La Gen Z può davvero diventare ricca con Vinted? Nasce un nuovo modello di business, esente dalle tasse e da imparare attraverso un corso online

«Da bambino sognavo di giocare a rugby da professionista», racconta Morgan Purnell ai microfoni di Business Insider. Un sogno che si è infranto quando, a 17 anni, è stato costretto a smettere di giocare a causa di un infortunio. Incrociando un annuncio di Google Ads, scopre Vintage Wholesale Supply, un sito dove acquistare capi e accessori vintage su larga scala. Decide così di investire 200 delle 400 sterline che aveva risparmiato con il suo lavoretto part-time per comprare 50 kg di pantaloni Ralph Lauren. Ha iniziato a venderli su Vinted e Depop e a documentare il suo percorso su TikTok, diventando di fatto l’hub logistico di un fornitore esterno (e non, come spesso accade, dell’armadio della mamma o del nonno), fino a generare, nel 2025, oltre £142.000 di ricavi, £85.873 delle quali da Vinted.

Giovani imprenditori

Chiamarla attività secondaria è riduttivo, definirla negozio è certamente prematuro. Le modalità assomigliano a quelle del dropshipping, modello di vendita online in cui i prodotti sono venduti senza possedere un magazzino o gestire direttamente la spedizione, con la differenza che Morgan Purnell possiede definitivamente la merce che acquista, con tutti i rischi del caso (anche quello di non riuscire a venderla). È la stessa logica del mercatino delle pulci, applicata a una scala che vede milioni di utenti e algoritmi che premiano chi pubblica continuamente. Evan, uno dei primi rivenditori vintage full-time del Regno Unito, ha iniziato a vendere vestiti online all’età di 15 anni. A 16 anni aveva già guadagnato £10.000, pubblicando dai 30 ai 40 articoli al giorno tra cui cappellini comprati a 1 sterlina l’uno e venduti a cinque o sei volte tanto. 

Un nuovo mercato parallelo 

Per quanto la pratica del reselling non sia certo una novità nel mercato della moda (come dimostrano i casi esemplari di eBay, StockX e i mercati paralleli che alimentavano la cultura streetstyle attraverso la vendita di Supreme, BAPE e compagnia bella), qui la differenza la fa la struttura: dietro la singola vendita su Vinted c’è una filiera rodata. A dimostrarlo sono i corsi (tipo quello di Udemy, che insegna a reperire prodotti online e costruire relazioni con i fornitori all’ingrosso), i tutorial e le guide nati per insegnare a rivendere.

Il clima culturale ha sicuramente aiutato la diffusione di queste pratiche: stando al Resale Report 2026 di The RealReal, il colossale marketplace del lusso di seconda mano, la domanda per articoli vintage sulla piattaforma è cresciuta del 432% dal 2020 e più della metà dei suoi clienti è composta da Gen Z e Millennial, che sempre più spesso considerano l’usato di lusso la prima scelta. Lo stesso report indica che il 47% dei consumatori considera il potenziale valore di vendita di un articolo prima di acquistarlo sul mercato primario: la tendenza a comprare pensando già al momento di rivendita è tanto radicata da essere presente anche nel momento del primo acquisto, normalmente guidato da altre leve (bisogno reale, desiderio, impulso).

Il famoso «Vintage Dressing»

È impossibile scovare la pratica di acquisto e rivendita sulla piattaforma, non essendo segnalata negli annunci dei venditori privati, il che rappresenta un problema etico non indifferente. Vinted nasce come spazio per consumatori e venditori non professionisti, e chi opera da professionista dovrebbe registrarsi come venditore Pro, rappresentato da un’etichetta accanto al nome dell’account. Nell’annuncio di un capo, però, non viene mai specificato se provenga dall’armadio di chi lo vende o da una partita acquistata all’ingrosso, tantomeno quanto il prezzo di vendita sia maggiorato rispetto a quello d’acquisto.

È un po’ la stessa zona grigia in cui si svolge la compravendita di quegli articoli spesso indicati sotto l’etichetta Vintage Dressing, Vintage Love o semplicemente Vintage, in realtà acquistati su Shein o altri e-commerce a un prezzo decisamente più economico. Purtroppo, la pratica non è perseguibile penalmente: nella migliore delle ipotesi, potrete solo farvi rimborsare per l’acquisto. 

E le tasse? 

Per quanto riguarda la vendita in bulk in sé, dal 2023 la direttiva europea DAC7 obbliga le piattaforme a raccogliere i dati dei venditori più attivi e a comunicarli all’Agenzia delle Entrate. Si tratta di un monitoraggio che scatta con almeno trenta vendite o più di 2.000 euro in un anno civile. La segnalazione, però, va alle autorità fiscali, non a chi compra e, dall’esterno, un profilo che vende centinaia di capi l’anno ha lo stesso aspetto di un armadio svuotato. Nella pagina del Centro Assistenza della piattaforma, si rende chiaro che non esiste tassazione sugli articoli venduti attraverso Vinted, «anche se hai venduto gli articoli a un prezzo superiore a quello pagato originariamente per il loro acquisto (cioè stai realizzando un profitto dalle tue vendite)». Questo aspetto è valido per le vendite occasionali, non per le vendite abituali dei venditori Pro. 

Ma torniamo all’armadio. Per anni, la rivendita su Vinted è stata la soluzione di chi voleva fare spazio, recuperare qualche euro e cercare di non gravare sull’ambiente. Per una parte della Gen Z è diventato un mestiere, con fornitori, magazzino e tutorial. La domanda, a questo punto, non riguarda tanto i ragazzi che fanno quello che il mercato permette, quanto chi stabilisce le regole: dove finisce il mercatino delle pulci e dove comincia il negozio?

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