Architetti che devi conoscere: Rem Koohlaas Il designer che ha letto la città prima che diventasse algoritmo

Architetti che devi conoscere: Rem Koohlaas Il designer che ha letto la città prima che diventasse algoritmo

Questo articolo fa parte della serie Architetti che devi conoscere. I capitoli precedenti approfondiscono il lavoro di Carlo MollinoSamuel RossLina Bo Bardi, Gaetano PescePatricia Urquiola e Carlo Scarpa.

C’è una sensazione che conosciamo tutti, anche senza darle un nome. Entrare in un aeroporto, in un centro commerciale, in un hotel internazionale o in una stazione e non capire più davvero dove ci troviamo. Le luci si somigliano, i materiali si ripetono, i negozi parlano la stessa lingua, le scale mobili portano da un piano all’altro come se lo spazio fosse un flusso infinito. Potremmo essere a Milano, Dubai, Singapore, Londra o New York e, per qualche minuto, la differenza sembrerebbe quasi sparire.

Rem Koolhaas aveva dato un nome a questa sensazione prima che diventasse normale. L’aveva chiamata Junkspace, lo spazio prodotto dalla modernizzazione quando tutto funziona, tutto circola, tutto vende e tutto finisce per assomigliarsi. Più che una critica agli aeroporti o ai centri commerciali, era una diagnosi del mondo che stavamo costruendo. Un mondo in cui lo spazio pubblico diventava consumo, la città diventava esperienza e l’architettura iniziava a somigliare sempre di più a un sistema operativo.

Delirious New York e la città come laboratorio

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Koolhaas è nato a Rotterdam nel 1944 e ha fondato OMA nel 1975 insieme a Elia Zenghelis, Zoe Zenghelis e Madelon Vriesendorp. Nel 1978 ha pubblicato Delirious New York, un manifesto retroattivo su Manhattan, e da allora ha costruito una figura difficile da separare tra architetto, teorico, scrittore, urbanista e osservatore delle trasformazioni globali. La sua importanza riguarda il modo in cui ci ha insegnato a leggere gli spazi in cui viviamo.

Koolhaas ha sempre guardato la città senza nostalgia. L’ha osservata come un organismo instabile, pieno di desiderio, mercato, densità, intrattenimento, potere e caos. In Delirious New York, Manhattan diventa il laboratorio della congestione, una città dove la verticalità, la folla e la tecnologia producono un modo completamente nuovo di vivere. La città moderna, per Koolhaas, va capita attraverso le energie che la attraversano.

È per questo che il suo lavoro parla così bene al presente. Oggi viviamo dentro città costruite da flussi continui, fisici e digitali. Ci muoviamo tra metropolitane, feed, uffici flessibili, flagship store, piattaforme, mappe, aeroporti, notifiche e spazi che chiedono costantemente attenzione. Koolhaas aveva iniziato a studiare questa condizione molto prima che diventasse il nostro paesaggio quotidiano. Cercava di capire che cosa stesse succedendo allo spazio quando la cultura urbana diventava globale.

Prada Epicenter, il negozio che diventa teatro

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Il Prada Epicenter di New York, completato tra il 2000 e il 2001, mostra bene questa capacità. OMA lo descrive come boutique, spazio pubblico, galleria, luogo di performance e laboratorio, parte di una ricerca sullo shopping come una delle ultime forme di attività pubblica. È una frase che oggi sembra quasi ovvia, ma all’inizio degli anni Duemila aveva una forza enorme. Koolhaas capiva che il negozio stava diventando molto più di un luogo in cui acquistare qualcosa. Stava diventando un teatro, un media, un ambiente in cui il brand costruiva esperienza.

Oggi questa intuizione è ovunque. Ogni flagship store vuole essere una mostra, ogni pop-up vuole sembrare un evento, ogni retail space deve produrre immagini, contenuti e permanenza. Koolhaas ha letto questa trasformazione con una lucidità rara e l’ha tradotta in architettura. Per lui lo shopping era uno dei modi più evidenti in cui il consumo stava riscrivendo lo spazio pubblico.

Questa capacità di prendere sul serio ciò che altri consideravano minore attraversa tutta la sua ricerca. La biblioteca, il museo, il quartier generale televisivo, il negozio, la campagna, il centro commerciale diventano tutti luoghi in cui capire il presente. Koolhaas costruisce dispositivi che mostrano come funziona una società.

