
La nuova Couture di Balenciaga è bella, ma basta? In una moda iper-satura, l’assenza di una storia è una debolezza
Si può essere troppo puri per il proprio stesso bene. Quando Pierpaolo Piccioli andò via da Valentino, l’opinione generale era che la sua Couture fosse perfetta ma che, negli anni, fosse diventata prevedibile. Gli abiti erano bellissimi, ma era difficile distinguere, a volte, una stagione dall’altra sia perché Piccioli non si poneva come narratore, sia perché gli stessi stilemi ricorrevano sempre di più. Capriccio e follia, due elementi base della Couture che conquista i titoli dei giornali, erano andati scemando dopo show eccezionali come quelli autunnali del biennio 2020-2022. E in un calendario moda affollato di voci vecchie, nuove e pure riciclate come quello di oggi, si emerge solo con una personalità prepotente. Lo stesso vale per la nuova Haute Couture di Balenciaga.
Se è vero che con Demna l’Haute Couture del brand aveva finito per insistere anche troppo sugli stessi temi del banale rivisitato (specialmente quella combinazione di jeans e t-shirt bianca che, dopo la prima volta, iniziava a parere creativamente pigra) l’approccio tecnicistico-romantico di Piccioli ha portato in passerella abiti stupendi, eleganti, magnifici la cui personalità però si esaurisce tutta nell’esecuzione. Le show notes parlano di «la nozione di couture, la natura della couture, interamente riconsiderata per la nostra contemporaneità» e di «couture come informazione». Un pragmatismo che sarebbe meno asettico se si assumesse dei rischi creativi o provasse a sfiorare il sublime.
Sul piano costruttivo non c’è da eccepire. «Una sequenza di cappotti sartoriali e abiti in cashmere», dicono le note, «si basa su una scansione digitale tridimensionale degli individui, adattando le loro attitudini in pose che poi diventano la base per modellare la pelle come carapaci interni». Altrove si parla dell’introduzione del tessuto Amsilk ovvero «un’alternativa avanzata di seta bioingegnerizzata per la couture» e di «forme che devono essere viste a 360 gradi per essere davvero comprese». Ma oltre a essere elegantissima, chi è la donna che indossa questi abiti? Ha passioni, ossessioni, stranezze? La stessa colonna sonora, dominata dalla voce dolente di Anohni Hegarty, era tutto languore e poco vigore.
Il problema con questo e altri show è che al di là dell’auto-celebrare la propria tradizione, perizia ingegneristica e costruttiva, a molte sfilate delle ultime stagioni manca una storia: sono estrapolazioni intellettuali, saccenti riferimenti ad artisti magari celeberrimi ma sconosciuti a chiunque non frequenti il Barbican di Londra, oppure collezioni piene di dettagli nascosti nelle fodere delle giacche, nei bottoni e negli orli che bisogna cercare col lumicino. Solo Robert Wun e Rahul Mishra, in questa stagione, hanno pensato che un abito di Couture dovrebbe stupire, far fantasticare, avere un po' di dramma. Tutti amiamo le soprese nascoste, ma nel mondo reale, di solito, arrivano nascoste in involucri più divertenti.
È verissimo che in questo periodo Balenciaga sta attraversando una delicata metamorfosi, eppure forse proprio questo è il momento di gettare la prudenza al vento. La natura e identità del brand è ancora in divenire, l’era di Demna è conclusa (o si è spostata da un’altra parte) e sappiamo già che la Couture rappresenta il più alto grado di tecnica e perfezione formale che la moda dovrebbe raggiungere. Balenciaga ha tra gli atelier migliori del pianeta. Il punto è che, partendo da questi assunti, ed essendo il regno di sogni e fantasia, la Couture può anche essere divertente, raccontare una storia e non essere solo un esercizio di solenne serietà. I vestiti ci sono, ma dove sono i brividi?































































































