
Le città stanno imparando a vivere sull'acqua? Tra render e pratiche antiche, l'architettura anfibia è ancora un progetto aperto
Per anni le città galleggianti sono state raccontate come immagini del futuro. Isole artificiali perfette, piattaforme autosufficienti, quartieri sospesi sull’oceano pieni di passerelle, serre, pannelli solari e case affacciate sull’acqua. Nei render sembrano sempre leggere, pulite, silenziose. Come se l’innalzamento dei mari potesse essere risolto semplicemente spostando la città qualche metro più in là, sopra una superficie blu.
La realtà, però, è più complessa. Vivere sull’acqua non è un’idea nuova e non appartiene soltanto ai grandi studi internazionali. In molte parti del mondo esistono comunità che da secoli costruiscono case su palafitte, abitano laghi, fiumi e delta, si muovono in barca e adattano la propria vita ai cicli dell’acqua. Prima ancora che diventasse una visione da conferenza sul clima, l’architettura anfibia era già una pratica quotidiana.
La domanda, quindi, non è soltanto se le città galleggianti siano davvero il futuro. La domanda più interessante è chi stia progettando davvero quel futuro: chi produce immagini spettacolari di città autosufficienti, oppure chi convive da sempre con l’acqua senza chiamarla innovazione?
OCEANIX Busan non combatte l'oceano
OCEANIX Busan by BIG Bjarke Ingels Group#urban #plannin #project @big_builds https://t.co/uhQiZciFOv pic.twitter.com/75X6wHEyqO
— AAsArchitecture (@aasarchitecture) August 10, 2023
Il tema è diventato urgente perché le città costiere sono sempre più esposte. Secondo l’IPCC, circa un miliardo di persone che vivono in città e insediamenti a bassa quota potrebbe essere esposto a rischi climatici costieri nel medio termine. Senza adattamento e mitigazione, i rischi per molti insediamenti sul mare sono destinati ad aumentare in modo significativo entro la fine del secolo. In questo scenario, l’acqua non è più soltanto un confine da contenere con dighe, argini e barriere. Diventa un elemento con cui imparare a progettare.
È qui che entrano in scena i grandi progetti galleggianti contemporanei. OCEANIX Busan, presentato da UN-Habitat insieme alla città sudcoreana di Busan e a OCEANIX, è stato raccontato come il primo prototipo di comunità galleggiante sostenibile. Il progetto parte da tre piattaforme pensate per ospitare funzioni residenziali, ricerca e ospitalità, con sistemi dedicati a energia, acqua, cibo, rifiuti e mobilità. Quindi una città che non combatte l’oceano, ma sale e scende con lui.
Cosa resta fuori
Nelle Maldive, la Maldives Floating City porta questa visione dentro un contesto ancora più simbolico. Il Paese è tra i più vulnerabili all’innalzamento del livello del mare e il progetto, sviluppato da Waterstudio.NL e Dutch Docklands, immagina migliaia di unità galleggianti in una laguna vicino a Malé. L’idea è affascinante perché non parla soltanto di turismo o lusso, ma di sopravvivenza territoriale: se la terra diventa sempre più fragile, forse la città deve imparare a non dipendere più completamente dalla terra.
Eppure proprio questi progetti mostrano il rischio principale del dibattito sulle città galleggianti. I render promettono spesso una soluzione totale: nuova terra, nuove case, energia pulita, mobilità lenta, autosufficienza, rapporto armonico con la natura. Ma più l’immagine è perfetta, più viene spontaneo chiedersi cosa resti fuori.
Chi potrà vivere davvero in questi quartieri? Quanto costeranno? Saranno città accessibili o nuove enclavi per pochi? E soprattutto: possono diventare una risposta replicabile per le comunità più vulnerabili, o rischiano di trasformare la crisi climatica in un nuovo prodotto immobiliare?
Una lenta trasformazione
Ad Amsterdam, Schoonschip è un quartiere galleggiante molto meno spettacolare, ma molto più abitato. Si trova nel Johan van Hasseltkanaal, nel nord della città, ed è composto da 46 abitazioni distribuite su 30 piattaforme. È stato sviluppato dai residenti stessi, con un’attenzione particolare a energia condivisa, materiali sostenibili e vita comunitaria. Non è una città autonoma nell’oceano, ma un frammento urbano che accetta l’acqua come parte dell’infrastruttura.
Schoonschip non prova a vendere l’idea di scappare dalla città esistente. La estende, la corregge, la rende più flessibile. Mostra che abitare sull’acqua non deve per forza coincidere con un gesto estremo o con un nuovo inizio assoluto. Può essere anche una trasformazione più lenta, inserita in un tessuto urbano reale, con vicini, reti, permessi, problemi tecnici e persone che ogni giorno devono fare la spesa, lavorare, cucinare, discutere, vivere.
Nei Paesi Bassi esiste anche un altro esempio fondamentale: le case anfibie di Maasbommel. Realizzate all’interno del programma Room for the River, queste abitazioni sono ancorate al terreno, ma possono sollevarsi durante le piene fino a diversi metri, seguendo il livello dell’acqua e tornando poi alla posizione iniziale. Qui l’architettura non galleggia sempre. Galleggia quando serve. Non sostituisce la città con una visione futuristica: modifica il modo in cui una casa può reagire a un evento estremo.
Un confine sempre più labile
The Floating Village
— HΞZΞKIAH (@htvtc21) August 20, 2023
about 500 years ago at the peak of slave trading in West Africa, there was a group of people that evaded being captured and sold into slavery by seeking refuge in the sacred waters of Lake Nokoué in the Kingdom of Dahomey (now Benin) which were believed… pic.twitter.com/DtV0guQ9L6
Ancora più indietro nel tempo, e molto più lontano dai render, ci sono le architetture vernacolari sull’acqua. Nella regione amazzonica, i palafitos sono case costruite su pali, pensate per funzionare sia durante la stagione asciutta sia quando il livello del fiume sale e trasforma il paesaggio. A Ganvié, in Benin, gli edifici su palafitte e le strade d’acqua organizzano da secoli la vita quotidiana sul lago Nokoué. Nel delta del Mekong, alcuni prototipi recenti provano invece a unire materiali locali, sistemi galleggianti e adattamento climatico, partendo da pratiche abitative già legate alle inondazioni.
Vivere sull’acqua può significare anche vulnerabilità, mancanza di servizi, problemi igienici, precarietà e rischio di esclusione. Ma proprio per questo sono importanti. Ci ricordano che l’adattamento climatico non è mai soltanto una questione di forma. Non basta disegnare case galleggianti se poi mancano accesso, manutenzione, infrastrutture, diritti, trasporti e relazioni sociali.
L’idea che ogni città possa semplicemente mettersi a galleggiare rischia di trasformare un problema politico, sociale ed ecologico in una fantasia architettonica troppo comoda. Come si abita un pianeta in cui il confine tra terra e acqua diventa sempre meno stabile? La risposta non arriverà soltanto dagli studi internazionali o dalle immagini più condivisibili online. Arriverà dal confronto tra tecnologia e conoscenze locali, tra infrastrutture nuove e pratiche antiche, tra grandi visioni e piccoli adattamenti quotidiani.













































