"Cambogia" insegna agli attori che bisogna voler bene ai propri personaggi Il debutto di Valerio Lundini alla regia è passato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma

Non c’è niente di più comprensibile, ma insieme di più antipatico nel sentire e vedere un attore o un’attrice ripudiare o mostrarsi insofferente rispetto ad un ruolo che ha interpretato e che è diventato iconico. Una di quelle parti che ti permette di farti conoscere dal grande pubblico, di essere talmente noto e ammirato da entrare nell’immaginario. Ruoli che possono essere una croce, ma di cui non si può ignorare l’infinita fortuna che hanno portato e che è davvero da ingrati trattare con disistima o sufficienza. Atteggiamenti che non tutti gli interpreti hanno o non necessariamente così spesso, ma che esistono e che prendono una piega inaspettata in Cambogia.

Il film è l’opera prima di Valerio Lundini, comico che dalla tv passa al suo debutto da sceneggiatore e regista, dopo aver già recitato in ruoli di supporto in lavori come, tra gli altri, La vita da grandi in cui interpreta il ruolo di se stesso o da protagonista come ne Il più bel secolo della mia vita. Una personalità che se prima ha deciso di avventurarsi in territori inesplorati con la televisione italiana (ricordiamo: Una pezza di Lundini e Faccende complicate), fa più o meno lo stesso con un film che è una commedia, che è una storia di periferia, che è un crime cruento e che è la presa in giro, bonaria e velata ma non per questo meno pungente, di un’industria dello spettacolo con i suoi vizi e le idiosincrasie. 

Lundini, che è anche protagonista di Cambogia, veste i panni di Valerio De Nicolais, attore serio, come piace definire o essere definiti da alcuni, che si è stufato di interpretare il ruolo di Tramezzino nello show che prende il nome dal titolo del film. Una parodia seria di opere di successo come Gomorra e Romanzo criminale, dove ogni frase è enfatica e il tradimento è dietro l’angolo. Un titolo di successo con cui però Valerio si è stancato di avere a che fare, preferendo far morire Tramezzino invece che proseguire con un’altra stagione. Un addio che non sarebbe così difficile se, improvvisamente, l’attore non si ritrovasse nella vera Cambogia. Non, cioè, sul set della serie, ma nella serie. Uno switch misterioso e potenzialmente mortale che potrebbe portare alla fine dei giorni di Valerio De Nicolais. Perché, un po’ richiamando un oggetto quale l’almanacco di Ritorno al futuro, l’attore ha un ordine del giorno con tutte le ultime scene che dovranno essere girate e in cui sull’ultima pagina è segnata la morte del personaggio.

Il riferimento a Robert Zemeckis potrebbe non essere il solo perché Cambogia, con la sua forza propulsiva, è un esempio che trae a piene mani dal cinema più rocambolesco, più burlesco, quello che sa bene cos’è un McGuffin e non ha paura di usarlo. Che vede due mondi divisi a metà dove uno è reale, mentre nell’altro tutto è concesso. Almeno a chi lo ha scritto, ovvero Lundini insieme ai co-sceneggiatori Francesco Agostini e Matteo Tiberia. Un’anima cartoonesca come per Zemeckis era la suddivisione tra mondo degli umani e mondo animato di Chi ha incastrato Roger Rabbit. E con un’inventiva che per il panorama italiano è senz’altro una sfida, ma riuscita e lodevole, soprattutto creativa e divertente come Lundini ha dimostrato già di essere in televisione, a teatro o anche nella musica col suo gruppo i VazzaNikki. 

Un fare dentro e fuori un cosmo conosciutissimo da qualsiasi spettatore, che abbia visto esempi come Gomorra o meno, che delle esagerazioni e estremizzazioni di quell’universo ne sa benissimo. Ribaltate in un’opera che, alla fine, parla dell’amore che si può e si deve provare per i personaggi, come è fondamentale voler loro bene perché non sai mai quale fine potranno (o potrai) fare. Un film che è però anche un gioco e come tale è possibile prenderlo, ammirandone il lavoro di acuta scrittura e lasciandosi trascinare dall’umorismo tutto personale di Valerio Lundini. 

 

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