
Anche l'essere soli è diventato un atto performativo Tutto quello che c'è da sapere sul solo-maxxing
Nell’era dell’over-sharing, delle influencer che mettono in scena vite patinate fatte di vacanze ultra-costose, amicizie con persone di successo e accesso privilegiato a benefit che tutto sembrano fuorché un vero lavoro, nell’epoca dell’ipersensibilizzazione e della spettacolarizzazione del sé, a farsi strada negli algoritmi social è un trend apparentemente opposto: il solo-maxxing. I suoi esponenti sono i cosiddetti solitude influencer: creator che offrono ai follower uno sguardo su momenti ordinari vissuti in completa solitudine. Non tutti dichiarano esplicitamente di non avere amici, ma quasi tutti rivendicano con orgoglio l’esistenza quieta e isolata che si sono costruiti. Utilizzano hashtag come #cozyathome, #introvertdiaries e #alonenotlonely.
Tra questi emerge una figura in particolare: Lana Isa, conosciuta online come @lanasololife, influencer ventiquattrenne diventata una sorta di ambasciatrice della solitudine social e non solo. Isa pubblica vlog dai titoli come “you’re a single girl who lives alone and has no friends so you go grocery shopping at 10:04 PM” per i suoi quasi 200.000 follower su Instagram.
Il suo racconto della solitudine ha attirato l’attenzione di testate come The Cut e The Atlantic, attratte dal fatto che un’influencer che parla apertamente dell’essere sola sia riuscita a costruire un seguito tanto vasto proprio attorno a questo tema. Un fenomeno che si sta progressivamente trasformando in un vero e proprio trend: il solo-maxxing, macro-area narrativa che ingloba ogni sfumatura della solitudine contemporanea, dalla mancanza di amicizie alla solitudine sentimentale, fino alla celebrazione di gesti minimi, come uscire di casa, trasformati in traguardi personali. Insomma, a quanto pare serviva TikTok per normalizzare l’essere soli. O forse no.
Che cos’è il solo-maxxing
@lanaisaaa “having no friends is a red flag” isn’t always a valid take #sololife #livingalonediaries #alonenotlonely #introvert #solovlog original sound - ່
Lana Isa introduce un preciso punto di vista. I suoi video hanno titoli come “you live alone in NYC and have no friends so your nights look like this” oppure “you’re single, have no friends, live alone and won’t be having kids so this is your Friday night”. Un tipico contenuto mostra una giovane donna - spesso introversa, che vive in una metropoli e indipendente - che rientra a casa dopo una lunga giornata di lavoro. Entra in un appartamento impeccabile e quasi asettico, si toglie le scarpe, prepara una cena semplice e si siede sul divano. Guarda la televisione bevendo una bevanda sugar-free da un calice da vino per rendere il momento “più speciale”.
A seconda dello sguardo di chi osserva, il tono può apparire intimo e rassicurante oppure profondamente malinconico. Queste creator sembrano trasformare la propria solitudine in aspirazione. La storia di Isa comincia nei primi anni del Covid. Dopo il diploma entra subito nel mondo del lavoro e, in seguito a una rottura sentimentale, si trasferisce dall’altra parte del paese.
Le amicizie si dissolvono gradualmente e, nell’estate successiva, si ritrova quasi completamente isolata, con pochissime interazioni sociali al di fuori delle videochiamate di lavoro. Isa inizia così a filmare la propria quotidianità domestica dopo essere stata ispirata dal creator Noe Murillo, autista di autobus di Los Angeles che documenta i propri solo dates. Ma mentre Murillo racconta l’uscire da soli, Isa sceglie di mostrare il contrario: il restare a casa.
Siamo davvero così soli?
I’ve been solomaxxing and taking pictures of everything that makes me happy pic.twitter.com/9KmJdBZXhH
— quiche (@havingfunonIine) May 9, 2026
Secondo un sondaggio condotto nel 2025 dall’American Psychological Association, circa la metà degli adulti statunitensi dichiara di sentirsi isolata “spesso” o “alcune volte”. Inoltre, uno studio pubblicato nel 2021 su Psychological Bulletin mostra come il tasso di solitudine tra i giovani adulti sia aumentato costantemente tra il 1976 e il 2019. Eppure il fenomeno continua a risultare ambiguo, dal momento che questo trend si sviluppa su TikTok e Reels Instagram, è inevitabile chiedersi quanto la solitudine mostrata online venga amplificata o performata per attirare visualizzazioni e monetizzare contenuti.
