
E se le aziende storiche del Made in Italy sostenessero la moda indie italiana? Ne abbiamo parlato con Diletta Paoloni e Danilo Paura
Danilo Paura è uno dei protagonisti della scena streetwear italiana. Emerso sulle scene nel 2015, il suo brand eponimo ha attraversato dieci anni di cambiamenti nella cultura della moda italiana. Ma lo ha fatto seguendo un percorso suo. Decentrato rispetto a Milano, dove ha sfilato tra 2019 e 2021, desideroso di affermarsi nelle community reali dei giovani e non solo negli editoriali di moda, Paura ha costruito il suo progetto con un approccio pratico basandosi sul prodotto, sulla community e su una stupefacente serie di collaborazioni di alto profilo di cui l’ultima è stata con Vans.
Per undici anni il brand è rimasto indipendente, diffondendosi al di fuori dei circoli della moda di lusso e preferendo sempre portare la propria idea di eccellenza contemporanea nella realtà dei più giovani. Nel 2026, però, è stato annunciato che il Gruppo Paoloni, già fondatore del brand Paoloni oltre che di Manuel Ritz, aveva acquisito Paura. Una mossa interessante da entrambi i lati: Paura si è inserito all’interno di una piattaforma con alle spalle decenni di storia che è molto diversa dal classico conglomerato di moda internazionale; il Gruppo Paoloni, da sempre attivo nello sviluppo del mercato contemporary ha “accolto in famiglia” un brand esterno potenziando così la sua reach.
Il caso è interessante perché consente di porre domande sul futuro: ora che i gruppi del lusso, invece di acquisire nuove aziende, le cedono; ora che 50 milioni di consumatori sono scesi dal vagone del lusso e si sono riversati nel segmento intermedio del mercato, non potrebbe esserci la possibilità di vedere sorgere nuovi conglomerati italiani, basati su una radice di manifattura come il Gruppo Paoloni, che trovano nuova linfa sostenendo brand pensati non per le élite ma per gli appassionati di moda e design del paese reale?
Per capire meglio queste dinamiche, abbiamo parlato con Diletta Paoloni, brand coordinator e membro del Consiglio di Amministrazione di Paoloni, e con Danilo Paura. Ecco cosa ci hanno detto.
Com’è nata l’acquisizione di Danilo Paura e cosa rappresenta per il gruppo e per il brand stesso?
Diletta Paoloni: Ci è giunta voce che Danilo fosse alla ricerca di un partner, e noi siamo da sempre molto attenti al panorama dei brand indipendenti. Quando si è presentata l’occasione ci è venuto quindi naturale coglierla e con Danilo, inoltre, si è instaurato fin da subito un bel rapporto. Il suo arrivo aggiunge al portafoglio un elemento più street che mancava.
Danilo Paura: Chi svolge il mio lavoro non può non conoscere realtà come Paoloni. Conoscevo Michele da tempo, ma non avrei mai immaginato di poter dare forma a un progetto così importante. Devo molto a chi mi ha accompagnato in questo percorso. Mi sono affidato a una società di sviluppo strategico, e:noi, con la quale ho intrapreso un lavoro profondo di analisi e costruzione del futuro. Ho incontrato più volte Roberto e Lucia. Hanno imparato a conoscermi, ad ascoltare le mie esigenze e a comprendere la mia visione.
Insieme abbiamo disegnato un percorso che prevedeva anche l’individuazione di un partner con le caratteristiche del Gruppo Manifattura Paoloni. Con Roberto e Lucia si è creato da subito un rapporto di grande sintonia. Abbiamo lavorato innanzitutto su di me e sul progetto; poi, quando abbiamo capito di essere pronti, è arrivato il momento dell’incontro. È stato un momento speciale perché, nonostante l’importanza della circostanza, fin dal primo istante ho avuto la sensazione di essere nel posto giusto, quasi a casa. Da lì in poi, tutto si è evoluto in modo naturale.
Come convivono, all’interno del gruppo, brand con codici estetici così diversi, evitando sovrapposizioni e valorizzando le specificità di ciascuno?
Diletta Paoloni: Ogni brand ha un proprio DNA, quindi la differenziazione viene abbastanza naturale. Paoloni è il nostro brand più formale, pensato per un uomo adulto; Manuel Ritz è formale ma per un uomo più giovane; con Danilo è entrato un segmento ancora diverso, più streetwear. Il metodo di lavoro, invece, resta lo stesso per tutti: realizziamo collezioni, escono i campionari, siamo in vendita secondo lo stesso processo, anche se ogni DNA ha poi le proprie dinamiche interne. La nostra esperienza, forte di un approccio eclettico, ci aiuta a gestire questa varietà senza grandi difficoltà.
In che modo far parte di un gruppo cambia il lavoro quotidiano di un designer?
Danilo Paura: Sicuramente è un alleggerimento. Quando si rappresenta un brand indipendente, spesso è una sola persona a doversi occupare di troppe cose, e questo inevitabilmente va a scapito della professionalità. Poter sfruttare il know-how del gruppo, mantenendo però margine alla mia visione, mi permette finalmente di mettere a terra le cose giuste per il brand e non quelle a cui ero costretto. La cosa che più mi entusiasma è poter finalmente dire di no: è un lusso che solo chi ha una struttura solida può permettersi.
La crisi del lusso più alto sta favorendo l’emergere del segmento contemporary e dei brand indipendenti? Qual è la vostra lettura del mercato attuale?
