I padiglioni da non perdere alla Biennale d’Arte di Venezia E cosa raccontano su di noi

I padiglioni da non perdere alla Biennale d’Arte di Venezia  E cosa raccontano su di noi

Siamo stati alla Biennale d'Arte di Venezia e, questa più di altre, è stata senz’altro una delle edizioni più movimentate degli ultimi tempi. Il tema della 61ª Esposizione, In Minor Keys, è una dedica diretta alla curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente lo scorso autunno. «La gioia di un’arte autentica, che tanto somiglia alla vita vera», ha commentato il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, «È una Mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona, che ritrova il senso dello stare al mondo riprendendo le misure rispetto agli elementi della terra, e guardando di nuovo il cielo». In effetti, l’edizione del 2026, già dai giorni di pre-apertura, è sembrata contemplare il contesto sociopolitico attuale e le criticità che lo caratterizzano, tra finanziamenti a rischio, cortei e scioperi.

Per quanto dissestata e concitata, abbiamo vissuto la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia come forse non accadeva da anni, non solo attraverso le mostre in programma. E se negli ultimi giorni  hanno ricominciato ad aleggiarvi le critiche di coloro che sostengono che l’arte non sia politica e che, assolutamente, non debba esserlo per mantenere la propria sacralità e autenticità espressiva - il che corrisponde già di per sé a un paradosso - in questa edizione le storie e l’umanità degli artisti non parlavano soltanto del fare arte, ma di un modo di vivere nei suoi aspetti più stratificati, come l’essere cittadini del mondo. Ed è proprio attraverso una narrazione curatoriale attenta, autentica ed estremamente realistica che In Minor Keys è riuscita a operare e a lasciare un segno nel panorama dell’arte contemporanea.

Padiglione della Spagna - Los Restos

Abituati alle videoinstallazioni e agli ambienti “digitali” immersivi, Los Restos è un intervento ambientale che rivendica l’analogico, attraverso un’operazione che al contempo richiama il dinamismo delle immagini, che ricoprono e invadono interamente lo spazio, e la lentezza ostinata dei processi mentali richiesti dalla contemplazione di ogni immagine affissa. Un invito dentro una sorta di “mercatino delle pulci” o wunderkammer di Oriol Vilanova, artista da tempo impegnato in una pratica di raccolta e riattivazione di materiali effimeri, qui affiancato dal curatore Carles Guerra. Frutto di un collezionismo ossessivo durato vent’anni, il progetto raccoglie cartoline e fotografie dal carattere turistico che contemplano il turismo globale e, allo stesso tempo, ne replicano la dimensione totalizzante.

Una composizione di ephemera potenzialmente infinita, priva di un filo narrativo lineare, bensì immersiva. Appena si entra nel padiglione non si distingue la massa informe e multicolore delle immagini, ma avvicinandosi si può osservare una logica organizzativa che dispone le immagini per temi, colori e gruppi semantici visivi. Così, Los Restos lavora su una tensione costante tra accumulazione e perdita. Le cartoline, nate per trasmettere un’esperienza individuale, diventano nel tempo reliquie di una memoria frammentaria e instabile. Riattivate nel contesto della Biennale, non recuperano il significato originario ma ne generano di nuovi, mettendo in crisi i tradizionali dispositivi di legittimazione culturale legati all’istituzione museale.

Padiglione della Francia – Comme Saturne

Il progetto dell’artista franco-marocchina Yto Barrada, intitolato Comme Saturne e curato da Myriam Ben Salah, si presenta come un ambiente immersivo dove il tessile diventa dispositivo narrativo e critico. Se altri padiglioni richiamano una critica sociale e politica più diretta, quello della Francia lavora su un senso di inquietudine e riflessione attorno al fragile tessuto sociopolitico di cui, volenti o nolenti, ci vestiamo. Il titolo corrisponde già di per sé a una dichiarazione d’intenti, richiamando il pianeta Saturno, che governa il temperamento malinconico, il pensiero lento e la creazione nutrita di pazienza. Ma evoca anche l’ombra terribile della rivoluzione che, come il dio mitologico, finisce per divorare i propri figli. Yto Barrada traduce questa ambiguità attraverso il dévoré (“il divorato”), una tecnica tessile che prevede l’uso di acidi per corrodere il tessuto e che, in una poetica sospesa tra generazione e distruzione, dà forma allo spirito della contemporaneità.

