«Il vero artigianato è ciò che crei tu stesso da zero», intervista a Domenico Orefice Il designer ci ha raccontato tutto sul DNA del suo brand

La storia di Domenico Orefice si scrive tra Napoli e Firenze, due città apparentemente differenti che però condividono la stessa dedizione per l’artigianato - una per la sartoria, una per la pelletteria. Il designer si è trasferito lungo l’Arno da giovanissimo, all’età di quindici anni, per poi sviluppare dopo appena ventiquattro mesi il suo primo brand di accessori in pelle. Da allora, la passione di Orefice per il design di moda non ha fatto che crescere, motivandolo a cercare di raggiungere pubblici sempre più grandi e a formare un’estetica più forte

La svolta arriva durante gli anni di studi all’istituto Polimoda, dove consolida la sua visione e acquisisce maturità tecnica e creativa. Con il supporto dell’istituto e la voglia di portare i suoi design su passerelle più rilevanti, Orefice fonda un secondo brand, che porta il suo nome. Nato dalla fusione della sartorialità Made in Italy e dello sportswear contemporaneo, il marchio Domenico Orefice si sviluppa inizialmente online e offline, con progetti che spaziano dal Metaverso alle più tradizionali sfilate. Dalla Dubai Fashion Week a Milano, negli ultimi due anni Orefice ha vinto l’attenzione di buyer e insider del sistema moda, un successo che ha portato il brand a figurare tra i finalisti del Camera Moda Fashion Trust Grant 2024

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Oggi Domenico Orefice continua a sviluppare il suo progetto creativo attraverso nuove tecnologie, ma continua a riservare particolare attenzione alla scelta di una materia prima di qualità - come del resto vuole la tradizione sartoriale italiana. Non volta le spalle allo sportswear che ha influenzato i suoi primi design, ci racconta, ma sta cercando di affermare la propria estetica con nuovi codici estetici

Ci troviamo in una fase particolarmente delicata per la fashion industry, ma Orefice non sembra temere il rischio. Abbiamo avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere con il designer a Firenze, nel suo atelier.

Passare dal design alla moda non è così scontato. A che punto hai capito che il corpo sarebbe diventato il tuo spazio progettuale? 

Forse da bambino, proprio perché si trattava della prima esperienza con il corpo. Quando ero piccolo ovviamente mi vestiva mia madre, io non potevo decidere per me. A quell’età (sei, sette anni) si crea un rapporto con il corpo attraverso un punto di vista differente dal tuo, cioè quello dei tuoi genitori. Quando ho realmente capito con che tipo di silhouette volevo lavorare è stato quando ho preso più chili. Mi chiedevo come poter mostrarmi, così sono andato ad ampliare la spalla, ad allargare le silhouette, motivo per cui le linee del brand hanno spesso forme a clessidra oppure scendono dritte per nascondere il corpo. 

In questo arco di tempo ho cercato anche di sperimentare con il mio corpo su quello degli altri. Quando vesti queste silhouette su persone che sono magre diventa ancora più sexy la scoperta del corpo. Sotto questi abiti così grandi si cerca di immaginare la fisicità della persona, così diventa una scoperta continua. Ma ancora oggi non credo di aver scoperto completamente come voglio usare il corpo, sono ancora alla ricerca. 

Nelle tue collezioni, la ricerca parte sempre dai materiali. Cosa significa rispettare un materiale in un'epoca di sovrapproduzione? 

Noi giovani brand emergenti siamo quelli che possono realmente cambiare le regole del gioco. Io cerco sempre di utilizzare materiali che sono in stock sia per non creare collezioni troppo grandi, sia per una questione etica. 

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Quanto è importante per te che l’innovazione si veda? E come dialoga con la sartorialità nelle tue collezioni? 

Quando ho creato il brand volevo fare un sito diviso in due parti, una e-commerce e una di esperienza virtuale, ma mi sono accorto che purtroppo esistono competitor come Zara che puntano tutto sull’acquisto rapido. Però penso che oggi sia fondamentale un approccio innovativo per tutto quello che riguarda l’artigianalità, che è il fulcro del nostro brand.

Pensi che l’artigianato oggi sia più una questione di metodo o di scala?

Non si sa più chi fa artigianato, ma io penso che sia ancora quello che trovi in bottega. Le nostre collezioni sono artigianali, le facciamo noi con le nostre mani (io in prima persona): forse questo è il vero artigianato, non quello che si dà ad aziende esterne ma ciò che disegni e crei tu stesso da zero.

In che modo è cambiato il tuo modo di progettare rispetto all'inizio degli studi?

L'esperienza che mi ha dato il Polimoda durante e dopo gli studi è stata fondamentale, ma soprattutto il tipo di supporto che ha fornito. Ciò che realizzo tutt’ora è supportato da Polimoda, che ha sempre un occhio di riguardo per il futuro dei suoi alunni. Avere alle spalle una grande azienda che crede nel tuo progetto è fondamentale, ma sono ancora più importanti i rapporti che si instaurano con le persone che ne fanno parte. C’è un’azienda che si chiama Gruppo Cinque che ci supporta sin dalla collezione zero, e ancora oggi molti studi sono sponsorizzati da loro. 

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Con che aggettivi definiresti il tuo modo di lavorare? 

Direi sicuramente sartoriale. Noi facciamo tutto, dal disegno al cartamodello, dal prototipo a qualunque cosa. Poi direi nomade per una questione di visione del brand, inteso come una persona che si sposta in continuazione e che si adatta ad ogni nuovo ambiente e alle sue difficoltà. Poi come terzo aggettivo forse sceglierei un verbo, cioè diventare riconosciuto più che conosciuto. Non come Domenico Orefice persona, ma come estetica che parte dalle forme e arriva fino a identificare il brand. 

E che direzione sta prendendo l’estetica di Domenico Orefice oggi?  

Il brand è sempre stato un ibrido tra sport e sartorialità. Con la crescita sono maturate le idee e il prodotto, perciò anche lo storytelling del brand è cambiato. Per quanto all’inizio fossi legato a questa filosofia, per cui utilizzavo tessuti tecnici come il nylon, abbiamo preso una visione più sartoriale pur mantenendo dettagli e silhouette del mondo sportswear.