanto, per te, è un collante sociale?
È come dice Madonna: «music makes the people come together». La musica unisce davvero le persone. E, pur se odio ammetterlo anche nei confronti dei miei colleghi, la musica ha per me una valenza molto più forte del cinema. È la cosa più costante nella mia esistenza, una parte fondamentale. Ascolto musica tutto il giorno, influenza il mio umore e plasma ciò che mi piace e che imparo sulla vita. È una maniera più diretta per accedere alle proprie emozioni, anche quelle più profonde. La musica è tutto per me ed è per questo che ho voluto fosse un elemento di condivisione nel film, un ponte per Peter e Arlo che permettesse loro di capirsi, di far scoprire l’uno all’altro chi sono, senza bisogno di doverlo spiegare a parole. Non sempre è facile avere conversazioni oneste con la propria famiglia o con il proprio partner, ma puoi sempre mandare loro una canzone per far comprendere come ti senti.
All’inizio ti abbiamo chiesto quando e cosa ti ha fatto capire che eri diventato adulto. Club Kid è un modo di scoprirlo insieme, per il protagonista e chi guarda il film. Ci sono stati dei titoli che ti hanno fatto capire cosa significava essere adulto? Essere una persona?
Per molto tempo sono stato ossessionato da Mi chiamo Sam. Ho sempre amato piangere guardando i film e quello mi creava la reazione giusta. Sotto alcuni aspetti ci vedo anche delle affinità con Club Kid, nonostante ecco, i problemi trattati siano molto diversi. Poi, quando ho compiuto quindici anni, è uscito Vicky Cristina Barcelona e l’ho guardato praticamente una volta al giorno per un anno intero. Era il periodo in cui i miei genitori stavano divorziando e sentivo una connessione perché si parlava di relazioni insoddisfacenti. C’è qualcosa in quel film che lo rende un titolo fondamentale per quel periodo della mia vita e che mi colpì profondamente. Guardandolo mi sembrava di crescere.










































