
Chi esce vincitore dalla cancellazione del Met Gala di John Galliano? Le pressioni verso il designer sono state molte, ma ora è più popolare che mai
Nel linguaggio dei media, il cosiddetto “Streisand Effect” si riferisce al fenomeno per cui i tentativi di cancellare una certa informazione non fanno che portare altra visibilità sull’informazione stessa. Spostandolo nei termini dell’ormai defunta cancel culture, si può dire che il tentativo di cancellare qualcosa o qualcuno non fanno che dargli ulteriore notorietà. E sembra proprio questo il caso della cancellazione della mostra John Galliano: Horizons al Met di New York. L’intero mondo della moda adorava quasi senza riserve l’idea di un tributo così rilevante al designer vivente più amato di tutti,, peccato che delle riserve ci fossero. Erano quelle dei donatori, mecenati e patroni del Met Gala che, indignati, hanno minacciato di sospendere le proprie vitali donazioni, portando il designer stesso e i direttori del museo a fare retromarcia.
Certo, il punto che sicuramente è stato portato avanti dai finanziatori del Met riguarda un incidente diplomatico abbastanza grave nella società di oggi (di cui vi riportiamo la storia in questo articolo). A oltre un decennio dall’infame tirata del designer al La Perle di Parigi, viene da chiedersi se la repressione mediatica è effettivamente preferibile a una più profonda ricontestualizzazione. Cancellare John Galliano: Horizons, dopotutto, non farà che accrescere la fama del designer e aumentare il desiderio di vedergli dedicata una monumentale retrospettiva che ne celebri l’impatto.
Scuse, dubbi, esili
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Quando il terribile incidente si verificò, Galliano era un uomo a pezzi. Bruciato dal lavoro e in preda alle dipendenze, vide la sua carriera polverizzata, se stesso divenuto un pariah intoccabile e tutto ciò che aveva fatto fino ad allora gettato nel fango. Se Galliano recuperò tutto fu perché ricominciò da zero, grazie anche alla scommessa di Renzo Rosso che dopo tre anni di semi-esilio dalla moda gli diede la direzione di Maison Margiela.
Il designer domandò scusa infinite volte, affrontò un intero percorso di riabilitazione sia dalle proprie dipendenze che nei confronti della comunità ebraica che aveva così gravemente insultato: percorsi educativi con il rabbino Barry Marcus e con il direttore della Anti-Defamation League, Abraham Foxman. Nel 2015,chiese scusa pubblicamente nella sinagoga di Londra, scuse che furono poi immortalate nuovamente nel documentario High & Low che le iscrisse per sempre nel canone storico della moda. Lo stigma lasciato sulla reputazione del designer è indelebile, codificato in modo eterno in ogni narrazione che lo circonda.
Ci sono però due grandi “eppure” da mettere sulla vicenda. Il primo riguarda Galliano stesso. Sia il giornalista Louis Pisano che la pubblicista di moda Lauren London hanno detto che gli atteggiamenti offensivi del designer non sarebbero un caso isolato, ma farebbero parte di uno schema ripetuto. L’incidente menzionato da Lauren London, che sarebbe avvenuto nel 2019 in una spa a Merano, è stato dichiarato falso dai portavoce di Galliano facendo finire l’intera situazione in uno stallo in cui è la parola di lei contro quella del designer. Un’utente di Twitter di nome Isabel Corneille ha scritto che gli atteggiamenti offensivi di Galliano sarebbero pure continuati dopo l’incidente del 2011,pur fornendo, anche qui, prove puramente aneddotiche.
Il secondo “eppure” da fare riguarda la reputazione di Galliano. Il designer, mostra del Met o no, gode della stima più o meno pubblica di chiunque nella moda. Il suo esilio è in fondo durato tre anni, durante i quali ha continuato a lavorare al Central Saint Martins e ha anche disegnato una collezione stagionale per Oscar de la Renta come guest designer. In questo periodo, le sue collezioni e soprattutto i suoi abiti d’archivio non sono stati banditi, ma hanno continuato a guadagnare elogi e negli ultimi anni, tra pezzi d’epoca e rifacimenti moderni sono stati molto presenti tanto sui red carpet più importanti che nei moodboard online. Si è trattato di un vero esilio?
Che effetti avrà questa cancellazione?
My brain is refusing to let me think Anna wintour could be this naive follow me light conspiracy theory: she knew he was never realistically getting both Zara & the Met, but if she played her cards right, she could turn the whole thing into leverage. Let him make the step down… https://t.co/kqJZGecMQV
— Hifashion (@HifashionPages) August 31, 2026
Sembra chiaro che Galliano non vedrà, mentre è ancora vivo, una mostra del Met dedicata a lui. E già in effetti il dedicare una mostra a un designer vivente (per meritevole che fosse, almeno sul piano artistico e culturale) è un onore così grande che forse dovrebbe essere postumo. La sconfitta diplomatica vera, forse, è di Anna Wintour che ha provato a fare accadere la mostra scoprendo che ci sono poteri più grandi del suo: ha ancora molta influenza, ma non ha più l’egemonia. Ma chi coglierà questa occasione? Il punto è proprio che i sono altri musei che potrebbero accogliere una retrospettiva su Galliano.
Così come la più famosa mostra di moda al mondo, Alexander McQueen: Savage Beauty, fu organizzata al Met ma poi venne allargata e ampliata notevolmente al V&A Museum di Londra, anche una potenziale retrospettiva su Galliano potrebbe essere ospitata in numerosi musei di grande rilievo senza che la cosa diventi uno scottante caso mediatico e politico. Il punto è proprio il fatto che la mostra sia stata cancellata l’ha resa ancora più desiderabile, più epocale, più controversa. È lo Streisand Effect di cui si parlava prima
Alla moda,figure geniali che hanno commesso sbagli più o meno imperdonabili non mancano affatto. Ci sono designer che hanno messo in vetrina accessori razzisti, che si sono quasi rovinati insultando intere nazioni, che hanno portato in passerella turbanti e camicie di forza e che hanno dovuto profondersi in scuse. Yayoi Kusama, da poco scomparsa, è ricordata per diversi commenti a sfondo razzista, così come anche Karl Lagerfeld. E sulle frequentazioni di Coco Chanel durante la Seconda Guerra Mondiale c’è poco da poter negare, cambia al più l’interpretazione morale dei fatti.
Il punto è che separare l’arte dall’artista è una cosa che il pubblico, storicamente, fa a prescindere. Chi si accosta alla moda oggi e studia John Galliano vedrà le sue collezioni, il suo lavoro e anche le sue problematiche (il designer creava caricature culturali a destra e a manca nelle sue collezioni, inclusi costumi da nativo americano e da talebano) ma, se non gli viene ricordato, non saprà nulla di quella notte a La Perle nel 2011. Si può dunque punire l’uomo-Galliano, e gli si può a ragione negare il piedistallo più importante del mondo ma se la sua condanna è già pronunciata e sancita, così è anche la sua fama. Il castigo che riceve oggi non servirà che a farne una vittima nel lungo termine. E il pubblico amerà sempre un underdog che lotta per la rivalsa.