La poetica delle forme e dei volumi nella Couture 2027 di Jean Paul Gaultier La collezione di debutto di Duran Lantik è un’ode all’heritage del brand e dell’intera Francia

La poetica delle forme e dei volumi nella Couture 2027 di Jean Paul Gaultier  La collezione di debutto di Duran Lantik è un’ode all’heritage del brand e dell’intera Francia

Un viaggio contemplativo tra forme, silhouette e volumi che non racconta soltanto l'inedito punto di vista creativo di Duran Lantink per la prima collezione Haute Couture FW26-27 di Jean Paul Gaultier, ma anche l'eredità di una maison e della sua madrepatria, l'Île-de-France. In un sistema che, gradualmente, sembra essersi dimenticato della magia e del sogno della moda, il nuovo direttore creativo dà vita a un dialogo tra il savoir-faire dell'alta moda, la tradizione delle forme storiche e la loro reinterpretazione attraverso le nuove tecnologie. 

Se oggi la moda cerca sempre più di avvicinarsi a chi la osserva, a chi ne desidera gli oggetti, spesso trova nell'estrema sintesi formale il suo punto d'incontro, sacrificando tutto ciò che potrebbe risultare scomodo, disfunzionale o semplicemente distante dalla quotidianità. Duran Lantink sceglie invece la strada opposta. «I prefer to interrogate the silhouette rather than the body. I want to challenge the garment itself, to push it to the very limits of its sculptural potential», spiega nelle note della sfilata. 

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L'interesse di Lantik non è il corpo, ma ciò che l'abito può diventare quando viene liberato dall'obbligo della funzionalità. Quelle stesse silhouette, quei tessuti e quei materiali – l'inganno e, allo stesso tempo, il vizio della modamostrare e nascondere – diventano il terreno su cui il nuovo direttore creativo sorprende. Gli abiti si presentano frontalmente come costruzioni quasi classiche, ma rivelano la propria architettura, il proprio esoscheletro, quando vengono osservati di profilo. Mutano ancora se guardati di tre quarti o da dietro, trasformandosi continuamente a seconda del punto di vista.

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Nell'epoca della bidimensionalità, dell'immagine compressa nella superficie di uno schermo, la collezione riporta la moda alla sua natura più autentica: quella tridimensionale. I capi resistono all'obiettivo fotografico, incapace di ridurli a una semplice immagine frontale, invitando lo spettatore a scoprirne la complessità spaziale. Le spalle si amplificano fino a raggiungere volumi quasi innaturali, colletti e scollature si proiettano in avanti trasformandosi in elementi sculturei, mentre tournure e crinoline si liberano delle rispettive funzioni storiche: le prime diventano code simili a pungiglioni di vespa, le seconde condotti da cui esplodono cascate di tulle.

Corsetti, imbottiture ed esasperazioni anatomiche continuano a modellare, e deformare, silhouette femminili e maschili. In un'epoca dominata dalla viralità e dalla velocità, in cui riconoscere ed essere riconosciuti sembra essere diventato il principale obiettivo dell'immagine, Duran Lantink restituisce alla moda la possibilità di nascondersi. Le sue forme sono ambigue, sembrano proiettarsi oltre il corpo, ricostruendosi sull'ombra di sé stesse.

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Da questa ricerca emergono architetture vestimentarie che rimandano a un passato lontano: il XVIII secolo. Un'epoca che ha contribuito a costruire non soltanto l'identità della Francia, ma quella dell'intero sistema moda. Se il galeone di Jean Paul Gaultier sembrava da tempo navigare in una tempesta creativa senza approdo, con Lantink trova finalmente una nuova rotta che conduce direttamente alle sale di Versailles, quando la moda era ancora scomoda, monumentale e spettacolare. Non perché dovesse essere pratica, ma perché rappresentava il potere, i capricci e i vizi della corte, in netto contrasto con una nazione piegata dalla povertà.

