
Come gli uomini hanno cominciato a mettere la camicia con foulard I significati della lavallière nel menswear

Nel libro “La vita delle forme” Alessandro Michele dice che costruire un abito equivale a comporre una frase perché i vestiti, come le parole cambiano forma e significato. Esistono però abiti capaci di sfidare ogni sintassi, come la camicia con foulard (in francese lavallière). Questo capo, indossato da corpi diversi e identità distanti nel tempo, ritorna periodicamente nelle sue varianti tra le proposte della moda contemporanea e sui red carpet esprimendo sempre una sorta di enigma sartoriale, un gioco di stile in cui le regole cambiano continuamente, riscrivendo ogni volta il confine tra passato e presente, decoro e disordine, maschile e femminile.
Storia della lavallière: un gioco tra generi
Il nome di questo capo è un omaggio a Louise de La Vallière, la "favorita" di Luigi XIV, passata alla storia per la sua predilezione verso quei cravattini di seta che sottrasse al guardaroba maschile della corte reale. La leggenda vuole che sia stata proprio lei a ideare questa camicia con fiocco integrato trasformando un accessorio rigido in un ornamento morbido. Da quel momento, nel corso della storia, la lavallière è diventata oggetto di un continuo gioco di generi ed identità indossata dai poeti romantici per rimbalzare tra le Gibson Girl del primo novecento. Se prima da Coco Chanel e poi da Yves Saint Laurent la camicia si afferma come simbolo di emancipazione ed androginia, negli anni ’80 il capo vive una sorta di sdoppiamento di personalità: da un lato la pussy bow blouse diventa uniforme della donna in carriera, una scelta che da Margaret Thatcher fino a Kamala Harris comunica ancora oggi una compostezza borghese e rassicurante, dall’altro, nel guardaroba maschile, la camicia compie un percorso inverso e diventa strumento per scardinare il binarismo.
Nelle mani di artisti come David Bowie e Prince il capo smette di essere bon ton per farsi regale, erotico e provocatorio. In questo contesto la lavallière assume una valenza profondamente queer, nonostante - ironia della storia - questo coincida proprio con il momento in cui il capo torna nel guardaroba maschile. È qui che il gioco delle forme si fa sottile: proprio come una parola che cambia senso a seconda della frase in cui è inserita, la lavallière indossata da un uomo nel 1980 non comunica più l'appartenenza aristocratica di un nobile di Versailles, ma il rifiuto di quella stessa norma che l'aveva confinata nel baule delle signore borghesi. Non è solo un ritorno alle origini, è una riscrittura.
Il rilancio della lavallière nella moda contemporanea
Se tra gli anni ‘70 e ‘80 la lavallière era stata confinata quasi esclusivamente a costume di scena, è a metà degli anni 2000 che torna prepotentemente nel menswear. È stato Alessandro Michele, nella sua collezione di debutto da Gucci (FW15), a reintrodurre il capo riesumato dall’armadio dei ricordi e nel quale entrambi i generi possono specchiarsi. Successivamente, nella FW20 di Celine, Hedi Slimane ha reso la camicia più sofisticata facendo sfilare i suoi hedi boys che, a metà tra l’essere dei dandy e delle rockstar, sfoggiavano levallierie di seta sotto giacche di jeans o completi di velluto.
Negli ultimi anni la lavallière ha cambiato pelle ancora una volta grazie ad Anthony Vaccarello: in una sorta di viaggio a ritroso nell’heritage della Maison, lo stilista ha trasformato la blusa flou nel nuovo elemento identificativo dell'uomo Saint Laurent. È una mascolinità che si specchia in una sottile silhouette femminile, rubandone la leggerezza e il mistero. Nella SS24 in modo particolare, le lavalliere portate a spalle scoperte restituiscono un‘immagine più erotica e seducente e quindi meno rigida ed ingessata del completo sartoriale.
Le ultime passerelle confermano l'ubiquità della lavallière. Stefano Gallici la immerge nell'oscurità di Ann Demeulemeester mentre Valentino la nobilita con lavorazioni couture. Se per Tom Ford e Dolce & Gabbana il colletto della camicia diventa una sottile sciarpa con frange di seta, altri brand, in virtù del dilagante ritorno delle cravatte, propongono sciarpe annodate come delle lavallière: nelle collezioni recenti di Sacai, Bed J.W. Ford e Todd Snyder troviamo foulard sottili nascosti o integrati direttamente nel design delle camicie.
La camicia più chiacchierata sul red carpet
L’apparizione più recente della lavallière ha il volto di Connor Storrie. Per il suo debutto al Met Gala 2026, l’attore si è presentato in un total look Saint Laurent composto da un blazer fasciante che celava una blusa a pois, il cui fiocco si scioglieva in un drammatico strascico, rivelatosi nella sua interezza solo quando Storrie ha tolto la giacca sul carpet mostrando le braccia scolpite. Chloe Malle, parlando al podcast di Vogue, ha descritto l’istante in cui Connor Storrie ha deciso di sfilarsi il blazer: un gesto seguito da un boato all'esterno del Met capace di eclissare persino l’accoglienza solitamente riservata a Rihanna. Eppure, nonostante l'entusiasmo della folla, il look ha spaccato in due la critica.
Se per molti la scelta della lavallière era fin troppo minimalista o addirittura "pigra" rispetto al tema Fashion Is Art, per altri era perfettamente a fuoco: è il corpo stesso di Storrie, nella sua perfezione plastica, a farsi opera d'arte. E mentre nei corridoi del fashion system si sussurrava che lo strip-tease non fosse in scaletta, questo evento conferma quanto la lavallière sia ancora un capo capace di rendere il corpo maschile un territorio di discussione. Storrie non è stato il solo ad indossare il capo al Met di quest’anno: anche Bad Bunny ha giocato la carta della camicia col fiocco, proposta in modo decisamente più composto, esaltandone il suo fascino “retrò”. L'artista portoricano, infatti, grazie al trucco prostetico, è apparso sulla passerella invecchiato di vent’anni, indossando un completo sartoriale disegnato da lui stesso e confezionato da Zara (un richiamo all’abito “Bustle” del 1947 di Charles James).
Qualche effetto collaterale
Non è la prima volta che questa camicia agita le acque del Met Ball. Nel 2019, anno del Camp, Harry Styles fece il suo ingresso sul carpet con una blusa Gucci trasparente, firmata da Alessandro Michele. Quella lavallière, portata con un orecchino di perla e un’attitudine quasi rinascimentale, scatenò un acceso dibattito: se da un lato fu celebrata come un inno a una mascolinità più libera, dall’altro espose il cantante ad aspre critiche di queerbaiting. Qualche anno dopo la stessa sorte toccò a Timothée Chalamet che nel 2022, durante il Festival del Cinema di Venezia, sfilò sul carpet con indosso una lavallière rossa, firmata Haider Ackermann. La schiena scoperta di Chalamet divise i giudizi drasticamente: chi liquidò l’outfit come un’esibizione poco consona al decoro del Festival e chi, al contrario, ne celebrò l’intento avanguardistico.
Naturalmente, non è necessario avere il bicipite di Connor Storrie per cedere al fascino della lavallière. Al di là dei colpi di scena da Met Gala, nel fashiontok hanno già eletto l’erede della cravatta: basta setacciare Vinted per scovare lavallière vintage di Celine o Saint Laurent, pronte ad essere indossate ed annodate, continuando nel presente quel gioco di nodi e forme iniziato secoli fa a Versailles.






































































