L’assurda storia delle sorelle di "Bucking Fastard" E di come l’ha raccontata Werner Herzog, con Kate e Rooney Mara

Bucking Fastard è il nuovo film di Werner Herzog, che invece di essere presentato come previsto in anteprima al festival di Cannes, è arrivato per la sua première mondiale al Lido di Venezia. La storia è nota: il regista e sceneggiatore tedesco era stato invitato dal direttore artistico Thierry Frémaux, il quale non aveva però inserito il lungometraggio in concorso. Decisione che ha fatto declinare la presenza di Herzog sulla Croisette e che la Mostra del Cinema ha subito sfruttato, riservando a Bucking Fastard un posto nella sezione ufficiale. 

La mossa adottata da Frémaux e l’essere venuti a conoscenza del piccolo incidente diplomatico ha sicuramente contribuito alla curiosità attorno al titolo e, ancor più, ad una sorta di protezione nei suoi confronti. Non che Werner Herzog ne abbia bisogno. L’essersi però ritirato perché non ritenuto all’altezza del concorso da parte di Cannes e scegliere perciò di andare a Venezia ha creato come un senso di rivalsa attorno al film, sostenuto dagli stessi cinefili oltre che dai tanti appassionati dell’autore. Ricordiamo inoltre che anche il Leone d’oro dello scorso anno fu un titolo che Cannes non prese e poi vinse, il Father Mother Sister Brother di un altro veterano quale Jim Jarmusch

A visione completata di Bucking Fastard, comunque, si potrebbe azzardare nel dire che da un certo punto di vista i timori di Frémaux potevano essere comprensibili. Dall’altra è però impossibile non rimanere ammaliati dalla capacità ipnotica e surreale che ha Herzog di trasportare  gli spettatori nei mondi che decide ogni volta di raccontare, che siano reali o di finzione, che appartengano al lavoro documentaristico o di fantasia. 

Partendo da un fatto di cronaca realmente avvenuto, trasformandolo poi in tutt’altro nel corso della pellicola, Bucking Fastard racconta delle sorelle Jean e Joan Holbrooke, non gemelle ma talmente simbiotiche da parlare all’unisono. Le protagoniste sono ispirate a Freda e Greta Chaplin, loro che gemelle lo sono state davvero, oltre che al centro di una faccenda da tabloid degli anni Ottanta. Le donne, che vivevano come una sola cosa, si infatuarono dello stesso uomo e vennero condotte da quest’ultimo in tribunale. Le gemelle avevano dimostrato un comportamento ossessivo nei suoi confronti e, per questo, finirono in carcere. Ma, passato un mese e rifiutando di separarsi, si ritrovarono affidate ad un tutore assegnato loro che le aiutò a ristabilire la propria quotidianità. 

Herzog ha incontrato le gemelle quando erano ancora vive, inserendo nel film avvenimenti di cui lui stesso è stato testimone (la scena in cui si preparano facendosi da specchio) o che è possibile siano stati riportati nei due documentari dedicati a Freda e Greta Chaplin, Pair of One del 1987 e The Twins del 1994. Ma la curiosità dell’autore per le due donne non finisce qui. Non è morbosità o voglia di scavare nel torbido, e non si tratta nemmeno di voler indagare che cos’era che univa in maniera simbiotica due donne che erano finite per parlare nello stesso momento dicendo le stesse identiche cose. Il film di Herzog è lo scrutare oltre ciò che non è riuscito a fare il gossip che le ha coinvolte e il comprendere che, forse, queste due metà di un’unica mela appartenevano a dimensioni non adatte a quelle degli uomini. Che forse nel loro essere inseparabili, in realtà, sono state molto sole. 

È l’incongruenza tra il loro sentire e ciò che le circonda che regola le dinamiche di Bucking Fastard. Che aumenta con la mano di Herzog il quale rende queste personagge una monade che non sembra appartenere al circostante in cui sono immerse. Come creature di una terra altra, le sorelle fanno parte della contemporaneità che conosciamo, in cui si chiedono selfie e si comprano biglietti per il treno col touchscreen, eppure sembrano provenire dal passato, da un luogo lontano, forse nemmeno aderente alla nostra realtà, di certo non al nostro tempo. Probabilmente è per questo che per le protagoniste è così difficile stare nel nostro mondo a cui, sopra ogni cosa, rimproverano l’assenza d’amore. Loro che ne sono così bisognose, escluse da tutto e sentendosi senza nessuno nonostante siano sempre insieme. 

Ad interpretarle, in una performance unica da cui è impossibile staccare gli occhi, sono le sorelle Rooney e Kate Mara, per la prima volta insieme sul grande schermo. Naturali nel meccanismo della ripetizione, nell’essere l’una l’eco dell’altra, Jean e Joan sono figure su cui poter questionare e di cui si finisce per comprenderne lo spirito al punto da affezionarcisi e soprassedere ai loro comportamenti problematici. A cui si vuole bene come all’intera operazione sgangherata e bislacca di Werner Herzog, che si trasforma in un’autentica avventura mitologica alla ricerca di un proprio posto là fuori. Un posto che il film ha trovato durante la 83esima edizione della Mostra di Venezia, dedicato in apertura alla memoria di David Lynch. 

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