La persistenza della carta Estratto da "Edicola Italiana", il primo free press di nss edicola

La persistenza della carta Estratto da Edicola Italiana, il primo free press di nss edicola

Per chi fa il giornalista, la lettura dei giornali di carta al mattino si accompagna quasi inevitabilmente a un’altra parola: la “mazzetta”, cioè il pacco di quotidiani consegnato all’alba da sfogliare. Certo, per evidenti ragioni pratiche e tecnologiche entrambe le cose sono diventate sempre più rare, ma ci sono ancora contesti in cui può capitare di trovarsi davanti a una dozzina di quotidiani e qualche settimanale. A me è successo durante un intensissimo anno trascorso ad alzarmi alle quattro del mattino per preparare la rassegna stampa di un’importante radio nazionale.

Ogni mattina l’edicola lasciava la mazzetta in redazione, e dentro quel gesto c’era un mondo: l’odore, il contatto fisico con i giornali, la sensazione di maneggiare un oggetto antico ma ancora perfettamente funzionale. Il fornitore era stato scelto con cura, perché oltre ai quotidiani nazionali utilizzavamo anche qualche giornale estero, e non è così semplice trovare chi li venda, nemmeno a Roma: i turisti, dopotutto, sono come tutti gli altri lettori e comprano sempre meno. Così, pur essendo nato alla fine del Novecento, mi sono trovato per mesi dentro il connubio più novecentesco che si possa immaginare.

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Nel nostro caso il digitale non sarebbe stato una vera alternativa. La rassegna stampa andava preparata per la conduttrice, non esattamente una nativa digitale, che da sola non era in grado di districarsi tra le pagine dei diversi giornali, sebbene fossero segnate accuratamente con i post-it e accompagnate da una scaletta dettagliata, stampata in Times New Roman corpo 16. Così, aveva costretto uno dei redattori a girarle i giornali in diretta, con conseguenze grottesche: il collega le sedeva accanto e doveva cambiare pagina con assoluto tempismo, per evitare quei tempi morti che in radio sono letali, dando spesso origine a rimostranze mute ma plateali qualora il cambio arrivasse troppo in anticipo o in ritardo. 

Dopo qualche settimana suggerii una modifica e m’incaricai di tagliare le pagine evidenziate e disporle in ordine, una sopra l’altra, per semplificare il lavoro e restituire un minimo di dignità al collega. C’era, in quel taglia e cuci mattutino, anche una soddisfazione artigianale: il piacere di rimettere le notizie in ordine, replicando in piccolo ciò che fa da sempre un giornale di carta e che i siti online fanno molto peggio, cioè stabilire una gerarchia, scegliere che cosa conta di più e assegnare a ogni notizia una posizione, dunque un significato. Malgrado la liberazione, il collega lasciò comunque il programma dopo il primo mese, ma questa è un’altra storia.

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Quella mazzetta che arrivava in redazione era già allora un piccolo lusso: per mettere insieme tutto quel ben di Dio servivano oltre quaranta euro al giorno, con sommo gaudio dell’edicolante. Una spesa che aveva senso solo dentro un’istituzione, e dentro un rituale professionale molto preciso; per il resto del mondo è ormai troppo scomoda, troppo costosa, troppo lenta. E infatti la crisi dei giornali e quella delle edicole hanno finito per somigliarsi: i primi perdono lettori e copie, le seconde clienti e centralità.

Tra i due, tuttavia, esiste una profonda differenza: le edicole, essendo luoghi fisici, possono almeno tentare una metamorfosi e diventare altro, legato o meno alla vecchia funzione. Il caso più eloquente è forse quello dell’edicola di piazza Colonna, davanti a Palazzo Chigi. Il Post ha raccontato bene come questo chiosco, per decenni nodo materiale e simbolico della politica romana, sia stato rilanciato dal Tempo con un distributore automatico e uno spazio per i podcast: una piccola modernizzazione un po’ malinconica, ma efficace. Nello stesso racconto riemergono gli aneddoti che spiegano perché la carta non sia mai stata solo tale: Paolo Bonaiuti, portavoce storico di Silvio Berlusconi, quando voleva far filtrare un’indiscrezione senza darle troppa ufficialità, suggeriva ai cronisti di attribuirla a funzionari “incrociati davanti all’edicola di piazza Colonna”. È un dettaglio quasi perfetto, perché mostra che l’edicola non vendeva soltanto giornali: vendeva anche prossimità al potere, e a volte persino una comoda scenografia dove mostrarlo.

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Dopotutto, se molti giornali continuano a cercare uno spazio fisico sugli scaffali, è per questioni di status, di legittimazione: «La carta è influenza», ripete il mio direttore Nicolas Beytout. Lo si vede bene in certi ambienti dove continua a esistere una familiarità quasi teatrale con i quotidiani. Alla sede della Stampa Estera a Palazzo Grazioli, nell’ex appartamento usato da Berlusconi quando era presidente del Consiglio e dove oggi ho la scrivania, in un corridoio c’è una sorta di edicola libera: tutti i quotidiani appesi al muro, fissati in fermapagine di legno. È un piccolo allestimento d’altri tempi, quasi un vezzo, perché tutti i corrispondenti di quei quotidiani li hanno già letti online mentre fanno colazione, a casa, ma dice ancora qualcosa sul loro ruolo simbolico. Lo stesso vale, in forma opposta, per le sale di lettura di Camera e Senato, dove ancora oggi si trova una copia dei quotidiani nazionali e di alcuni stranieri. 

Ma c’è anche chi lo reinventa, il rapporto con l’edicola. Il Post e Linkiesta, due giornali nativi digitali, hanno mostrato un interesse particolare per la carta. Non dovendo più difendere la periodicità quotidiana come un obbligo industriale, hanno scelto di usarla in un altro modo: più libero, più intermittente, più simile a un oggetto editoriale che a un bene di consumo. Il Post, con Cose Spiegate Bene, e Linkiesta, con il suo non periodico Eccetera e altri progetti speciali, anche in collaborazione con il New York Times, hanno puntato su uscite senza scadenza fissa, che si presentano solo quando hanno davvero qualcosa da aggiungere. Mi è tornata in mente una battuta di Gandalf nel Signore degli Anelli: “Uno stregone non è mai in ritardo né in anticipo, arriva precisamente quando intende farlo”. Ecco, oggi la carta assomiglia sempre più a questo: compare quando vuole, non quando deve.