Ma allora l'AI ci rende stupidi o no? La verità è che non è ancora ben chiaro

Da tempo sull'internet circola la convinzione secondo cui l'utilizzo prolungato dei sistemi di intelligenza artificiale, come ChatGPT, limiterebbe in modo più o meno significativo la capacità delle persone di ragionare e risolvere problemi autonomamente. È stato proprio per questo che Wired ha parlato della questione, riprendendo uno studio condotto da alcune delle più prestigiose università anglosassoni.

Se da un lato è vero che l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla vita quotidiana e sulle capacità cognitive delle persone ha generato numerose discussioni, dentro e fuori il settore, dall'altro – nonostante il crescente interesse per l'ambito – le ricerche disponibili sono ancora piuttosto limitate: allo stato attuale, in sostanza, è difficile prevedere in che modo l’AI possa realmente influenzare nel lungo periodo il pensiero, il ragionamento e i processi decisionali degli individui – ammesso che lo faccia.

È troppo presto per capire gli effetti dell'AI sulle persone?

@david_epstein

Brain first. AI second. An MIT study found that students who started essays with ChatGPT remembered less (almost nothing, really) and showed weaker reasoning. When they thought first and used AI second, though, their writing and recall improved. Use the tool to amplify your thinking, not replace it.

original sound - david_epstein

Gran parte degli esperti attivi nel campo dell'intelligenza artificiale sostiene che gli studi in questione, per quanto interessanti, non dovrebbero essere interpretati come prove definitive sugli effetti di questa tecnologia sulle capacità cognitive umane. Molte delle ricerche finora pubblicate, infatti, si basano su campioni ridotti, contesti sperimentali e test che difficilmente riflettono il modo in cui le persone utilizzano realmente i chatbot nella vita quotidiana. Per comprendere l’impatto dell’AI nel lungo periodo gli stessi accademici ritengono che saranno necessari più studi – ancora più ampi, diversificati e condotti in condizioni più realistiche.

Molte delle ricerche sull’intelligenza artificiale rilanciate dai media e diffuse sui social network, come successo a quella presentata nel giugno 2025 dal Massachusetts Institute of Technology (MIT), negli Stati Uniti, sono inoltre dei “preprint”, cioè degli studi preliminari che non hanno ancora completato il processo di revisione e validazione da parte della comunità scientifica. In ambito accademico, infatti, i risultati vengono normalmente sottoposti al controllo di altri ricercatori prima di poter essere considerati affidabili – e questo processo di verifica può richiedere molto tempo.

I limiti degli esperimenti sull'AI

Gran parte degli studi che analizzano il possibile impatto dell’intelligenza artificiale sui processi cognitivi – come quello ripreso da Wired – tende a concentrarsi sugli effetti immediati o di breve periodo, senza però offrire indicazioni sulle conseguenze a lungo termine per la memoria, l’apprendimento o le capacità di ragionamento. Inoltre, la struttura stessa e le modalità di esecuzione di diversi esperimenti sull'AI rende difficile osservare come l’uso continuativo di strumenti come ChatGPT possa influenzare nel tempo il modo in cui le persone elaborano informazioni, prendono decisioni o sviluppano nuove competenze cognitive.

Da quando i sistemi di intelligenza artificiale si sono diffusi su larga scala, soprattutto grazie al successo dei prodotti di OpenAI, moltissime persone hanno iniziato a interagire con i chatbot attraverso modalità più immediate e naturali. Nella maggior parte dei casi, però, questi strumenti vengono utilizzati per risolvere compiti relativamente semplici – come riassumere testi, tra le altre cose. Anche per questo motivo, è ancora difficile stabilire quale impatto possano avere sul modo di pensare degli individui, sia dal punto di vista neurologico sia da quello psicologico. Del resto, comprendere gli effetti cognitivi delle tecnologie sulle persone, nel lungo periodo, è di per sé un'operazione piuttosto complessa, anche nel caso di strumenti molto più consolidati, come i libri, la televisione o Internet stesso – per i quali non sono ancora del tutto chiari i possibili meccanismi di influenza sul cervello umano.

Continua a leggere