
Hosted By: Olga Campofreda Che cosa ho imparato dall’armadio di Simone de Beauvoir (sì, ancora su moda e letteratura)
Mi capita sempre più spesso, negli ultimi tempi, di essere chiamata a difendere il rapporto tra moda e letteratura, a dispetto di chi, ancora oggi, sembra considerarla un’anomalia. Come mai la moda ha bisogno della letteratura? Mi si chiede (e mi fa ridere che non sia mai il contrario, forse perché sarebbe troppo ovvia la risposta). E che cos’hanno in comune i libri con i vestiti? In quanto curatrice del Miu Miu Literary Club, fondato e diretto da Miuccia Prada dal 2024, sono tutte domande su cui ho avuto modo di riflettere a lungo.
All’inizio mi impegnavo con entusiasmo ad articolare dei punti di aggancio. Per esempio - dicevo – c’è questa ricerca incessante del grande classico, del romanzo universale che possa durare oltre il tempo, di quella borsa iconica che vince sul veloce succedersi delle tendenze; e poi lo stile, lo stile che (ho scoperto studiando), è un concetto comune ad entrambi i mondi e deriva dalla parola latina stylus, l’oggetto appuntito che si utilizzava nell’antichità per scrivere sopra le tavolette di cera o d’argilla. Oggi, sia in letteratura che nella moda, lo stile è quella cosa che lascia il segno, che non si fa dimenticare facilmente dopo aver letto una storia o dopo l’incontro con una persona non solo ben vestita, ma che risalta in un modo tutto suo.
Infine c'è la questione della trama: la trama di un libro, la trama di un tessuto. Questo punto mi ha fatto da assist tante volte per passare a dire che tutto sommato sia la moda che la letteratura sono due ecosistemi che desiderano raccontare storie. Lo fanno intrecciando elementi che significano sé stessi ma anche altro, e in parte, anche non provandoci direttamente, hanno sempre qualcosa da dire sulla società e il contesto che li hanno prodotti.
Nonostante tutto, queste cose vengono recepite con interesse dai miei interlocutori, ma non sono sufficienti a rispondere alle loro domande, perché da sole non riescono a scardinare il pregiudizio – vivo da entrambi i lati – che la moda appartenga al reame della frivolezza e la letteratura a quello della conoscenza, spesso percepita come difficile e polverosa.
Di recente, nel corso di un pomeriggio di doomscrolling, sono capitata su un post in cui si commentava la scelta – secondo l’autore paradossale – di usare la figura di Simone de Beauvoir per un evento legato al mondo della moda. Esiste perfino un’intervista (faceva notare l’utente social) in cui la filosofa francese avrebbe detto che la moda, no, quella proprio era l’ultimo dei suoi pensieri.
Questa cosa mi ha fatto sorridere.







































