
Chi decide il tono del futuro? Cosa succede quando una visione continua senza chi l’ha immaginata?

La Biennale Arte 2026 non nasce soltanto da un titolo, da una lista di artisti o da un progetto curatoriale. Nasce da un’assenza. In Minor Keys, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, porta la visione di Koyo Kouoh, nominata direttrice artistica della Biennale Arte nel 2024 e scomparsa improvvisamente il 10 maggio 2025. La mostra, aperta il 9 maggio 2026 e visitabile fino al 22 novembre, si sviluppa tra Giardini, Arsenale, Forte Marghera e altri luoghi della città. Ma il suo centro non è soltanto ciò che espone. È la domanda che produce: cosa succede quando una visione continua senza chi l’ha immaginata?
È una domanda che riguarda la curatela, ma anche qualcosa di più ampio: l’eredità, la responsabilità, il modo in cui le istituzioni culturali custodiscono le idee quando la persona che le ha generate non può più accompagnarle, modificarle, contraddirle. La Biennale ha scelto di portare avanti il progetto di Kouoh, specificando che la curatrice aveva già sviluppato l’impianto teorico, selezionato artisti e opere, individuato gli autori del catalogo, definito l’identità grafica e l’architettura degli spazi espositivi, oltre ad aver avviato il dialogo con gli artisti invitati. Non si è trattato, quindi, di sostituire una visione con un’altra, ma di accompagnarne una già formata verso la sua realizzazione pubblica.
Una mostra tra eredità, traduzione e responsabilità
Proprio qui si apre il nodo più delicato. Una mostra non è mai solo un concept scritto. È un organismo fatto di decisioni continue: allestimenti, distanze, luci, testi, ritmo, gerarchie, comunicazione, interpretazioni. Anche quando il progetto è avanzato, realizzarlo significa sempre tradurlo. E ogni traduzione è insieme un atto di fedeltà e una trasformazione. La Biennale Arte 2026 non sarà quindi soltanto una mostra realizzata dopo la scomparsa di Koyo Kouoh, ma una prova di responsabilità per il sistema dell’arte.
Kouoh non era una figura marginale chiamata a occupare un ruolo simbolico. Era una delle curatrici più rilevanti del panorama internazionale, direttrice esecutiva e chief curator dello Zeitz MOCAA di Cape Town dal 2019, fondatrice di Raw Material Company a Dakar, intellettuale centrale nel ripensamento delle geografie dell’arte contemporanea. La sua nomina alla Biennale aveva già un peso storico: era la prima donna africana chiamata a curare l’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. La sua scomparsa ha trasformato questo passaggio in qualcosa di ancora più complesso, perché ha spostato la mostra dal piano dell’attesa a quello della custodia.
Il rischio, in casi come questo, è sempre la monumentalizzazione. Il sistema dell’arte è molto abile nel trasformare una perdita in icona, una voce in immagine, una curatrice in figura simbolica. Il lutto può diventare rapidamente linguaggio istituzionale, e il linguaggio istituzionale può rendere tutto più solenne ma anche più distante. È qui che In Minor Keys dovrà difendere la propria complessità: non diventare soltanto “la mostra costruita attorno all’assenza di Koyo Kouoh”, ma restare una mostra viva, attraversata da relazioni, artisti, conflitti, materiali, geografie, pensieri.
Una pluralità di voci
#ArtnetNews: The list of 111 participating artists has been announced for “In Minor Keys,” the main exhibition at this year’s 61st Venice Biennale, curated by the team of the late curator Koyo Kouoh.
— Artnet (@artnet) February 25, 2026
The exhibition is being realized according to Kouoh’s wishes by a handpicked… pic.twitter.com/Y83oTaLcly
Il titolo stesso sembra indicare una strada. In Minor Keys non promette una Biennale urlata, assertiva, costruita sul tono maggiore del grande evento globale. invece una disposizione diversa: ascolto, sfumatura, pluralità, vibrazione laterale. Nell’introduzione pubblicata dalla Biennale, il progetto viene descritto attraverso suoni, sensazioni, silenzi, mondi risonanti, convivialità, conflitto, collettività. È un vocabolario che non punta alla proclamazione, ma alla composizione. Non cerca il futuro come immagine unica, ma come insieme di tonalità.
