
"La vie d'une femme" racconta i capitoli della vita di una donna ma non scava abbastanza Il film con Léa Drucker in concorso al festival di Cannes 2026
La Vie d'une femme è suddiviso in capitoli come un romanzo. È proprio un libro quello di cui Gabrielle, interpretata dalla stella francese Léa Drucker, sta per diventare protagonista: chirurgo che ha sempre messo la carriera prima della vita privata, rinunciando ad avere figli non per il proprio lavoro, ma perché non li desidera, la donna viene seguita dalla scrittrice Frida (Mélanie Thierry) che la osserva e la seduce. Dal loro incontro nascerà uno scambio, un incontro, una relazione. Ma in che direzione sta andando la vita di Gabrielle? Quale sarà il suo epilogo?
Charline Bourgeois-Tacquet, sceneggiatrice e regista di ritorno dietro la macchina da presa dopo il debutto nel 2021 con Gli amori di Anaïs, si immerge nell’esistenza della sua Gabrielle cercando di scavarne nella profondità, rimanendone in realtà in una superficie imprevista a causa della passionalità che l’autrice voleva mettere in scena. Il racconto, di fatto, è incentrato sul momento di perdita del baricentro da parte di una donna talmente quadrata ed efficiente da sentirsi attribuita la nomea di Robocoop.
Un ruolo che La Vie d'une femme vorrebbe veder frantumato per far arrivare all’interiorità della protagonista almeno per chi l’osserva dal di fuori, poiché chi la circonda non riesce a togliersi dalla testa l’idea che sia indistruttibile. Purtroppo, sono solo delle piccole crepe quelle da cui il pubblico può osservare le fragilità di Gabrielle, che fuoriescono con difficoltà da quell’unico spiraglio che permette di scrutarne leggermente la parte più tenera, quella che vuole accudire ed essere accudita, che è solo suggerita e non supera l’apparente intransigenza che ne pervade la figura.
La Vie d'une femme, ou plutôt un portrait de personnage encore une fois admirablement campé par Léa Drucker. La structure semi-éclatée des segments de vie empêchent tout de même une réelle emphase émotionnelle, notamment vis-à-vis du perso de Mélanie Thierry #Cannes2026 pic.twitter.com/LKvFw3wQHh
— Charley James (@CharleyJamesD) May 13, 2026
Léa Drucker è bravissima. Come lo scorso anno con Dossier 137, torna al festival di Cannes e dimostra una naturalezza davanti all’obiettivo che non manca anche quando deve interpretare ruoli all’apparenza rigidi e scostanti. Ha una serietà nel volto che l’aiuta, concedendole di mostrarsi severa e composta. La Vie d'une femme avrebbe dovuto far vedere proprio cosa accade quando quel rigore viene ammorbidito, fin quasi a sparire. E se l’attrice prova a suggerire ciò che sta avvenendo nello stato emotivo della protagonista è la sceneggiatura che non la sostiene abbastanza, che fa un lavoro misurato e forse anche troppo: non scava in profondità e resta su un piano approssimativo della trasformazione che, teoricamente, dovrebbe star vivendo in quella parentesi di vita.
I capitoli così scorrono, come accade con qualsiasi altra esistenza. E poco di entusiasmante c’è per gli spettatori che devono stare a guardare senza provare il trasporto tra Gabrielle e Frida o che non riescono ad empatizzare con le complicanze matrimoniali di una relazione che ha le sue turbolenze pur restando tuttavia solida. Che mostra la protagonista anche poco sul posto di lavoro, se poi è questo l'argomento centrale su cui vuole tanto puntare. Con la vita di Gabrielle dedita al suo mestiere, aspetto che viene quindi più raccontato che mostrato, contribuisce a lasciare che sia più un senso aleatorio ciò che circonda lei e la sua storia, invece di entrare nella sostanza del racconto.