Vivere insieme ai nonni è un gesto politico Dai backyard americani a un nuovo modo di abitare la famiglia

In Italia è sempre stato normale. Vivere vicino ai nonni, averli nello stesso palazzo, nello stesso quartiere, a volte nella stessa casa. È una forma di prossimità quasi invisibile, che non è mai stata davvero progettata perché semplicemente esisteva. Negli Stati Uniti, invece, questo modello non è mai stato così diffuso. E proprio per questo oggi qualcosa sta cambiando.

Con l’invecchiamento della popolazione e una crescente difficoltà nel sostenere i costi e i limiti delle strutture assistenziali, sta emergendo una soluzione tanto semplice quanto radicale: portare il sistema di cura dentro lo spazio domestico. Nascono così le cosiddette backyard homes, o «granny pods» – piccole unità abitative indipendenti costruite nei giardini delle case principali, pensate per ospitare genitori anziani senza rinunciare alla loro autonomia.

Cosa sono i «granny pods»?

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Non si tratta più di una stanza in più o di una sistemazione temporanea, ma di reali micro-architetture. Spazi completi, spesso prefabbricati, che includono cucina, bagno, zona notte e sistemi progettati per l’accessibilità, con un’attenzione particolare alla sicurezza e al comfort. In alcuni casi integrano anche tecnologie di monitoraggio e assistenza, trasformando la casa in un dispositivo capace di accompagnare l’invecchiamento. La pandemia ha reso evidente la fragilità di molti sistemi di assistenza tradizionali, mentre i costi delle case di riposo continuano a salire. Allo stesso tempo, cresce il bisogno di mantenere un legame diretto con la famiglia, senza però rinunciare alla propria indipendenza. In questo equilibrio sottile, stare vicini senza convivere completamente diventa una nuova forma di normalità.

Come sottolinea anche Country Living, le granny pods non sono solo una risposta abitativa, ma anche un prodotto immobiliare: aumentano il valore della proprietà, introducono nuove possibilità di utilizzo dello spazio e aprono a un mercato sempre più legato alla flessibilità e alla durata della vita. In alcuni casi partono da poche decine di migliaia di dollari, rendendole accessibili rispetto ad altre soluzioni, pur mantenendo una forte componente progettuale e identitaria.

Il design delle case dei nonni

Il confronto con l’Italia, a questo punto, è inevitabile. Quello che negli Stati Uniti viene presentato come innovazione, da noi è una pratica culturale consolidata, anche se meno formalizzata. La differenza è che oggi questo modello viene progettato, ottimizzato, reso scalabile. Non è più solo una conseguenza delle relazioni familiari, ma una scelta consapevole che passa attraverso il design, la tecnologia e il mercato. In un certo senso, non stiamo inventando qualcosa di nuovo, ma stiamo dando forma precisa a qualcosa che esiste da sempre.

Allo stesso tempo, il tema si inserisce in una trasformazione più ampia. L’invecchiamento della popolazione, la pressione sui sistemi sanitari e le dinamiche del mercato immobiliare rendono sempre più urgente trovare alternative sostenibili, dove la casa smette di essere un elemento statico e diventa uno spazio adattivo. Ed è forse  proprio qui che si gioca il passaggio più interessante. Se per anni abbiamo pensato alla casa come a uno spazio separato dal resto, oggi diventa evidente che è anche uno spazio profondamente politico, nel senso più concreto del termine. Non si tratta più solo di capire dove vivranno gli anziani, ma di chiedersi quale ruolo avrà la casa nel sistema sociale dei prossimi anni. Se il welfare fatica a sostenere da solo il peso della cura, sarà lo spazio domestico a farsene carico. E a quel punto, progettare una casa non significherà più solo disegnare un luogo in cui vivere, ma costruire un nuovo modo di stare insieme.