
«Il vero artigianato è ciò che crei tu stesso da zero», intervista a Domenico Orefice Il designer racconta il DNA del suo brand a Pitti Uomo 109
L’approccio di Domenico Orefice alla produzione rimanda chiaramente alle origini del brand. Nato a Milano nel 2010, il marchio è profondamente influenzato dalla sartoria fiorentina grazie al percorso di studi del fondatore al Polimoda. Prima di approdare alla moda, Orefice si è dedicato a lungo al design: prodotti, arredi, interior e spazi espositivi sono stati oggetto di ricerca ben prima degli abiti. È anche per questo che, nelle collezioni del brand, il processo creativo parte dai materiali prima dalle silhouette.
In un metodo così fortemente orientato alla qualità prima della forma, Orefice e il suo team combinano la tradizione artigianale italiana con tecnologie contemporanee, mantenendo viva un’estetica estremamente attuale. Nel corso degli anni, il brand ha firmato diverse collezioni emblematiche: tra queste Man de Milan, una linea di mobili, oggetti e tessili che esplora l’identità milanese in collaborazione con l’azienda artigiana lombarda Fornace Curti; CottoMilano, progetto che reinterpreta il cotto tradizionale milanese attraverso tecnologie invisibili per Ceramiche Keope; e la panca Ce(d)rino in cedro massello, realizzata insieme a Riva1920.
Quanto è importante per te che l’innovazione si veda? E come dialoga con la sartorialità nelle tue collezioni?
Quando ho creato il brand volevo fare un sito diviso in due parti, una e-commerce e una di esperienza virtuale, ma mi sono accorto che purtroppo esistono competitor come Zara che puntano tutto sull’acquisto rapido. Però penso che oggi sia fondamentale un approccio innovativo per tutto quello che riguarda l’artigianalità, che è il fulcro del nostro brand.
Pensi che l’artigianato oggi sia più una questione di metodo o di scala?
Non si sa più chi fa artigianato, ma io penso che sia ancora quello che trovi in bottega. Le nostre collezioni sono artigianali, le facciamo noi con le nostre mani (io in prima persona): forse questo è il vero artigianato, non quello che si dà ad aziende esterne ma ciò che disegni e crei tu stesso da zero.
In che modo è cambiato il tuo modo di progettare rispetto all'inizio degli studi?
L'esperienza che mi ha dato il Polimoda durante e dopo gli studi è stata fondamentale, ma soprattutto il tipo di supporto che ha fornito. Ciò che realizzo tutt’ora è supportato da Polimoda, che ha sempre un occhio di riguardo per il futuro dei suoi alunni. Avere alle spalle una grande azienda che crede nel tuo progetto è fondamentale, ma sono ancora più importanti i rapporti che si instaurano con le persone che ne fanno parte. C’è un’azienda che si chiama Gruppo Cinque che ci supporta sin dalla collezione zero, e ancora oggi molti studi sono sponsorizzati da loro.
Con che aggettivi definiresti il tuo modo di lavorare?
Direi sicuramente sartoriale. Noi facciamo tutto, dal disegno al cartamodello, dal prototipo a qualunque cosa. Poi direi nomade per una questione di visione del brand, inteso come una persona che si sposta in continuazione e che si adatta ad ogni nuovo ambiente e alle sue difficoltà. Poi come terzo aggettivo forse sceglierei un verbo, cioè diventare riconosciuto più che conosciuto. Non come Domenico Orefice persona, ma come estetica che parte dalle forme e arriva fino a identificare il brand.
E che direzione sta prendendo l’estetica di Domenico Orefice oggi?
Il brand è sempre stato un ibrido tra sport e sartorialità. Con la crescita sono maturate le idee e il prodotto, perciò anche lo storytelling del brand è cambiato. Per quanto all’inizio fossi legato a questa filosofia, per cui utilizzavo tessuti tecnici come il nylon, abbiamo preso una visione più sartoriale pur mantenendo dettagli e silhouette del mondo sportswear.





























































