
La controcultura nella moda è ancora possibile?: Intervista a Eugene Rabkin Il fondatore di StyleZeitgeist ci racconta tutto quello che non si può dire ad alta voce
Esiste una generazione di critici di moda che ha visto tempi migliori, letteralmente. Negli anni ’90 e fino ai primi 2000 ha vissuto una moda diversa: più libera di rischiare, più indipendente, più accessibile, più fantasiosa. Oggi le cose sono molto cambiate. Tra fondi d’investimento e report trimestrali, interi dipartimenti amministrativi che sono calati sul mondo creativo con tutto il gelo di una burocrazia e ostacoli economici che spuntano da ogni lato, la moda è entrata in una fase nuova e strana, che ha visto questa fabbrica dei sogni perdere progressivamente la propria anima.
Lo notiamo ogni volta che le passerelle si affollano di nomi, hype e collaborazioni, e ogni volta ci chiediamo, con un misto di stanchezza e nostalgia, dove sia finita quella cosa scomoda e rara che un tempo si chiamava visione. Pochi osservatori hanno saputo mettere a fuoco questo smarrimento con la lucidità tagliente di Eugene Rabkin, fondatore del magazine StyleZeitgeist e da anni voce fuori dal coro di un sistema che preferisce i complimenti alle domande scomode. Dopo molti anni trascorsi nelle trincee della moda, Rabkin ha pubblicato il suo primo libro, Torn: Fashion And Postmodernism, in cui offre uno sguardo complessivo e unitario su un’industria globale i cui meccanismi ha avuto modo di esplorare a lungo. Il volume è edito da Zer0 Books, la casa editrice londinese fondata dal defunto filosofo Mark Fisher, autore di Capitalist Realism: Is There No Alternative.
Questa intervista, che pubblichiamo oggi, risale in realtà a qualche tempo fa: l’avevamo raccolta proprio quando Rabkin stava scrivendo il suo libro, come lui stesso ci disse, e ci è sembrato naturale presentarla in questo nuovo contesto ora che, con il nuovo volume, il discorso di Rabkin ha trovato la sua sede più compiuta. Le sue tesi sul postmodernismo come chiave per capire l’impoverimento creativo del settore, sul cortocircuito tra immagine e sostanza, sul potere che ha eroso l’autorialità anticipavano con precisione chirurgica un dibattito che oggi, tra un red carpet e l’altro, sentiamo riesplodere a ogni fashion week.
Rileggerla adesso significa scoprire quanto poco, in fondo, sia cambiato e quanto ci sia ancora bisogno di voci disposte a chiamare le cose con il loro nome.