La figura di Maria Antonietta permea l'intera collezione in maniera sottile. Le stampe rimangono rare, lasciando che siano le forme a parlare, ma alcuni motivi decorativi attingono direttamente dagli interni della Reggia di Versailles. Un abito riprende i rinceaux del Cabinet Doré della regina, un altro reinterpreta i ricami floreali della sua camera da letto attraverso la tecnica del sablé, mentre i pantaloni Capri citano le culotte del habit à la française. Persino i nastri suivez-moi-jeune-homme che adornano le acconciature sembrano prolungare il movimento delle silhouette come il passaggio di un corteo reale. Anche le calzature, sviluppate a partire dalla collezione ready-to-wear FW26-27, dialogano con il Siècle des Lumières attraverso satin, tonalità storiche e tacchi pied-de-chèvre, alterando percettivamente le proporzioni del piede.

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È soprattutto l'eco dell'abito di corte, però, a diventare centrale. Monumentali, scomodi, apparentemente impraticabili, questi capi rivendicano proprio quella disfunzionalità che oggi appare assurda. «Precisely. It is this dysfunction that I wanted to explore. Today, the absence of practicality feels almost absurd. Yet it allows me to place the search for form at the very heart of my creative process», afferma il designer.

Anche la palette cromatica contribuisce a costruire questo immaginario. Il burgundy, colore ricorrente nella storia di Jean Paul Gaultier, diventa il punto di partenza attorno al quale si sviluppano il Bleu de Roy, il verde menthe fraîche, il rosa flamant e le delicate sfumature di cuisse de nymphe e cuisse de nymphe émue: tonalità che, già nel nome, evocano la leggerezza immaginifica della corte di Maria Antonietta.

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Se molti dettagli appartengono a un tempo ormai lontano, è l'heritage a rappresentare il vero centro della collezione. Un'architettura simbolica fatta di stanze da esplorare, di codici da attraversare e nei quali perdersi, con la promessa di lasciarsi ancora sorprendere. Lantink rilegge alcuni dei segni distintivi dell'universo Jean Paul Gaultier: il corsetto, la giacca sartoriale, le lavorazioni Aran, il tailoring scultoreo, le gonne in tulle e soprattutto l'iconico reggiseno a cono, liberato dalla sua collocazione tradizionale per migrare sul corpo trasformandosi in punte e protrusioni organiche.

La rilettura dell'heritage passa anche dagli archivi della maison. Il panno gessato della collezione Haute Couture FW02-03 Les Hussardes viene trasformato in una corazza e in un completo sartoriale, mentre una biker jacket dimenticata viene ricostruita come un patchwork, trovando una seconda vita sulla passerella. Persino Le Mâle, la fragranza simbolo della maison, viene reinterpretata attraverso un bouquet di lavanda bianca custodito sotto la campana di un enorme medaglione.

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La collezione di Duran Lantink rappresenta il principio di un dialogo: un confronto con gli atelier di Jean Paul Gaultier e con gli artigiani della couture diventa un laboratorio di sperimentazione, un luogo in cui competenze diverse si incontrano per dare forma a possibilità ancora inesplorate. È proprio questa alleanza tra heritage, tecnica e ricerca che restituisce alla Haute Couture la sua funzione originaria: non quella di inseguire il presente, ma di immaginare ciò che ancora non esiste.

In un momento storico in cui la moda sembra spesso misurare il proprio valore sulla velocità dell'immagine e sulla sua immediata leggibilità, il debutto di Duran Lantink sceglie invece la complessità. Riporta al centro il tempo della costruzione, della sperimentazione e della meraviglia, ricordando che la couture non appartiene al regno della funzionalità, ma a quello dell'immaginazione. È lì che, come conclude lo stesso designer, «the impossible becomes possible». E forse è proprio questa la promessa più importante della nuova era di Jean Paul Gaultier: fare della forma non un esercizio di stile, ma il luogo in cui il sogno della moda torna finalmente a prendere forma.

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