
"Un tranquillo funerale di famiglia" è tutto ciò che la comicità non dovrebbe essere oggi Il film di Massimiliano Bruno è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma
Un tranquillo funerale di famiglia di Massimiliano Bruni è il remake italiano di un cult della commedia come Funeral Party del britannico Frank Oz. Non è il primo rifacimento: nel 2010, Neil LaBute aveva diretto la versione statunitense con un cast prevalentemente afroamericano dal titolo Il funerale è servito. Il film originale di Oz, però, ha un posto unico nel panorama della comicità, con quell’ironia tutta british che è unica oltre che difficile da replicare.
La variante statunitense, così come quella italiana, possiede una cifra stilistica propria, pur richiamando esplicitamente alcune battute e gag dell’opera di Oz. Se tra l’uscita di Funeral Party, nel 2007, e quella del suo primo remake, Il funerale è servito, è trascorso poco tempo, i quasi vent’anni che separano il film britannico dal lungometraggio italiano dimostrano quanto un’opera, soprattutto se appartenente al genere comico, debba adattarsi non soltanto alla nazionalità di riferimento, ma anche al contesto storico e culturale in cui si inserisce. È proprio questo a rendere Un tranquillo funerale di famiglia un film anacronistico: la ricerca della risata si affida a logiche e trovate ormai stantie, che sembrano trasportare sullo schermo, fino ai giorni nostri, una comicità appartenente a un’altra epoca.
Una comicità superata
La quantità di battute inappropriate è incalcolabile e il modo in cui vengono recitate dagli interpreti risente inevitabilmente della loro intrinseca vetustà. Un film che ha ancora bisogno di scenette basate su termini razzisti o di ricorrere a frecciatine grassofobiche del tutto gratuite, che non aggiungono nulla alla caratterizzazione dei personaggi. La questione centrale della commedia contemporanea non riguarda soltanto cosa si voglia o si possa dire, ma anche come e perché lo si dica. Esistono casi in cui una presa in giro legata alla razza, al corpo o al genere contribuisce a definire il carattere dei personaggi o a dare significato alla storia; qui, invece, il ricorso a simili espedienti è talmente gratuito da risultare fuori luogo in ogni occasione.
È vero che, talvolta, battute di questo tipo possono essere concepite unicamente per far ridere, ma perché funzionino è necessario intravedere una certa brillantezza nella loro scrittura, capace di farci ridere dei film e, al tempo stesso, insieme ai loro personaggi. Una qualità che in Un tranquillo funerale di famiglia manca del tutto. Non si tratta di essere bacchettoni o di non saper più ridere di nulla, ma semplicemente di riconoscere e comprendere il cambiamento dei tempi.
Un cast inspiegabile
A sostegno dell’opera, però, c’è un cast che è evidente non consideri il film allo stesso modo. Gli unici sorrisi che riesce a suscitare il film sono infatti dovuti più alle personalità dei singoli interpreti che alla scrittura e alla direzione dei personaggi. Come con Pietro Sermonti, un mattatore la cui sola presenza provoca ilarità e risate, o l’Edoardo Ferrario che per debuttare al cinema non poteva scegliere progetto peggiore, ma da cui esce molto meglio di tanti suoi colleghi del film. Nemmeno una carismatica Claudia Pandolfi è riuscita a salvarsi, incastrata come altri in un film guasto, anacronistico, con tanto di canzone originale finale scritta sempre da Massimiliano Bruno, insensata in quel momento e in quel modo, e con un testo brutto, davvero brutto, come tutto ciò che si è visto prima.
Anche se Un tranquillo funerale di famiglia riprendesse fedelmente Funeral Party, anche se ci fossero riferimenti precisi e scene simili, non accorgersi che gli anni sono passati e che la comicità ha bisogno di evolversi è il più grave degli errori che chi scrive (comicità ma non solo) non dovrebbe mai fare. Perché il risultato, poi, è un’opera superata come Un tranquillo funerale di famiglia.











































