"Fjord" è un impressionante lavoro di scrittura Il film di Cristian Mungiu è vincitore della Palma d’oro a Cannes e arriva al cinema il 19 novembre

Ogni volta che Cristian Mungiu passa in concorso al festival di Cannes vince un premio. Solo con Animali selvatici nel 2022 rimase a mani vuote, ma la sua carriera è segnata da una serie di riconoscimenti ricevuti alla Croisette e ben due Palme d’oro la cui prima nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. La seconda arriva a quasi vent’anni di distanza con Fjord, in cui mette insieme il rumeno Sebastian Stan (che recita per la prima volta nella sua lingua natale) e la norvegese Renate Reinsve. Le nazionalità dei protagonisti sono molto importanti ai fini del racconto intavolato da Mungiu: una famiglia cristiana evangelica che da Bucarest si trasferisce in Nord Europa entrando in contrasto con gli usi e i costumi locali, scossi dall’ingerenza da parte della nuova collettività in cui si ritrovano e da cui verranno portati in tribunale.

Il personaggio di Stan, il capofamiglia Mihai Gheorghiu, viene accusato di maltrattamenti da parte della scuola frequentata dai figli. Il dubbio è quello di un comportamento inappropriato e violento che ha portato al coinvolgimento immediato dei servizi sociali per togliere alla famiglia l’affidamento della prole. Ma quanto è stata condizionata l’intromissione dai pregiudizi nei confronti di una famiglia straniera e quanto invece arriva da un'autentica preoccupazione nei confronti dei più piccoli? È su questa doppia linea che si confronta scena dopo scena Fjord, con una scrittura talmente precisa da non lasciare inespresso nulla da parte di Mungiu che, anzi, mette scoperte tutte le carte per dare al pubblico gli strumenti per poter prendere una posizione. O, in alternativa, di non prenderla affatto.

Perché Fjord non lascia detto allo spettatore cosa pensare. Quale parte prendere, per chi parteggiare e nemmeno dove si trova la ragione. Il che è l’arma più potente di tutto il film, soprattutto della scrittura di Mungiu. Un’opera la cui limpidezza dei fatti è l’espediente per mettere in discussione qualsiasi atteggiamento o frase pronunciata dai personaggi, ognuno di loro. È il conservatorismo di una famiglia, ferventemente religiosa, e il sentirsi in diritto dei loro nuovi vicini di mettersi di traverso per decidere dell’educazione e della crescita dei loro figli. Il reazionario e il progressista convivono in una frizione spiazzante, gestita ammirevolmente dalla sceneggiatura dell’autore che riesce a creare un’ambiguità talmente sottile da non risultare immediatamente percepibile allo sguardo e all’orecchio del pubblico. Una sottile ambivalenza che si insinua sibillina, suggerendo una possibile controversia senza che lo spettatore se ne renda nemmeno conto.

In un cinema in cui tutto è sempre più dogmatico per paura dell’equivoco, Fjord riesce a regalare allo spettatore un momento di dubbio. Forte della grandezza di un cinema che sa essere tale proprio quando non ha paura di mettersi di traverso, il film è sostenuto dal talento di un autore che si spoglia di tutto il superfluo per essere, sul piano registico, il più nitido possibile - gelido come il fiordo in cui vanno ad abitare i protagonisti. Misurati e precisi sono tanto la loro direzione quanto le performance che restituiscono, in un riuscito duetto tra Sebastian Stan e Renate Reinsve (alla loro seconda collaborazione dopo A Different Man del 2024). Una Palma d’oro che è arte e politica, intese come accensione di una coscienza: la presa d’atto che anche dentro le nostre idee possono generarsi dei cortocircuiti.

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