Un ritratto multidisciplinare che attraversa la complessità, tra ironia e inquietudine, senza cedere alla paralisi della malinconia: dall’aquilone in pelle di capra sospeso tra cielo e terra, ai colori tenui del padiglione che nascondono il passaggio progressivo a una frammentarietà di blocchi narrativi; dalla Stanza delle Pieghe, dove drappeggi di lana reagiscono lentamente alla luce naturale sbiancandosi nel tempo e rimandando al Crono mitologico, sino al Laboratorio, spazio dedicato al rovesciamento delle gerarchie e all’eco dei Saturnali, e alla Sala Studio, un giardino di piante tintorie sviluppato dall’artista a Tangeri. Il percorso espositivo trova il suo culmine nella Stanza dei Divorati. Qui la tensione del processo chimico, insieme violento e generativo, si concretizza in un’aggressione alla materia, che si sfalda e si frammenta generando un’estetica dell’usura e dell’informe. Un luogo in cui la fragilità si manifesta come condizione politica ed esistenziale.

Padiglione della Grecia - Escape Room

A rappresentare la Grecia è Andreas Angelidakis con il progetto intitolato Escape Room, curato da Giorgos Bekirakis. L’installazione immersiva si inserisce nel solco della ricerca ibrida dell’artista, proponendo una riflessione critica sulle modalità attraverso cui interpretiamo il passato e abitiamo il presente, tra rovine classiche e architetture digitali. Qui la caverna platonica viene rielaborata come un ambiente immersivo e abitabile che, nell’attuale era della post-verità e dell’ascesa del populismo nazionalista, assume le sembianze di un’escape room: tra piano della realtà e del gioco, tra esperienza collettiva e simulazione, nel mondo delle immagini saturo di repliche digitali e illusioni.

Parallelamente, l’installazione analizza la storia stessa dell’edificio, inaugurato nel 1934, anno segnato dall’incontro a Venezia tra Hitler e Mussolini e dall’inizio delle persecuzioni naziste. Angelidakis interpreta i padiglioni nazionali dei Giardini come “grotte coloniali e fasciste congelate”, nate per trasmettere agende politiche specifiche. Attraverso un linguaggio che fonde reale e virtuale, l’artista sfida il visitatore a fuggire non solo dalla stanza, ma anche dalla narrazione propagandistica e dai populismi nazionalisti. Un baccanale contemporaneo che trasla un’esperienza notturna in uno spazio parallelo alternativo, in cui emergono strani artefatti: figure con braccia multiple, a metà tra divinità e avatar, ed elementi sospesi che sembrano scenografie o reliquie di un mondo instabile.

Padiglione del Giappone - Grass Babies, Moon Babies

Il percorso immersivo immaginato dall’artista nippo-americano Ei Arakawa-Nash è forse uno dei più popolari sui social. Qui i visitatori stessi diventano parte dell’esposizione e di una performance implicita: uno spazio condiviso e interattivo dove sperimentare gesti di cura in un’ottica informale e gioiosamente kitsch. Tutto il padiglione è orientato a sfumare i confini tra vita privata e performance pubblica. Al suo interno, e in parte anche all’esterno, i visitatori sono invitati a tenere in braccio e portare in giro una delle 200 bambole disponibili, del peso di cinque o sei chili ciascuna, con occhiali da sole specchiati, all’interno di una mostra popolata da altri bambolotti arrampicati su funi e sull’architettura dello spazio.

Se proverete a cambiare loro il pannolino, troverete un QR code attraverso il quale reclamare la vostra “poesia del pannolino”, coordinata con la data di “nascita” della bambola assegnata dagli operatori del padiglione. Le date correlate ai bambolotti non sono casuali, ma evocano momenti simbolici connessi alle esperienze personali dell’artista, diventato padre nel 2024, e alle dinamiche sociali che hanno cambiato, e stanno ancora cambiando, il Giappone e il mondo.

