«Per me le donne vengono prima della moda» intervista a Diane von Furstenberg Il brand scommette sull’Europa per un nuovo capitolo

«Per me le donne vengono prima della moda» intervista a Diane von Furstenberg Il brand scommette sull’Europa per un nuovo capitolo

Ci sono nomi nella moda che finiscono per superare la propria dimensione individuale, diventando qualcosa di più di una carriera o di un brand. Non tanto per l’accumulo di successi, quanto per la capacità di costruire un linguaggio che resiste ai cicli del sistema. Diane von Furstenberg è uno di questi casi. A 79 anni, la designer ha deciso di riprendere in mano la guida del brand nel 2025, una scelta maturata dopo un periodo di distanza operativa che le ha permesso di guardare DVF con maggiore lucidità. Come ha spiegato lei stessa, «nei pochi anni in cui non sono stata coinvolta, ho capito l’enorme potenziale e il vocabolario del brand», rendendosi conto di quanto quell’identità fosse rimasta intatta proprio perché fondata su qualcosa che precede la moda stagionale.

Quel qualcosa oggi prende forma a Venezia, una città che von Furstenberg non racconta come semplice luogo ma come l’esempio perfetto di femminilità, «Venezia è una donna», una presenza complessa che racchiude ruoli diversi e persino contraddittori. Nel descriverla come «la mercante, la diplomatica, la musa, la madre della Repubblica», la designer costruisce un ritratto che parla di potere, mediazione e resistenza, lontano da qualsiasi idea decorativa di femminilità.

Non a caso, ha scelto proprio Venezia come punto di ripartenza simbolica, arrivando a definirla «il palcoscenico dell’inverno della mia vita», un’espressione che non rimanda a un ritiro, ma a una fase di consapevolezza e responsabilità. Von Furstenberg racconta infatti di voler “servire” Venezia il più possibile, convinta che, in un mondo sempre più caotico, la città abbia «qualcosa da offrire all’umanità che va oltre la bellezza», una prospettiva sul tempo e sulla durata che relativizza l’urgenza del presente.

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Il ritorno europeo di DVF si inserisce in una traiettoria che è prima personale e solo in seconda battuta strategica. L’Italia, del resto, è il punto di origine del suo percorso. Von Furstenberg ricorda di aver iniziato a lavorare giovanissima a Como, quando aveva poco più di vent’anni, entrando in contatto diretto con l’industria tessile e sviluppando un rapporto profondo con il materiale, la stampa e l’artigianalità. È da quell’esperienza che nasce un approccio alla moda che lei stessa definisce diverso, ribadendo che «DVF è la donna prima della moda», e non il contrario. 

Graziano de Boni, CEO del brand DVF, ha spiegato come, dopo anni in cui l’operatività di DVF era stata affidata ad altri, la decisione di riportare il business in house sia nata dalla necessità di rimettere ordine e riallineare il marchio alla sua identità originaria. Racconta che «abbiamo ripreso il business internamente circa un anno fa» e che prima ancora è stato necessario compiere un passaggio delicato, ovvero «resettare il mercato», chiudendo in modo selettivo parte del wholesale per creare le condizioni di un nuovo inizio. Una scelta che si  evita di definire come una “pulizia”, perché «sarebbe presuntuoso e irrispettoso verso chi lavorava con noi prima», ma che descrive piuttosto come una pausa necessaria per ripartire su basi più coerenti.

Come ha sottolineato de Boni, l’obiettivo non è un’espansione aggressiva, ma una crescita progressiva e consapevole, fondata su partnership locali e su un rapporto più diretto con i retailer. L’idea, come è emerso, è quella di tornare sul mercato «senza la pretesa di essere perfetti», accettando che il brand debba anche imparare, ascoltare e adattarsi, pur restando fedele a ciò che è. In questo senso, Diane von Furstenberg è molto chiara nel sottolineare che «il brand e la mia identità sono la stessa cosa», rendendo evidente quanto la distinzione tra visione creativa e struttura aziendale sia, nel caso di DVF, volutamente sfumata.

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Von Furstenberg insiste su questo punto spiegando di non essere mai stata realmente interessata alla moda in senso stretto, ma alle donne e a ciò che le fa sentire bene nel proprio corpo. Come sottolinea, «quello che rende una donna bella non è l’abito, ma il contatto visivo, il sorriso, soprattutto il linguaggio del corpo», ed è proprio per questo che, secondo lei, gli abiti DVF funzionano solo nel momento in cui vengono indossati. Racconta che a volte i capi possono sembrare poco comprensibili a prima vista, ma che «quando li metti, all’improvviso succede qualcosa», perché il vestito entra in dialogo con il corpo invece di imporsi su di esso. 

Questa attenzione al corpo attraversa tutta la storia del brand, dal wrap dress fino all’idea di DVF come una sorta di uniforme per quella che lei definisce la “donna in charge”. Von Furstenberg non rifiuta affatto il concetto di uniforme, spiegando anzi che «quando trovi qualcosa che funziona davvero per te, lo vuoi in più colori, in più stampe», perché diventa parte della tua identità quotidiana: il tessuto resta centrale, e non è un caso che molti capi DVF continuino a circolare nel mercato vintage. Secondo la designer, infatti, «quelli che resistono nel tempo hanno sempre qualcosa in comune, ed è il tessuto».

Oggi, guardando al presente, von Furstenberg ridefinisce anche cosa significhi essere una donna in charge nel 2026. Spiega che non si tratta di esercitare potere sugli altri, ma di «possedere chi sei», trasformando le imperfezioni in un asset e la vulnerabilità in una forma di forza. Con l’età, aggiunge, ha scoperto un’altra dimensione del potere, quella della gentilezza, che descrive in modo molto concreto, spiegando che «la gentilezza è una valuta, e come il denaro si accumula».