Seattle, il sapere come movimento

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La Seattle Central Library, completata nel 2004, nasce in un momento in cui le biblioteche sembravano minacciate da due forze opposte, la riduzione dello spazio pubblico e la digitalizzazione. OMA la progetta come uno spazio civico per la circolazione della conoscenza in tutti i media, organizzando programmi e collezioni attraverso piattaforme e piani fluidi. Il risultato sembra  una macchina pubblica per orientarsi dentro l’informazione, lontana dall’immagine della biblioteca tradizionale, silenziosa e lineare.

È un progetto molto attuale, in un momento in cui la conoscenza sembra ovunque e allo stesso tempo sempre più difficile da afferrare. La biblioteca di Koolhaas tratta il sapere come un sistema di movimento. Libri, persone, media e percorsi convivono nello stesso organismo. Lo spazio diventa uno strumento per organizzare la complessità senza semplificarla troppo.

Da Pechino a Milano, dare forma ai sistemi invisibili

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Anche il quartier generale CCTV di Pechino, completato nel 2012, lavora su un’idea simile. Invece di seguire la tipologia classica del grattacielo verticale, OMA progetta un grande loop tridimensionale, un circuito che si piega e torna su sé stesso, con una mensola sospesa di 75 metri. L’edificio si chiude, si collega, si guarda da solo. È quasi la forma fisica di un sistema mediatico, un’architettura che contiene produzione, controllo, circolazione e immagine nello stesso gesto.

Koolhaas è interessante perché riesce spesso a dare una forma riconoscibile a sistemi che di solito restano invisibili. La biblioteca diventa infrastruttura della conoscenza. Il negozio diventa spazio pubblico commerciale. Il quartier generale televisivo diventa circuito. Fondazione Prada, a Milano, trasforma un’ex distilleria del 1910 in una coesistenza di edifici rigenerati e nuove costruzioni, con magazzini, laboratori, silos e nuovi volumi raccolti attorno a una grande corte. Ancora una volta, il valore vive nel modo in cui epoche, funzioni e immaginari diversi vengono messi in relazione, senza offrire risposte rassicuranti.

Countryside, oltre il mito delle città

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Negli ultimi anni questa capacità di spostare lo sguardo è diventata ancora più evidente con Countryside, The Future, la mostra curata con AMO al Guggenheim di New York. Dopo una vita passata a studiare metropoli, densità e trasformazioni urbane, Koolhaas ha portato l’attenzione sulla campagna, osservando data center, fulfillment center, automazione, intelligenza artificiale, agricoltura, migrazioni e trasformazioni climatiche. Il futuro, secondo questa ricerca, si costruisce anche nei luoghi che le città tendono a dimenticare.

È un passaggio importante, perché mostra come Koolhaas abbia saputo superare il mito della metropoli. Ha capito che il mondo urbano dipende da territori enormi, spesso invisibili, che lo alimentano, lo archiviano e lo sostengono. La campagna appare come la sua infrastruttura nascosta. Anche qui il suo gesto è molto chiaro. Guardare dove gli altri non stanno guardando. Ha trasformato ambienti che attraversiamo ogni giorno in oggetti di pensiero.

Leggere la città prima dell'algoritmo

@monicalozano016 Ur crazy for this Rem Koolhaas #architecture magic - Medasin & MAE.SUN & Sara Kawai

La sua architettura nasce nel punto in cui mercato, cultura, tecnologia, potere e desiderio iniziano a occupare lo stesso spazio. È una pratica che cerca precisione nel leggere ciò che accade. Koolhaas ha progettato edifici, certo. Ha costruito biblioteche, musei, sedi televisive, negozi e fondazioni. Ma soprattutto ha progettato un modo per osservare il caos contemporaneo senza ridurlo a rumore.

Rem Koolhaas ha letto la città prima che diventasse algoritmo perché ha capito che lo spazio organizza comportamenti, desideri, percorsi, consumi, immagini e possibilità. Ogni volta che entriamo in un luogo e sentiamo di essere dentro un sistema più grande di noi, stiamo attraversando una domanda che Koolhaas aveva già iniziato a porsi. Il suo lavoro resta così difficile da ignorare perché non  ci racconta soltanto com’è fatta l’architettura. Ci mostra come funziona il mondo che l’ha prodotta.

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