Le città stanno diventando sempre più calde? Vivere al fresco potrebbe diventare un privilegio per pochi

Il caldo non colpisce mai una città in modo uniforme. Atterra sull’asfalto, rimbalza sulle facciate, resta intrappolato tra le strade strette, si accumula nei quartieri con pochi alberi e molte superfici minerali. Due persone possono vivere nella stessa città e attraversare due climi diversi: una sotto un viale alberato, l’altra su un marciapiede senza ombra; una in una casa isolata e ventilata, l’altra in un appartamento esposto, piccolo, senza verde intorno. La temperatura in città non è solo un dato meteorologico. È anche una questione di progetto.

Le ondate di calore stanno trasformando le aree urbane in una delle frontiere più concrete della crisi climatica. Secondo il capitolo 2025 della Commissione Europea sulla resilienza climatica, in Europa il caldo estremo causa circa il 95% delle morti legate a eventi climatici, mentre negli ultimi vent’anni i decessi da calore sono aumentati di circa il 30%, colpendo in modo particolare chi vive nelle città dense a causa dell’effetto isola di calore. Non è difficile capire perché: cemento, asfalto, tetti scuri, traffico, aria condizionata, mancanza di vegetazione e impermeabilizzazione del suolo trasformano interi quartieri in superfici che assorbono calore di giorno e lo rilasciano di notte.

Perché le città diventano sempre più calde

Nel 2025 il tema è diventato ancora più evidente. Un report di World Meteorological Organization e Copernicus Climate Change Service ha rilevato che il 2025 è stato un anno di caldo anomalo per il 95% dell’Europa, con record climatici, ondate di calore e incendi su scala continentale. Ma il dato più importante, per chi si occupa di città, è che il caldo non è mai solo “fuori”. Entra nella forma urbana. Dipende dai materiali, dall’orientamento delle strade, dalla presenza di alberi, dall’ombra, dalla ventilazione, dalla distanza da parchi e corsi d’acqua, dalla possibilità di trovare riparo senza dover consumare.

Per questo il design urbano non può più considerare l’ombra un effetto collaterale. L’ombra è infrastruttura. Un albero non è arredo, è climatizzazione pubblica. Una pavimentazione chiara non è solo scelta estetica, è una tecnologia passiva. Una fontana, un portico, una pensilina, una scuola aperta d’estate, una biblioteca climatizzata, un parco raggiungibile a piedi sono pezzi di adattamento climatico. La città che fino a pochi anni fa progettava soprattutto flussi, consumo, attrattività e immagine oggi deve progettare sopravvivenza quotidiana.

Il caldo urbano è anche una questione sociale

Il problema è che queste soluzioni non sono distribuite allo stesso modo. La crisi climatica non crea solo nuove temperature, ma rende più visibili vecchie disuguaglianze. Il Joint Research Centre della Commissione Europea ha pubblicato nel 2026 uno studio su 862 città europee che mostra una carenza di accesso adeguato agli spazi verdi e una chiara divisione socioeconomica: reddito, densità, clima e distribuzione del verde influenzano direttamente la possibilità di vivere in ambienti urbani più freschi e sani. In altre parole, il caldo estremo è anche una questione di classe, età, salute, lavoro e indirizzo.

Chi può permetterselo risponde al caldo con soluzioni private: aria condizionata, seconde case, smart working, isolamento domestico, taxi, palestre, piscine, uffici climatizzati. Chi non può, resta nello spazio pubblico più duro: fermate senza pensiline, case mal isolate, lavori all’aperto, mezzi affollati, quartieri senza alberi, appartamenti che non si raffreddano neanche di notte. È qui che il caldo diventa politico. Non perché il sole scelga chi colpire, ma perché la città è già stata progettata in modo diseguale prima che arrivi l’ondata di calore.

Milano e l’effetto isola di calore urbana

@yagmur.arabaci milan is a ghost town in summer #fyp #milan #perte #kesfet #milano #italy #italytravel #milanesa #travel #traveltiktok #livingabroad karma T soundtrack - kartshewang

Milano è un esempio utile perché rende il tema leggibile senza bisogno di astrazioni. Secondo il dossier 2025 “Che caldo che fa!”, l’effetto isola di calore a Milano è particolarmente sensibile, con una differenza di 4,2°C tra le aree più urbanizzate e quelle vegetate. Nell’estate 2024, la città ha raggiunto per 6 giorni il livello massimo di rischio 3 per le ondate di calore, con 3 ondate registrate e un eccesso di mortalità tra gli over 65 nel mese di agosto. Questo non significa che Milano sia un’eccezione, ma il contrario: è una delle immagini più chiare di ciò che molte città europee stanno diventando.

La risposta non può essere solo piantare alberi ovunque, anche se gli alberi restano una delle infrastrutture più efficaci. Servono strategie più complesse: suoli permeabili, materiali riflettenti, riduzione dell’asfalto, tetti verdi, ombreggiamento delle fermate, cortili scolastici depavimentati, corridoi di ventilazione, mappe del rischio termico, rifugi climatici accessibili, manutenzione del verde esistente. Il 2025 Urban Extreme Heat Risk Management Resource Package di UNDRR, ICLEI e Making Cities Resilient 2030 insiste proprio sulla necessità di trattare il caldo urbano come un rischio sistemico, da gestire con pianificazione, dati, governance e protezione delle popolazioni vulnerabili.

Le città fresche rischiano di diventare città per pochi

La domanda vera, però, resta: chi paga questa transizione? Perché anche l’adattamento climatico può diventare diseguale. Un quartiere più verde può diventare più vivibile, ma anche più desiderabile e quindi più costoso. Una strada depavimentata può migliorare la salute pubblica, ma anche aumentare l’attrattività immobiliare. Una città che si raffresca senza politiche abitative rischia di produrre una nuova forma di esclusione: non più solo essere espulsi dalla città bella, ma anche dalla città fresca.

È qui che il design urbano deve cambiare postura. Non basta progettare città più verdi, più ombreggiate, più resilienti. Bisogna progettare città fresche che restino accessibili. Perché nel secolo del caldo estremo, l’ombra non sarà più un comfort. Sarà una forma di welfare: una città che distribuisce male l’ombra, sta già decidendo chi può respirare meglio e chi deve attraversare il forno.

Continua a leggere