«Nel cinema mi sento come un pugile», intervista a Ira Sachs Abbiamo fatto due chiacchiere con il regista di ''Peter Hujar’s Day'', su Mubi dal 22 maggio

Negli ultimi tre anni, il mondo cinematografico di Ira Sachs è stato abitato dall’arte: in Passages(2023)uno dei suoi protagonisti era un regista; in The Man I Love (prossimamente in uscita), c’è un’artista che si dedica al suo ultimo grande progetto prima di dover affrontare la malattia, mentre nel 2025 i protagonisti Ben Whishaw e Rebecca Hall raccontano della quotidianità di un fotografo degli anni Settanta in Peter Hujar’s Day, dal 22 maggio su Mubi.

Più che raccontare, i protagonisti dell'ultima opera di Sachs mostrano. Anzi, danno corpo alle parole della scrittrice Linda Rosenkrantz, di cui il regista e sceneggiatore ha ripreso il testo trasformando una sua intervista a Peter Hujar in un oggetto cinematografico. È la materialità ciò su cui si è concentrato Ira Sachs mentre viveva la giornata del fotografo di Trenton, conosciuto in particolare per i suoi ritratti in bianco e nero. Ma come si dà luogo e forma ad una conversazione tra due amici? «Ho iniziato dalle foto che mi ha fatto vedere Linda, con cui siamo diventati amici», spiega il regista, approfondendo il processo di creazione di Peter Hujar’s Day.

«È un rapporto d’amicizia diverso da quello che aveva con Peter, ma abbiamo trovato insieme un nostro linguaggio. Ci conosciamo bene, anche se non da molto tempo: quello necessario per aver stretto un legame bellissimo, iniziato proprio perché era disposta a mostrarmi delle foto molto personali come quelle del suo appartamento, anche se non è lo stesso in cui abbiamo girato. Ciò che con lo scenografo Stephen Phelps abbiamo inserito erano elementi che ci incuriosivano, dai candelabri alle tovaglie. Sapevamo di non voler dare vita al passato, ma che il film fosse qualcosa di presente. Frammenti di una vita che non c’è più, ma che sta scorrendo in quel momento sullo schermo.»  

Ciò che mantiene viva la memoria di Peter Hujar’s Day non è solo la location, ma i dialoghi (molto spesso più monologhi) dei suoi personaggi. Non poteva essere altrimenti, vista la natura del progetto, un film che si basa sull’intervista di Rosenkrantz a Hujar avvenuta il 19 dicembre del 1974, la quale doveva far parte di un libro mai realizzato e di cui venne rinvenuta la trascrizione solamente nel 2019, permettendo alla scrittrice di pubblicare la sua opera iniziale nel 2021. E, per mantenere la presa sull’attenzione degli spettatori, era fondamentale la scelta dei suoi due interpreti. 

«La performance di Ben Whishaw è andata oltre ciò che potessi immaginare. È grazie a lui se esiste un lungo di questa storia, che per me inizialmente nasceva come cortometraggio», ricorda l’autore, a cui però ha aggiunto un ulteriore elemento per dare ritmo alla sceneggiatura. «Ho attraversato una crisi perché mi piace pensare a me stesso, un po’ ironicamente, come a un regista di film d’azione. E la situazione che andavamo a mettere in scena non ne aveva affatto, erano solo due persone con un registratore che parlavanoE aggiunge:

«All’inizio della pre-produzione ho cominciato a credere che fosse un’idea terribile, un pensiero che ho superato dopo un processo alquanto lungo che mi ha portato a pensare al film come ad un insieme di spazi e di immagini che mi consentivano di trovare del movimento attraverso l’uso dell’ellissi, dei tagli di inquadratura, qualcosa che può sembrare ovvio, ma per me non lo era in quel momento. Ed è così che ho operato, un minuto facendo sedere i personaggi su un divano e quello dopo portandoli in terrazza insieme agli spettatori»

Se è con lo spazio che Sachs ha potuto giocare, è alla logica interna al testo ciò a cui si è dovuto attenere, oltre che sul tipo di rapporto tra Peter e Linda, implicito ma mai dichiarato, su cui il regista ha operato tornando alla trascrizione originale che ha sede nell’archivio della Morgan Library di New York, dove ne ha esaminato attentamente ogni battuta a macchina, il che gli ha permesso di scoprire dei passaggi che nell’intervista finale erano stati tralasciati. «C’è qualcosa di profondo nel riportare in vita alcune cose che, altrimenti, scomparirebbero per sempre», spiega Sachs. «Ad esempio, Linda aveva lasciato fuori la conversazione su Bette Davis e Joan Crawford. Sarebbe andata perduta, adesso non lo è più»

Tra gli aspetti più interessanti di un progetto come Peter Hujar’s Day c’è il fatto stesso che il titolo esista in quanto prodotto per il cinema, soprattutto vista la maniera in cui Ira Sachs lo ha presentato ai produttori affinché investissero nell’opera. Il film, infatti, è stato venduto come un progetto artistico. Un po’ perché da principio non era chiaro a Sachs quanto sarebbe riuscito a tirare fuori dal materiale di partenza, un po’ perché non poteva ammettere che aveva pensato alla storia come a un cortometraggio, visto che in tal caso avrebbe significato non avere un ritorno commerciale.

Ma nel suo complesso, la produzione si è rivelata di gran lunga la più libera della sua carriera, un grado di indipendenza che gli piacerebbe ripetere, anche se sa essere impossibile: «Penso che tutte le restrizioni e le difficoltà intorno al denaro e al valore siano un fattore negativo per un’opera d’arte. In questo caso è stata una fortuna. Ho avuto molta libertà, ma non ho bisogno di tutto questo. Mi sento come un pugile e penso che questo crei un diverso tipo di tensione, che a sua volta crea un diverso tipo di film, che secondo me ha anch'esso un valore»

Il che, mentre Peter Hujar’s Day arriva su Mubi, ci porta immediatamente a pensare a come sarà The Man I Love in concorso al festival di Cannes con protagonisti Rami Malek, Tom Sturridge, Ebon Moss-Bachrach e Rebecca Hall, la quale torna nuovamente a lavorare col regista. Un altro documento, un’altra fotografia, stavolta della New York degli anni Ottanta sempre con le sue relazioni e la sua fame di arte. Un film forse più classico, ma sempre alla ricerca di cos’è che lega le persone e le loro aspirazioni.

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