Il futuro del design è rigenerativo «Il punto di partenza è culturale», intervista a Thomas Miorin, amministratore delegato di EDERA

Per anni la parola sostenibilità è stata il punto di riferimento del design contemporaneo: costruire meglio, consumare meno, ridurre l’impatto. Un linguaggio diventato familiare, quasi automatico, che ha accompagnato l’evoluzione dell’architettura e del progetto negli ultimi decenni. Ma oggi sembra non bastare più. In un contesto segnato da crisi climatica, instabilità economica e crescente pressione sulle risorse, limitarsi a “fare meno danni” non è più sufficiente. Il punto non è più solo ridurre, ma restituire. È qui che emerge un cambio di paradigma sempre più evidente: il passaggio dal sostenibile al rigenerativo.

Questo passaggio non è così lineare come spesso viene raccontato. Non si tratta semplicemente di aggiornare il linguaggio, anche se in molti casi il rischio è proprio quello di fermarsi alla superficie. Come spiega Thomas Miorin, amministratore delegato di EDERA, centro di innovazione per la decarbonizzazione e la rigenerazione dell’ambiente costruito, «l'idea di sostenibilità è stata fondamentalmente orientata ad un “fermarsi a una soglia per evitare troppi danni”». Il modello rigenerativo, invece, introduce un cambio più radicale: «non è frutto soltanto di un cambiamento di linguaggio - nonostante questa sia la realtà per molti - ma della creazione di un modello radicalmente diverso, orientato ad andare oltre il “non danno” per produrre un impatto positivo per le generazioni presenti e future».

Questo significa ridefinire cosa viene considerato valore all’interno di un progetto. Se un edificio sostenibile viene ancora misurato principalmente per le sue emissioni, un approccio rigenerativo allarga lo sguardo. «Un processo rigenerativo sposta lo sguardo sulle persone e sull’intero ecosistema che realizza e vive l’edificio», spiega Miorin, introducendo una prospettiva che include il riuso dei materiali in ottica circolare, la qualità dello spazio costruito, la formazione di nuove competenze e l’impatto sul contesto urbano.

È un passaggio che modifica profondamente anche il ruolo del design. Non si tratta più solo di ottimizzare un sistema esistente, ma di metterne in discussione le logiche di base. «L’approccio rigenerativo inverte la logica estrattiva che ha caratterizzato grande parte del capitalismo», spostando l’attenzione verso una prospettiva capace di generare valore nel tempo.

EDERA (Enabling DEep RegenerAtion), centro di innovazione no-profit nato per accelerare la trasformazione del settore delle costruzioni grazie a soluzioni innovative capaci di ridurre tempi, costi e impatto ambientale, si muove proprio in questa direzione, cercando di tradurre questi principi in un modello operativo concreto. L’approccio parte dalla definizione stessa di sostenibilità e impatto all’interno dello statuto, attraverso l’adozione di framework strutturati, e si sviluppa in iniziative come offsite Hub, pensate per supportare un nuovo quadro tecnologico orientato a un impatto positivo.

Tra il dire e il fare 

Il punto critico, però, resta quello della distanza tra intenzione e realizzazione. Molti progetti oggi comunicano sostenibilità, ma pochi riescono a tradurla in risultati misurabili. Il problema non è solo tecnico, ma anche culturale. Come sottolinea Miorin, «il viaggio inizia sempre da una narrazione, ascoltata o raccontata, che definisce l’immaginario». Questa narrazione può rimanere un’immagine vuota oppure diventare un potente motore di trasformazione, ma senza strumenti concreti rischia di fermarsi alla superficie.

Quando viene supportata da sistemi di valutazione, protocolli e comunità professionali, la sostenibilità inizia a entrare in una dimensione operativa. «La misura specifica della sostenibilità del proprio prodotto rappresenta certamente un importante piano di realtà a supporto delle decisioni», ma il vero salto avviene quando si supera la logica del singolo intervento. «Un passaggio radicale per un vero cambiamento è quello da realizzare uno o più prodotti sostenibili ad un’organizzazione che pensa e opera in modo rigenerativo di default». Questo implica un lavoro profondo sulla governance e sulla cultura aziendale, fino alla ridefinizione dello scopo stesso dell’impresa. Non è un caso che si stiano diffondendo modelli come imprese sociali, organizzazioni benefiche e realtà orientate al bene comune, capaci di andare oltre la massimizzazione del profitto.