Diletta Paoloni: Il consumatore è più attento, ha iniziato a guardarsi intorno e a scegliere consapevolmente cosa acquistare. Noi trasmettiamo affidabilità e da sempre cerchiamo di mantenere un rapporto qualità-prezzo coerente, offrendo esattamente quello che siamo davvero in grado di fare. E questa autenticità a essere premiata dal mercato.
Danilo Paura: Sarebbe sciocco negare che il mercato sia congestionato. Per noi vendere un prodotto non è la cosa più importante: si tratta piuttosto di coltivare qualcosa di più grande. La mia visione è olistica, fatta di arte, musica, cultura, eventi e collaborazioni, ed è quello che mi permette di dialogare direttamente con il mio pubblico. Negli ultimi anni il consumatore ha iniziato ad abbattere l’istituzionalità del brand, vuole sentirsi sempre più vicino.
Pensate che questa fase di crescita del segmento intermedio possa portare a un ampliamento o a un’elevazione della proposta del gruppo?
Diletta Paoloni: Non ci precludiamo nulla. Per tanti anni ci siamo concentrati sui nostri due brand storici, ma è nata, anche da parte mia, l’esigenza di proporre a mio padre di aprirci a qualcun altro che potesse accompagnarci verso mondi in cui non eravamo ancora presenti: è una sfida che vogliamo assolutamente intraprendere. Seguire un brand come quello di Danilo richiede attenzione e tempo, quindi in questo momento ci concentriamo nel fare bene ciò che sappiamo fare, con l’ambizione che diventi un caso esemplare.
Quanto conta, per un gruppo come il vostro, restare un’azienda a gestione familiare, e ritenete sia un modello ancora competitivo rispetto alla multinazionale?
Diletta Paoloni: Questa è un’azienda con una storia importante, fatta di persone vere: in azienda ci siamo io, mio padre e mio zio, non ci sono grandi manager a cui rispondere. È un messaggio positivo che esce naturalmente ed è un fattore che ci premia, con l’obiettivo di portarla avanti nelle prossime generazioni. A oggi posso dire che questo modello funziona e l’acquisizione di Danilo Paura lo dimostra: si tratta di un brand lontano dal nostro mondo di riferimento eppure ci crediamo e vogliamo portarlo avanti. Per noi è sicuramente un modello vincente, anche se non è detto lo sia per tutti.
Vi capita di ricevere richieste da designer o brand indipendenti di entrare a far parte del gruppo?
Diletta Paoloni: Sì, ne arrivano quasi tutti i giorni: è evidente che, da parte dei designer indipendenti, l’esigenza di affidarsi a una struttura solida esiste davvero. Noi ci prendiamo però il lusso di scegliere, e procediamo comunque uno step alla volta.
Guardando al futuro, quali sono gli obiettivi e i traguardi che vi ponete, sia per il gruppo sia per il brand Danilo Paura?
Diletta Paoloni: L’idea, fin da quando abbiamo iniziato con Danilo, era proprio quella di farlo crescere a tal punto che tutti, prima o poi, dicano: “che bravi che sono stati”.
Danilo Paura: Il primo passo sarà un consolidamento, capire bene quali sono i nostri punti di forza e quali invece le scelte da non ripetere. A livello aspirazionale non voglio porre limiti, sono molto ambizioso, ma nei primi mesi ci sarà un periodo di rodaggio. Se vogliamo davvero giocarcela, dobbiamo fare la gara dei grandi: credo che questa sia un’opportunità per dimostrare che un brand fatto di idee può affermarsi in uno dei mercati più affascinanti che esistano. Ho investito sul retail in tempi non sospetti, ed è un canale che continuerà a crescere molto; guardiamo anche al mercato internazionale, che sono certo porterà ulteriore espansione.
Qual è oggi, secondo Danilo Paura, lo stato di salute della scena creativa indipendente e quale approccio serve a un brand per crescere nel modo giusto?
Danilo Paura: La fame stimola la creatività; servono storie vere, community autentiche, artisti che sentano davvero l’esigenza di esprimere la propria visione. Il mercato soffre a tutti i livelli, ma quello che vedo è una forza che nasce dal basso e cresce, portando con sé passione e ideali.
Cosa serve per far diventare un brand indipendente qualcosa di più grande prima da solo e poi dentro un gruppo?
Danilo Paura: Crescere è soprattutto una questione di tempo e di maturità: capire quando è il momento giusto permette al brand di dialogare con la distribuzione corretta. Qualche anno fa era lo showroom a definire la qualità di un marchio e a determinarne la strategia distributiva; oggi è il brand stesso a costruire la propria identità, con un approccio in cui tutto deve incastrarsi senza forzature né scorciatoie.
Prima di cercare un mercato, bisogna trovare il proprio, lasciando che il brand trovi la sua strada in modo autonomo; un gruppo che lavora al fianco di un brand in una fase precisa del suo sviluppo deve proteggerne gli asset principali, sostenendo le scelte e costruendo insieme una strategia coerente. Per vendere, non bisogna essere ossessionati dal vendere: in una prima fase occorre dare, senza aspettative, fare ogni giorno qualcosa con costanza, come l’acqua per una pianta, né troppa né troppo poca. Bisogna essere ossessionati dalla cura, non dal riconoscimento, guardare ai dettagli e comportarsi onestamente nei confronti del mercato e, prima ancora, dei valori del brand stesso: un gruppo serio si mette al fianco del brand, lo prende per mano e ne accompagna la crescita, rispettandone i tempi.




















































