Con l' "Odissea" Christopher Nolan ha riscritto il mito Era necessario che il viaggio di Ulisse guardasse al presente

Con l' Odissea Christopher Nolan ha riscritto il mito Era necessario che il viaggio di Ulisse guardasse al presente

La domanda che si fa spesso intorno al mito è da dove nasce, quando il quesito che si dovrebbe fare è: perché? È come con la religione. Popoli antichi cercavano di dare una spiegazione ai fenomeni che li circondavano, provando a dare loro un nome. Ma i nomi non sempre bastano se non si sa da dove provengono, e così attorno a loro nascono delle storie.

L’osservazione del mondo da parte delle donne e degli uomini del passato si è tradotto nella necessità di trovare un motivo agli avvenimenti ambientali e a tutto ciò che di trascendentale avvenisse per cercare di dare un senso all’esistenza, che poteva impiegare anche soluzioni fantasmagoriche, dalle religioni politeiste alla venerazione per un solo Dio. Perciò oggi, chiunque volesse rifarsi al mito, dovrebbe guardarsi intorno per vedere cosa succede nel mondo e restituirlo poi col mezzo che predilige, cosa che ha fatto il regista e sceneggiatore Christopher Nolan con la sua Odissea.

Il mito si adatta, per natura

@odysseymovie

A film by Christopher Nolan shot entirely with IMAX film cameras. Watch The Odyssey trailer and experience the film in theaters 7 17 26.

original sound - The Odyssey Movie

In questo 2026, anno del Cime tempestose di Emerald Fennell, si è parlato molto di adattamenti e di come dovrebbero (o non) passare dalla pagina al grande e piccolo schermo. Se è meglio affidarsi all’istinto, seguire la propria personalità, se è giusto o meno rimanere fedeli alla carta stampata o se si può tradire, rivisitandolo per renderlo più simile all’autore corrente, cercando di far vivere il testo in una nuova forma.

Se per il mito potrebbe valere la stessa cosa c’è in sé una nota che è impossibile da ignorare: la natura didattica e divulgativa che gli appartiene, fondante del suo stesso essere.Nolan se ne è fatto carico prendendo spunto dal viaggio dell’eroe dell’oratore e scrittore Omero, che sia esistito o meno, rivedendo il mito di Ulisse.

La narrazione segue il suo desiderio e bisogno di rendere attuale il discorso attorno al re vagante di Itaca e l' esperienza sia dentro che fuori le mura di Troia. Dopo la visione del film, è ancora più chiaro come tutte le polemiche nate in antecedenza alla sua uscita fossero vane. E non importa quale accento, quale etnia e quale provenienza abbiano i suoi personaggi, è cosa vogliono dirci l’importante.

La guerra come Uroboro

Una versione di un Ulisse-veterano con disturbo post traumatico, privo del guizzo veramente astuto del personaggio mitologico che è forse l’unica vera cosa da recriminare a Christopher Nolan. Il protagonista interpretato da Matt Damon si interroga sulla guerra che causò il procinto della caduta della civiltà micenea durante l’età del bronzo, allargandone lo spettro e facendolo riverberare fino a noi.

L’esperienza della guerra, l’indole barbarica dei suoi uomini e la discutibile inclinazione delle loro azioni assassin, portano a riflettere sul significato che i conflitti hanno nel quadro della storia più ampia. Come se la guerra di Troia fosse il seme dei saccheggiamenti, delle razzie, delle offese che hanno travalicato i secoli arrivando fino a noi, spesso ancora incapaci di rispettare i confini degli altri, sorpassandoli e depredandoli.

La spedizione di Ulisse e i suoi uomini è assimilabile ai tanti conflitti che la modernità ha attraversato, che si parli dei  conflitti mondiali,  guerra del Vietnam, l’escalation in Afghanistan fino al più recente disastro umanitario che si sta consumando sulla striscia di Gaza. L’opera è la maniera di Nolan per osservare come sia continuo il corso e ricorso storico; una civiltà che cade ed una che deve rialzarsi, «Inseguendo il sole che fugge», in un uroboro che non ha fine sebbene gli uomini della sua Odissea, o quanto meno il suo Ulisse, vogliano metterci un punto.

Non destino, conseguenza

Ciò che i soldati appellano come destino o coincidenze, Nolan si guarda bene dal privarlo del libero arbitrio degli uomini, preferendo chiamare le cose con il proprio nome: conseguenze. Non spolpando di epica l’Odissea classica per mancanza di rispetto, ma cercando una maggiore attinenza con la contemporaneità.

Non è più di onore sul campo di battaglia che devono preoccuparsi gli uomini oggi, ma del proprio comportamento. Non è  narrando le loro gesta come esempi virtuosi che si basa la tradizione orale in questo nostro nuovo secolo, bensì sul valore del rispetto, del ricordo e su come la memoria sia da sempre il tessuto che tiene insieme l’umanità.

L’orgoglio militare viene sostituito nell’Odissea di Nolan con il senso di colpa che spinge e allontana Ulisse da casa. La rilettura del mito non avviene perché il mito in sé non ha più il suo peso originario, ma perché Nolan sa che per avere effetto, per essere utile come lo erano nel passato, deve essere associabile alla realtà in cui viene diffuso affinché affondi nella società.

Göransson, il nuovo aedo

L’epos, poi, il regista lo mette nell’avventura cinematografica. Con la massiccia presenza delle armature, con i guerrieri simili ad antichi Batman. Nel lavoro sul sound design, che sprigiona la propria potenza col grido di dolore dovuto all’occhio cecato del ciclope Polifemo. Grazie al montaggio di Jennifer Lame, premio Oscar per Oppenheimer, di cui ricalca la metodologia usata per un racconto che è insieme presente e passato, frammenti di ciò che avviene e ciò che è ricordato, una retta mai lineare.

E, ovviamente, nella cooperazione con uno dei più talentosi compositori di colonne sonore recenti, Ludwig Göransson, che detta l’ossatura melodica e battagliera del suo poema. Un collaboratore fidato, un narratore sonoro come Omero lo è stato con le parole e Nolan con la macchina da presa. L’Odissea si fa perciò oggetto da schermo gigante, il più grande possibile, che sappia riempire gli occhi di cinema (meglio ancora se in Imax o 70 mm) e la mente di coscienza.

Continua a leggere