All’interno di questo scenario, il settore delle costruzioni rappresenta uno dei nodi più complessi. È un sistema frammentato, lento, spesso resistente all’innovazione, in cui le trasformazioni avvengono con difficoltà. A questo si aggiunge un contesto globale sempre più instabile. Per descrivere questa condizione, Miorin utilizza una metafora precisa: «un imbuto creato da un lato da un aumento esponenziale della domanda di risorse e dall’altro da una diminuzione radicale delle risorse disponibili». Avvicinandosi ai limiti di questo sistema, aumentano i costi, emergono tensioni e si moltiplicano le instabilità, rendendo evidente la necessità di trovare traiettorie sostenibili nel lungo periodo.

Ripensare i metodi di produzione e di relazione 

In questo contesto, approcci come prefabbricazione, modularità e offsite assumono un ruolo centrale. «L’offsite rappresenta un ingrediente importante per aiutare le costruzioni a impostare questa rotta sia per la capacità di incorporare efficienza, circolarità ma anche per la possibilità di replicare su larga scala le migliori soluzioni, riducendone il costo e rendendole così inclusive», spiega MorinNon si tratta solo di una tecnica costruttiva più efficiente: «L’approccio offsite è un modo di pensare le costruzioni che va incontro ai cambiamenti del presente e si rende flessibile ai possibili sviluppi futuri», introducendo una dimensione di adattabilità che diventa sempre più necessaria.

Iniziative come offsite Hub, la prima e più grande rete italiana di competenze e relazioni per guidare, coordinare e sviluppare l’innovazione necessaria a rendere sostenibile il comparto delle costruzioni, si inseriscono in questa logica, cercando di costruire un sistema capace di rispondere contemporaneamente a esigenze di velocità, qualità e sostenibilità. In un contesto in cui i cambiamenti sono sempre più rapidi, flessibilità e scalabilità diventano elementi centrali per una transizione che sia davvero inclusiva.

Nonostante queste possibilità, la trasformazione resta legata a un fattore decisivo: il cambiamento culturale. La tecnologia esiste già, così come esistono strumenti e competenze per implementarla. Anche il mercato inizia a riconoscerne il valore. Il limite principale risiede nel fatto che queste innovazioni vengono spesso inserite all’interno di modelli decisionali ancora legati a logiche tradizionali. Per questo OH si propone di dare una voce al comparto delle costruzioni innovative e dei Moderni Metodi di Costruzione, creando le condizioni per lo sviluppo di un mercato italiano sostenibile ed efficiente.

Un problema culturale 

Come evidenzia Miorin, «il problema è che spesso continuiamo a usare strumenti nuovi dentro modelli decisionali vecchi». Se il criterio resta il costo iniziale più basso, la trasformazione sarà inevitabilmente parziale. Il cambiamento reale avviene quando si sposta lo sguardo sull’intero ciclo di vita dell’edificio, considerando energia, manutenzione, salute, adattabilità, emissioni e valore sociale. In questa prospettiva, l’edificio smette di essere un prodotto finito e diventa «un’infrastruttura che genera impatto nel tempo». È qui che il design cambia davvero ruolo, passando da oggetto a sistema, da soluzione puntuale a parte di un processo più ampio.

La trasformazione del settore non può essere ricondotta a una singola leva. «Serve una combinazione delle tre cose, ma il punto di partenza è culturale». Tecnologia, mercato e cultura devono lavorare insieme, costruendo una nuova alleanza tra progetto, capacità industriale e responsabilità economica. Il passaggio dal sostenibile al rigenerativo resta, in questo senso, una direzione più che una risposta definitiva. Un campo aperto, attraversato da tensioni, limiti e tentativi. Da un lato cresce la consapevolezza della necessità di intervenire in modo più incisivo, dall’altro il sistema fatica a trasformarsi con la velocità richiesta.

Ed è proprio in questo equilibrio instabile tra intenzione e realtà che emerge la domanda più rilevante: se il design può davvero contribuire a invertire un sistema di cui ha fatto parte per così tanto tempo, oppure se rischia di rimanere, almeno in parte, una narrazione che anticipa un cambiamento non ancora del tutto compiuto.