Il concetto stesso appare paradossale: quanto può essere realmente introversa una persona che trasforma la propria vita privata in contenuto pubblico? A The Cut, Isa racconta di ricevere spesso domande sulla veridicità della sua solitudine e sul fatto che stia esagerando quando afferma di “non avere amici”. Lei insiste di no, specificando inoltre di guadagnare molto poco dai suoi contenuti, dato che il TikTok Creator Rewards Program non è disponibile in Canada.
La solitudine è davvero una scelta?
@akifcla Solo Maxxing, still would go with my friends though #solotravel #bymyself #travel #hiking #maxxing Loos slowed -
Ovviamente, per legittimare la solitudine - come se un individuo dovesse davvero giustificarsi per il fatto di essere solo, addirittura testimoniarlo e normalizzarlo come se fosse qualcosa di strano - non è necessario essere influencer o avere un seguito minimo online. C’è però da chiedersi se persone che hanno accesso a determinati benefit, come vivere da soli in un appartamento proprio, per quanto asettico, minimale o “cozy” possa essere, rappresentino davvero la totalità dell’esperienza della solitudine contemporanea.
Anche in questo caso i social aprono una doppia narrazione: quella che romanticizza la solitudine e quella di chi la vive realmente, non come "scelta estetica" ma come conseguenza diretta di una vita adulta in cui costruire legami significativi richiede uno sforzo sempre maggiore. Dunque, l’insofferenza si trasforma in indipendenza. O almeno nella sua messa in scena.
Ma quando la solitudine smette di essere autentica e diventa performativa? Quando diventa contenuto? E soprattutto: si è davvero soli nel momento in cui si costruisce attorno alla propria solitudine una community online? Paradossalmente, i social sembrano romanticizzare l’isolamento attraverso una comunità che finisce quasi per annullarlo. La sezione commenti diventa uno spazio in cui leggere le esperienze altrui, essere compresi, compatiti e riconosciuti.
In questo senso, forse, la Gen Z non è mai stata così sola, ma nemmeno così collettivamente consapevole della propria solitudine. Eppure resta un interrogativo aperto: per chi quei benefit non li possiede, cosa significa davvero essere soli? Il valore e il significato della solitudine continuano così a declinarsi in formule come solo-maxxing o solo date e infinite altre variazioni linguistiche dell’auto-isolamento contemporaneo.
Tra realtà e finzione
A rendere ancora più fitta questa rete di interrogativi c’è anche la tendenza del solo-maxxing a riflettersi nelle relazioni sentimentali. Sempre più spesso la solitudine viene raccontata come diretta conseguenza del dating contemporaneo, trasformandosi anch’essa in un atto performativo. Secondo il Real financial progress index del 2026 pubblicato dalla Bank of Montreal, un appuntamento per un membro della Gen Z negli Stati Uniti, considerando cibo, trasporti, drink e grooming, costa mediamente 205 dollari.
Se servissero venti appuntamenti per trovare “la persona giusta”, significherebbe spendere oltre 4.000 dollari ancora prima di entrare in una relazione stabile. E il reddito disponibile, soprattutto per una generazione colpita dall’instabilità economica e dalla paura della sostituzione lavorativa causata dall’AI, non è certo qualcosa di garantito.
In questo scenario il solo-maxxing sembra smettere di essere una scelta radicale per diventare una strategia di adattamento. In alcuni casi, l'essere soli non risulta come desiderio assoluto, ma come forma di sopravvivenza economica, emotiva e sociale. Nel caso delle solitude influencer, cosa succede quando queste persone smettono di essere sole? Perdono la propria community? Perdono il linguaggio attraverso cui si sono raccontate? Oppure la solitudine diventa il termine ultimo e vincolante di una vita di finzione trasformata in identità? Insomma, ciò che emerge è che il solo-maxxing appare forse più vicino a una bugia realistica che a una realtà concreta: un’estetica dell’isolamento che riesce a sembrare autentica proprio perché nasce da un disagio reale, condiviso e profondamente contemporaneo.