Padiglione del Lussemburgo - La Merde

La Merde, senza bisogno di traduzioni, è la videoinstallazione realizzata da Aline Bouvy o, forse, l’epiteto chiave dell’individuo contemporaneo. L’opera, curata da Stilbé Schroeder, affronta la vergogna come meccanismo sociale, interrogandosi su come i corpi vengano classificati, tollerati, disciplinati o relegati nell’ombra. Tutto, parlando di escrementi. È proprio il senso di vergogna di un atto tanto intimo quanto disgustoso, seppur naturale, a materializzarsi in un saggio cinematografico che esplora la vergogna come costrutto sociale attraverso la figura di un “essere-escremento” che attraversa diverse fasi della vita, incarnando ciò che la società tenta di reprimere. A metà tra l’assurdo, il grottesco, un inspiegabile senso di familiarità, repulsione ed empatia, l’opera analizza il concetto di “abietto” attraverso qualcosa di così universale e così legato alla vergogna, trasformando il corpo che non riesce più a trattenersi in una potente istanza politica e sovversiva. 

La Merde, che unisce un film, una composizione sonora spazializzata e un’architettura in acciaio rivestita di specchi, è paradossalmente un’opera basata su uno studio molto serio, che si allarga a una riflessione sulla violenza e la repressione sociale. Solo che lo fa attraverso la figura di un grande escremento antropomorfo che parla, cammina e scoreggia come una marionetta, interagendo con altri personaggi e “spruzzando” sul pubblico. Per quanto assurdo, il film,  proiettato in loop, affronta situazioni quotidiane in cui la moderazione viene imposta e appresa, in un’ottica di giudizio collettivo. Tutto questo accade all’interno di una struttura immersiva semicircolare, con superfici specchiate che estendono l’opera in tutto lo spazio del padiglione. I riflessi moltiplicano i visitatori e li immergono in una dinamica di osservazione e giudizio reciproco. L’installazione comprende anche E.T. The Excremential, un alter ego scultoreo che fonde il corpo dell’artista con la figura dell’extraterrestre di Spielberg.

C’è ancora qualcosa da dire

@nssmagazine The Venice Biennale Arte officially started this week, with the city filling up with events, exhibitions, and some familiar faces. Take a look at some of the outfits spotted along the canals. #biennalearte #venice #venezia #tiktokfashion #faikhadra audio originale - nss magazine

Tra i giorni di pre-apertura dedicati alla stampa e il primo giorno di apertura ufficiale al pubblico, la Biennale di Venezia ha registrato rispettivamente 27.935 accreditati, con una crescita del 4% rispetto ai giorni di pre-apertura del 2024. Il 9 maggio, primo giorno ufficiale dell'Esposizione, sono affluiti circa 10mila visitatori, con una crescita di circa il 10% rispetto alla prima giornata della Biennale Arte 2024. Questi dati dimostrano come l’arte contemporanea sia in grado di attirare pubblici sempre più ampi.

Nonostante le numerose polemiche, l’arte continua a essere uno strumento di espressione e di rappresentazione. Il passaggio mentale per cui l’arte debba rimanere “astratta”, distaccata dalla realtà quasi per preservare una propria sacralità, viene dunque messo in discussione. Lo si è visto dagli artisti in mostra: ognuno di loro, con i rispettivi apporti curatoriali, legge e interpreta la realtà restituendone un frammento sotto forma di percorso espositivo. Ciò che emerge dalla 61ª edizione della Biennale di Venezia è esattamente questo: una pluralità di voci e di visioni che non provengono da un solo Paese, ma da molti e, in tempi critici come quelli attuali, una collezione così vasta e variegata di frammenti di un reale altrui è estremamente preziosa, ed è bene che venga preservata.

Il senso dell’arte

La Biennale d'Arte non vuole essere un tribunale: a essere intellettualmente onesti, ad aggiungere un carico giudiziario alle opere sono spesso gli stessi spettatori polemici. L’arte racconta, a volte prende posizione, sì, ma non giudica. Rappresenta, interpreta e riorganizza ma, soprattutto, nel fare questo riunisce: diventa uno spazio di dialogo in cui assonanze e dissonanze coesistono, in cui la contraddittorietà della contemporaneità non è un valore da cui fuggire, ma un terreno sul quale muoversi, cogliendone le suggestioni e il campo di possibilità che rappresenta.

Forse, dalla costellazione di visioni della 61ª Mostra Internazionale d’Arte di Venezia, dovremmo apprendere una cosa fondamentale: un invito semplice, ma non semplicistico, a fermarsi e reimparare a osservare tralasciando il pregiudizio. La contemporaneità è stratificata e complessa, quindi è necessario fare un passo in più per «ritrovare il senso dello stare al mondo riprendendo le misure rispetto agli elementi della terra, e guardando di nuovo il cielo», come afferma Buttafuoco

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