
"Wild Horse Nine" di Martin McDonagh è tenero e spietato insieme Con un John Malkovich da premi
Con Wild Horse Nine siamo nel Cile del 1973, ma molto presto ci spostiamo nel verde dell’Isola di Pasqua. Un luogo simile seppur diverso dal teatro della storia precedente del suo regista e sceneggiatore Martin McDonagh, Gli spiriti dell’isola, in cui viene messo in scena un rapporto rovesciato rispetto a quello dei protagonisti John Malkovich e Sam Rockwell, duo principale contornato dai colleghi Steve Buscemi e Parker Posey. Se nel film del 2022 Brendan Gleeson decide di non voler più essere amico di Colin Farrell, stavolta tra la coppia di agenti della CIA intercorre una relazione lavorativa e umana profonda, più di quanto un primo sguardo potrebbe far pensare.
L’amicizia torna nel lavoro di McDonagh, con Wild Horse Nine in cui è il tema principale oltre che motore di sentimenti che in genere non sono mai stati così teneri all’interno della filmografia dell’autore irlandese. La commozione e l’empatia appartengono spesso ai registri utilizzati nei suoi racconti, velati però solitamente da una rabbia (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) o da una malinconica angoscia (Gli spiriti dell’isola) che il film con Malkovich e Rockwell si lascia alle spalle.
La penna di McDonagh, invece, resta brillante ed arguta, non dà sconti a nessuno e ciò permette di mettere in prospettiva i comportamenti discutibili dei protagonisti con la loro professione. Ma nella maniera in cui descrive i personaggi, le cui azioni non è detto che corrispondano con ciò che stanno attraversando, c’è senz’altro un occhio di riguardo, come una carezza da parte dell’autore.
Lo stesso buffetto che Rockwell scambia con Malkovich, indisponente e chiacchierone mentre è alle prese con un tormento che lo affligge. Un momento di una tenerezza inattesa tra questi due uomini alle prese con una piccola pausa dalla loro missione per destabilizzare la democrazia in Cile, con il veterano che fa un sunto di cosa è stata la sua esistenza fino a quel momento, domandandosi se anche i dinosauri hanno un’anima e se c’è qualche nazista che potrebbe finire in paradiso. I dialoghi continuano ad essere gli elementi trainanti delle opere di McDonagh, il quale crea una circolarità negli argomenti e nei piccoli set up che riprende in seguito per renderli dei pay off divertenti e puntuali. Mantenendo come tappeto i conti che qualsiasi persona deve fare quando sente che la sua vita sta finendo.
John Malkovich è in una forma smagliante mentre deve vestire i panni del suo agente alle prese con le somme da tirare di un’intera esistenza. Sboccato e diretto, dietro alla scintilla dei suoi occhi c’è un desiderio disperato di comprensione. Col suo personaggio intento a voler scrivere un memoir, non riservando omissioni e parlando a briglia sciolta dei segreti che l’agenzia non vorrebbe mai venissero fuori. Un ruolo che valorizza il talento di un interprete che non sempre è riuscito ad essere sottolineato adeguatamente negli ultimi anni, esclusa la parentesi televisiva del 2019 che lo vedeva Papa per Paolo Sorrentino nella seconda stagione The New Pope. E che forma un duetto affabile nella violenza del loro lavoro insieme al compare Rockwell, che negli universi dell’autore ci sguazza con piacere.
Ed è proprio questa inaspettata dolcezza che fa di Wild Horse Nine un tassello inedito seppur perfettamente integrato nella filmografia di Martin McDonagh. Che colpisce il pubblico alternando schiaffi e carezze mentre fa insieme ai protagonisti questo viaggio per scoprire i moai dell’Isola di Pasqua e cos’è che nella vita ci lasciamo dietro. Un film per cui si vedrebbe di buon grado John Malkovich stringere tra le mani la Coppa Volpi alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia, dove il film è presentato in anteprima, o concorrere nella prossima stagione degli Oscar. Un altro ottimo film per McDonagh, tra gli sceneggiatori più pregiati della cinematografia moderna.










































