Quali conseguenze avrà la guerra in Iran sull'industria italiana? L’aumento dei prezzi dell’energia rischia di mettere in ulteriore difficoltà i mercati del Paese, moda inclusa

Per questioni di fuso orario, le borse asiatiche sono le prime ad aprire ogni mattina: per il terzo giorno consecutivo da quando è iniziata la guerra in Iran, hanno segnato risultati piuttosto preoccupanti. Il blocco, a seguito del conflitto, del traffico marittimo nello stretto di Hormuz – che collega il Golfo Persico al Mar Arabico e separa la penisola arabica dall’Iran, che ne controlla una delle sponde – ha provocato un aumento generalizzato del prezzo degli idrocarburi, dato che da qui transita circa un quinto del petrolio scambiato a livello globale, oltre a grandi quantità di gas naturale.

Il timore degli investitori è che la guerra in corso possa provocare una nuova crisi energetica a livello globale. Non a caso, anche per i mercati occidentali sono giornate complicate: le borse statunitensi ed europee hanno registrato per giorni risultati negativi. Le dichiarazioni contraddittorie dell’amministrazione Trump sulla durata del conflitto, inoltre, non stanno aiutando – e le ripercussioni sui mercati finanziari sono evidenti: le borse spagnola e italiana hanno avuto forti ribassi, e lo stesso vale per quelle di Parigi e di Londra.

Nello specifico, tra i titoli che stanno andando peggio in borsa ci sono quelli del settore aereo, principalmente per via della chiusura di molti scali in Medio Oriente, tra cui quello di Dubai, che è uno dei più trafficati al mondo. Vanno molto male anche le azioni delle banche, tradizionalmente più esposte a un’eventuale crisi economica in arrivo. Come prevedibile, le uniche società che per il momento non stanno risentendo delle conseguenze della guerra sono quelle che vendono armi e quelle che operano nel settore energetico, che avranno benefici dal conseguente aumento dei costi per i consumatori.

Il prezzo del petrolio è già aumentato dell’8%, toccando temporaneamente i livelli più alti dal luglio 2024, mentre quello del gas è cresciuto del 70%. Tutto questo ha contribuito a far salire i prezzi della benzina: negli Stati Uniti sono aumentati in media di circa dieci punti percentuali; ma ci sono state ripercussioni anche in Italia, dove il costo del gasolio è aumentato del 16% e quello della benzina del 6% – rialzo che si è già tradotto in un incremento dei prezzi consigliati ai distributori dalle aziende.

Le ricadute sul settore energetico

L’aumento dei prezzi dell’energia rischia di avere conseguenze rilevanti sul comparto industriale europeo, compreso quello italiano. Il sistema produttivo del Paese è infatti particolarmente esposto alle variazioni dei costi energetici, perché molte attività manifatturiere – dalla siderurgia alla chimica, fino alla ceramica e alla produzione di vetro – dipendono fortemente da gas ed elettricità. Una dinamica simile si era già verificata in Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, quando il forte aumento del prezzo del gas aveva messo sotto pressione molte imprese, costringendone alcune a ridurre la produzione o a sospenderla temporaneamente. Se il conflitto in Medio Oriente dovesse provocare – come si aspettano gli analisti e gli investitori – una nuova crisi energetica, aziende già esposte all’aumento dei costi potrebbero trovarsi ulteriormente in difficoltà, con conseguenze dirette sull’occupazione e sulla competitività internazionale.

È un problema enorme per i Paesi europei, che dall’inizio della guerra in Ucraina avevano sostituito parte delle forniture di gas russo con quello proveniente dal Qatar, che copre da solo circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL), utilizzato anche in Europa per produrre una parte significativa dell’elettricità destinata alle imprese. Tuttavia, le esportazioni qatariote dipendono quasi interamente dal trasporto marittimo e passano in gran parte attraverso lo stretto di Hormuz, che per l'appunto risulta bloccato a causa del conflitto. A tal proposito, le cosiddette Guardie della Rivoluzione Islamica – il più potente corpo militare dell’Iran, noti anche come "pasdaran" – hanno recentemente annunciato che tutte le navi in transito nello stretto rischiano di essere colpite dai missili e dai droni lanciati nella zona.

Come reagirà l'ambito della moda?

L'interruzione prolungata di uno dei principali snodi commerciali del mondo sul lungo termine avrebbe ricadute anche sul settore della moda, uno dei comparti più importanti dell’economia italiana. Anche se meno energivoro rispetto ad altri settori, l'ambito dipende da una lunga filiera produttiva che tra le altre cose comprende la tessitura, la tintura e le lavorazioni chimiche dei materiali – tutte attività piuttosto sensibili al costo dell’energia. Durante la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina molte aziende del comparto avevano già registrato un forte aumento delle spese di produzione, che in alcuni casi si era tradotto in prezzi più alti per i consumatori o in una riduzione dei margini di profitto.

Un nuovo aumento prolungato dei prezzi di gas e petrolio potrebbe quindi riproporre le medesime difficoltà, soprattutto per le piccole e medie imprese – che costituiscono gran parte della filiera della moda italiana. In un contesto di maggiore incertezza economica, inoltre, i beni considerati dai più non essenziali – come quelli di lusso – tendono a essere tra i primi su cui i consumatori riducono la spesa, con ripercussioni dirette sulle aziende produttrici.

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