Questa scelta è importante perché arriva in un momento in cui il sistema dell’arte, come molti altri sistemi culturali, è ossessionato dalla leggibilità immediata. Le mostre devono avere un posizionamento chiaro, un messaggio esportabile, una frase da comunicato stampa, un’estetica riconoscibile, una spendibilità mediatica. Kouoh sembrava lavorare in una direzione più difficile: non semplificare il mondo per renderlo più comunicabile, ma costruire una piattaforma in cui molte voci potessero coesistere senza dover diventare un’unica narrazione dominante.
La lista degli invitati conferma questa struttura plurale. La Biennale ha comunicato che In Minor Keys riunisce 110 partecipanti, tra artisti, duo collaborativi, collettivi e organizzazioni guidate da artisti, provenienti da geografie e regioni diverse. Non è un dettaglio quantitativo, ma politico. La presenza di collettivi e organizzazioni suggerisce una visione della pratica artistica non sempre centrata sull’autore individuale, sul nome riconoscibile, sulla firma come marchio. Anche questo dialoga con la condizione della mostra: una visione personale che continua attraverso un lavoro collettivo.
Una responsabilità collettiva
È forse questo il punto più forte dell’intera vicenda: In Minor Keys può continuare non perché la curatrice sia sostituibile, ma perché la sua idea di curatela non sembra fondata sull’autorità verticale di una sola voce. Se il progetto nasce da relazioni, incontri, geografie affettive e intellettuali, allora il suo proseguimento non è una semplice esecuzione tecnica. È una pratica di cura. Il team curatoriale non deve “imitare” Kouoh, né trasformarla in un’assenza sacralizzata. Deve fare qualcosa di più difficile: ascoltare ciò che aveva costruito e completarlo senza chiuderlo.
In questo senso, la domanda “chi decide il tono del futuro?” non riguarda solo la Biennale. Riguarda tutto il modo in cui le istituzioni culturali amministrano la continuità. Il futuro, spesso, viene immaginato come gesto individuale: una mente, una visione, una direzione. Ma quando quella mente non è più presente, il futuro diventa una responsabilità collettiva. Non basta dire “rispettiamo la visione originaria”. Bisogna capire che cosa significhi rispettarla davvero. Significa riprodurla alla lettera? Significa proteggerla da ogni deviazione? O significa lasciarla respirare anche nel momento in cui viene attraversata da altri?
La Biennale 2026 obbliga a riconoscere che nessuna mostra appartiene interamente a una sola persona. Una curatrice può definirne il cuore, il metodo, il linguaggio, ma una mostra vive sempre nel passaggio tra chi la pensa, chi la produce, chi la allestisce, chi la attraversa, chi la interpreta. La morte di Kouoh rende visibile questa struttura, che di solito resta nascosta dietro il nome del direttore artistico. Ci ricorda che la curatela non è solo autorialità, ma anche infrastruttura relazionale.
Oltre l’omaggio
@artaunty Quick summary of Next years #venicebiennale theme . So beautiful that her whole team is seeing this through #artnews #artist #arttiktok #koyokouoh #curating #exhibition slow piano music(1297827) - syummacha
Per questo In Minor Keys non dovrebbe essere letta soltanto come un omaggio. L’omaggio rischia di congelare. Una mostra, invece, deve poter disturbare, aprire, mettere in crisi, anche quando nasce dal lutto. Se l’eredità di Kouoh viene trattata solo come qualcosa da conservare, diventa monumento. Se viene trattata come qualcosa da continuare, resta pensiero. La differenza è decisiva: un monumento si guarda da lontano, un pensiero obbliga a prendere posizione.
In fondo, il titolo della mostra contiene già una possibile risposta. Le tonalità minori non sono meno importanti. Non sono versioni deboli delle tonalità maggiori. Sono modi diversi di organizzare l’emozione, la tensione, l’ascolto. Forse la Biennale Arte 2026 sarà importante proprio perché non pretende di decidere il futuro con una voce definitiva, ma prova ad abbassare il volume abbastanza da far emergere ciò che di solito resta sotto: le relazioni, le assenze, le geografie laterali, le memorie non allineate, le forme di convivenza che non diventano immediatamente slogan.
Il futuro dell’arte, in questo caso, non viene deciso da chi parla più forte. Viene deciso da chi sa prendersi cura di una voce quando quella voce non può più parlare. Da chi riesce a continuare una visione senza appropriarsene. Da chi capisce che l’eredità non è una proprietà, ma una responsabilità. La Biennale Arte 2026 non risponderà solo alla domanda “che mostra avrebbe fatto Koyo Kouoh?”. Risponderà a una domanda più difficile: che cosa siamo capaci di fare con una visione quando non possiamo più chiederle conferma?