In che senso la guerra in Iran sta colpendo persino il settore degli snack? È la dimostrazione che la conseguente crisi energetica tocca moltissimi beni e prodotti di consumo comuni

Calbee, multinazionale giapponese di snack, ha annunciato che alcune confezioni dei suoi prodotti non saranno più stampate a colori, ma distribuite in bianco e nero. La notizia è stata ampiamente riprese dai media internazionali poiché rappresenta uno dei primi segnali delle possibili ripercussioni della guerra in Medio Oriente su moltissimi prodotti di consumo, la cui costante disponibilità veniva fino a oggi data per scontata. A causa del conflitto in Iran è diventato più difficile trovare la nafta, un derivato della benzina usato anche negli inchiostri delle confezioni degli snack.

I prodotti di Calbee che a partire dalla settimana del 25 maggio verranno venduti con un packaging realizzato in scala di grigi sono otto, ma nel complesso il cambiamento riguarderà quasi 15 layout differenti. La multinazionale giapponese, che conta oltre 5mila dipendenti ed è presente anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito, oltre a diversi Paesi asiatici, non ha precisato quando ritiene che ci saranno le condizioni per tornare alle confezioni originali, ma ha sottolineato che questa misura non modificherà in alcun modo il contenuto dei singoli snack commercializzati.

La crisi energetica continuerà anche dopo la fine della guerra

La sospensione della guerra in Medio Oriente, con il cessate il fuoco in corso tra Stati Uniti e Iran, non implica che la crisi energetica provocata dallo chiusura dello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, si risolverà a breve. Anche se il passaggio marittimo essenziale per i traffici di petrolio e gas naturale dovesse tornare pienamente operativo, servirebbero comunque mesi prima di riportare la situazione a livelli paragonabili a quelli precedenti alla guerra. Molte delle conseguenze sul prezzo dei combustibile per aerei, per esempio, peseranno a lungo sul settore.

Durante gli scontri, l’Iran ha colpito una attaccato una decina di Paesi del Golfo, colpendo impianti di produzione di petrolio e gas naturale, infrastrutture per il loro trasporto e quelle per immagazzinarli. L'intera ragione rientra tra i maggiori produttori di petrolio e gas naturale al mondo, ma a causa del conflitto ha sospeso del tutto o in parte la produzione di combustibili fossili: la risoluzione della conseguente crisi energetica dipende innanzitutto da quanto tempo ci vorrà per riparare i danni agli stabilimenti produttivi dei Paesi del Golfo.

Inoltre, per ragioni tecniche, più gli impianti di estrazione restano fermi e più tempo ci vuole poi per farli ripartire. L’amministratore delegato dell’azienda energetica statale del Kuwait, Sheikh Nawaf Al Sabah, ha detto che saranno necessari almeno tre o quattro mesi dalla fine della guerra prima che la produzione della regione torni a pieno regime.

Cosa bisognerebbe fare per rendere nuovamente operativo lo Stretto di Hormuz?

@nytimes President Trump is asking U.S. allies to “go to” the Strait of Hormuz “and just take it.” Eric Schmitt, our national security correspondent, explains how difficult it would be to clear the strait by force. #straitofhormuz #Iran #Trump original sound - The New York Times

Negli ultimi mesi i tentativi (falliti) degli Stati Uniti hanno mostrato che una riapertura dello Stretto di Hormuz attraverso la sola azione militare è pressoché impraticabile. Sembra quindi che si debba per forza seguire la via diplomatica, arrivando cioè a un accordo con l’Iran, che ha mostrato comunque l'intenzionato a mantenere un qualche tipo di controllo sul passaggio marittimo, anche dopo la fine della guerra.

Hormuz ha una larghezza di circa 30 chilometri nel suo punto più stretto, ma le parti effettivamente navigabili dalle grandi navi – come le petroliere – sono molto più piccole, a causa della presenza di isolotti e di fondali troppo bassi. Con l’inizio della guerra l’Iran ha poi minato parte del passaggio, rendendolo quasi del tutto inagibile. Anche se lo stretto venisse riaperto per via diplomatica, e le mine rimosse, è probabile che le compagnie commerciali per molto tempo non si fideranno ad attraversarlo.

Tuttavia, esiste già un precedente simile in Medio Oriente. Dopo l’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, nell’ottobre 2023, il gruppo radicale yemenita degli Houthi iniziò ad attaccare le imbarcazioni commerciali collegate a Israele e agli USA nello stretto di Bab al Mandab, compromettendo gravemente i traffici nel mar Rosso. Gli Stati Uniti reagirono con una campagna di bombardamenti contro lo Yemen e nel 2025, dopo un accordo di cessate il fuoco, il passaggio venne definitivamente riaperto; molte compagnie continuarono comunque a evitare l’area per motivi di sicurezza, ma con il tempo la navigazione è man mano ripresa, anche grazie alla presenza militare occidentale a protezione della rotte commerciale.

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