
In Lombardia apriranno nuovi data center Ma una nuova legge ne regolerà l’impatto ambientale
La Lombardia è diventata l’epicentro italiano delle nuove infrastrutture digitali: i data center, grandi complessi di server fisici in cui vengono archiviate, elaborate e distribuite enormi quantità di dati. Già presenti da anni sul territorio, stanno crescendo rapidamente non solo in numero, ma soprattutto in dimensioni e consumi, come negli Stati Uniti, dove questa infrastruttura si è sviluppata prima e la cui diffusione ha già iniziato a modificare la struttura territoriale e le dinamiche demografiche di alcune aree. Un caso emblematico è quello di Ashburn, in Virginia, oggi considerata uno dei principali hub mondiali di data center, al punto da essere definita “Data Center Alley”. Come riportato dal Washington Post, la concentrazione di queste infrastrutture ha progressivamente trasformato il paesaggio locale, con edifici tecnici inseriti in continuità con aree residenziali e servizi, ridefinendo il rapporto tra spazio abitativo e infrastruttura digitale.
Con il 63% delle richieste di autorizzazione nazionali concentrate nella regione, la quale ha approvato la prima legge italiana dedicata ai centri di elaborazione dati, la necessità di una regolamentazione nasce soprattutto dal tema dell’impatto ambientale, fino ad oggi affrontato in modo piuttosto vago. I nuovi data center, in particolare quelli destinati all’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, richiedono infatti enormi quantità di energia e sistemi di raffreddamento sempre più complessi. Nel caso dell’AI generativa, i sistemi che rispondono alle domande, traducono testi o riconoscono immagini, la cui potenza di calcolo è molto più elevata rispetto a quella di un normale server aziendale, sembrano quindi richiedere un vero e proprio sacrificio, non solo in termini di consumi energetici, ma anche di risorse ambientali e spazio territoriale. Ed è proprio qui che interviene la nuova legge, che tenta di circoscrivere l’impatto di queste infrastrutture per accogliere sì il cambiamento e l’evoluzione tecnologica, ma in modo più consapevole, forse nel tentativo di limitare gli strascichi di qualcosa che, inevitabilmente, saremmo poi tutti costretti a pagare. Ma vediamo meglio di cosa si tratta.
Un prezzo da pagare
@headquarters this cannot be the new normal.
original sound - Headquarters
Secondo un report della BBC, un data center può consumare tra gli undici e i diciannove milioni di litri d’acqua al giorno, più o meno la quantità necessaria a una città di quarantamila abitanti. A questo si aggiunge uno studio dell’Università della California Riverside, secondo cui entro il 2027 la sola domanda globale di intelligenza artificiale potrebbe richiedere tra i 4,2 e i 6,6 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, quasi quanto metà del fabbisogno idrico del Regno Unito. Il problema, come spesso accade con le tecnologie digitali, è che per anni tutto questo è rimasto invisibile: l’acqua all’interno dei data center viene utilizzata per evitare il surriscaldamento dei server e, di conseguenza, maggiore sarà la quantità di dati elaborati, maggiore sarà anche il consumo idrico necessario per raffreddare queste infrastrutture.
Per questo motivo, la nuova legge stabilisce che i futuri data center non potranno utilizzare acqua proveniente dagli acquedotti pubblici per i sistemi di raffreddamento. Esistono però tecnologie alternative, anche se decisamente più costose, che permettono di ridurre drasticamente il consumo idrico. Tra queste c’è il raffreddamento a circuito chiuso, dove il fluido refrigerante viene continuamente riciclato senza dispersione; il liquid cooling diretto, che porta il liquido a contatto con i chip attraverso sistemi integrati nei rack; oppure il raffreddamento per immersione, probabilmente la soluzione più radicale, in cui i server vengono immersi in liquidi dielettrici non conduttori. Una casistica che sembra voler evitare di bloccare l’innovazione tecnologica, fissando però un limite preciso entro cui muoversi.
Il problema del suolo
@businessinsider #AI #datacenters are popping up everywhere. Here's what it's like living next to one. #serverfarms original sound - Business Insider
Ad aggiungersi a questo scenario c’è poi il tema dello spazio. L’espansione dei data center potrebbe occupare circa 120 ettari di terreno, equivalenti a più di 160 campi da calcio, che in una regione dove il territorio agricolo è già fortemente compromesso, il tema del sacrificio del suolo diventa inevitabilmente centrale. Per questo motivo, per scoraggiare la costruzione su aree verdi o agricole, la legge introduce un forte disincentivo economico: chi decide di costruire un data center su terreni agricoli o aree verdi dovrà pagare contributi molto più elevati rispetto alle tariffe ordinarie. Una “stangata”, come è stata definita da alcuni, che però risponde a una precisa logica urbanistica, quella di rendere conveniente il recupero di aree industriali dismesse. Dunque, chi sceglie di insediarsi in ex aree industriali o zone da bonificare potrà invece accedere a procedure semplificate.
C’è una soluzione a tutto?
Non tutti i data center hanno lo stesso impatto, e la legge lo riconosce. Il provvedimento introduce infatti una distinzione basata sulla potenza energetica degli impianti. Un tradizionale centro dati aziendale ha consumi energetici e idrici molto inferiori rispetto a un cluster dedicato all’AI generativa. Confondere queste due realtà, come spesso accade nel dibattito pubblico, rischia di produrre stime distorte e decisioni poco precise. La legge lombarda cerca invece di stabilire una gerarchia più chiara, riservando controlli più severi agli impianti considerati maggiormente impattanti.
Infine, c’è un ultimo aspetto che riguarda non tanto ciò che i data center consumano, quanto ciò che producono. Ogni impianto genera enormi quantità di calore residuo che, nella maggior parte dei casi, viene disperso nell’atmosfera. Un enorme spreco, considerando che potrebbe essere recuperato e riutilizzato - come nelle reti di teleriscaldamento urbano - contribuendo a ridurre il consumo di gas e altre fonti energetiche. In questo senso, la legge lombarda sembra voler fare proprio questo: non respingere l’innovazione, ma provare a leggerla nelle sue conseguenze reali. Accogliere il cambiamento senza ignorarne il prezzo, cercando di fare in modo che i benefici prodotti da queste infrastrutture non siano inferiori all’impatto che inevitabilmente avranno sul territorio e, più in generale, sull’ambiente. Dunque, non ci resta che attendere e guardare al cambiamento con fiducia.