
L'intrigante stranezza di "Nessun dolore" Il film di Gianni Amelio fa parte del palinsesto del Fuori Concorso di Venezia83
Nessun dolore di Gianni Amelio è un film strano. Strano perché per buona parte si muove sospeso, a metà di tante cose, nell’anonimato dei personaggi che ci vengono presentati gradualmente, a scaglioni, prima con i loro lavori e solo dopo con i loro nomi. È strano perché vuole parlare di sensi di colpa e di pregiudizi, perché vuole mettere al centro i libri – e lo fa, e talvolta per riuscirci mette in pausa tutto il resto – e perché usa i suoi attori come fantasmi, sagome sbiadite che non sanno cosa essere o chi essere, in balia di sé stessi più che del mondo esterno. Nessun dolore è un film strano perché, per poco più di un’ora e mezza, cerca una leggerezza di toni che si scontra ferocemente con la durezza dei temi trattati. Ed è strano perché sembra sfilacciato, fumoso, quasi inconsistente, ma è sostenuto da una visione chiara, forse, che porta la firma di Amelio (e, parallelamente, di Davide Serino, co-sceneggiatore, e Andrea Quetti, che ha collaborato alla scrittura).
Nessun dolore – trama e personaggi del film di Venezia83
Il protagonista, Davide, interpretato da Alessandro Borghi, vende libri usati in un piccolo chiosco. La cosa più importante per lui, dice, è far camminare le storie. L’Elsa di Valeria Golino, invece, è una professoressa universitaria che frequenta il chiosco di Davide e che ogni tanto gli regala qualche libro da rivendere. A un certo punto, la realtà che Amelio ci presenta all’inizio del film si comprime, spezzandosi, e scatta la tragedia: Davide viene coinvolto in un incidente; vede un bambino morire, un bambino che suo padre aveva provato ad affidargli per salvarlo dalla strada e dalla povertà. Lo vede morire e il suo mondo va in frantumi, e i sensi di colpa lo travolgono. Amelio esprime questi sensi di colpa nei silenzi, in primi piani insistenti e spudorati; Borghi, al contrario, lavora con la voce, con le sospensioni, con i tic. Il suo volto si trasforma. Diventa una maschera di orrore e di terrore, ma c’è un problema: Borghi, come gli altri attori, sembra muoversi da solo. Non senza direzione, ma avvolto sempre in quella fumosità di cui parlavamo prima.
Davide decide di ospitare a casa sua Aminah, interpretata da Beidja Yahiaoui, convinto, così, di poter fare del bene e di scontare la propria pena. Ma Aminah ne approfitta, invita altre persone, riempie la casa di Davide, e Davide è costretto ad andarsene. Alla fine, viene arrestato. Va addirittura in carcere. Ma ad Amelio non interessa una deriva più “kafkiana” del racconto. Si ferma poco prima del baratro e cambia ancora una volta direzione. Un film sugli ultimi si trasforma in un film sui sensi di colpa, e un film sui sensi di colpa si trasforma in un film sul lutto e la perdita. Interviene, a questo punto, il Michele di Valerio Mastandrea, il responsabile dell’obitorio dell’ospedale. È gentile, affabile e corrisponde alla vena ironica del film – ma non è mai banale o superficiale; anzi, è probabilmente l’elemento più a fuoco di Nessun dolore.
Amelio cerca di costruire una legenda fatta di riferimenti e simboli abbastanza evidenti: il protagonista che si carica sulle spalle una bara e che la porta come se fosse una croce; i libri che tornano sempre, in primo piano, che mischiano le parole e il senso delle cose dette, che si fanno prima sostegno e che poi perdono consistenza e densità, diventando idee, scorci di altri mondi, pause momentanee. Nessun dolore prova ad affrontare una certa retorica populista, portando all’estremo la decisione del protagonista di accogliere immigrati e persone in difficoltà; mette in evidenza le contraddizioni di uno Stato che decide di punire chi aiuta e non chi sfrutta. Parla, sottilmente, anche di genitorialità: c’è quella mancata, costruita sulla sottrazione, di Davide e c’è quella di Michele, che è invece più conciliante e delicato.
Perché "Nessun dolore" è un film strano?
Essere strani, nel caso di un film, non è per forza una cosa negativa. Anzi, talvolta è una caratteristica che coincide con l’originalità o che le assomiglia molto. Nel caso di Nessun dolore, però, ci troviamo in una situazione quasi al limite. Il film di Amelio è un film compatto, che dura relativamente poco, ma che, ciò nonostante, riesce comunque a perdersi. Vuole dire tanto, forse troppo, e spesso sembra abbandonare i propri attori, che devono rifugiarsi in una recitazione minimale, a tratti rigida (per questo si fa notare Mastandrea: perché è completamente a suo agio, forte della sua naturalezza). Nessun dolore non è in concorso a Venezia; è stato presentato nella sezione Venice Open e uscirà in sala il 24 settembre con 01 Distribution. Eppure, a suo modo, ci dice in che direzione si sta muovendo il nostro cinema: il cinema più d’autore, più ricercato, che vuole essere politico e partecipe. C’è il rischio, però, di lasciarsi sommergere dalle buone intenzioni, di perdere la propria direzione e di non riuscire a dire – non nel modo in cui, magari, si era immaginato – quello che si aveva in mente.
La stranezza di Nessun dolore diventa, insomma, il suo più grande limite: non essere classificabile, non essere simile a niente, finisce per appiattire qualunque intenzione. E così il viaggio di un uomo solo, schiacciato dai sensi di colpa, che vuole fare del bene, si trasforma in un testacoda narrativo, asfissiante, dove temi e argomenti rischiano di fagocitarsi a vicenda, dove gli attori sono in bilico, e non per un esercizio o una tensione narrativa, e dove la scrittura, con la sua forma, viene messa in discussione. Ma non per migliorare o per riflettere. Viene messa in discussione nella sua affidabilità.










































