
5 cose che abbiamo amato dello show Dior Cruise 2027 Lo show firmato Jonathan Anderson si tinge di sfumature noir
Il set che ieri al LACMA ha ospitato lo show Cruise 2027 di Dior provava a ricostruire un nobile passato, quello della Los Angeles anni ’40 e ’50 con le sue dive immortali e i suoi set faraonici, ma attraverso tecnologie del tutto moderne. Un tipo di lavoro di ingegneria inversa che è anche quello che Jonathan Anderson sta facendo sull’immaginario Dior: non partendo dal passato per arrivare al presente, ma quasi “ricostruendo” dal presente e con strumenti del presente un ponte verso il passato.
In questo esercizio il suo Dior diventa molto Anderson-iano, ovvero surreale nei volumi, quasi giocoso nella maniera in cui sperimenta con la materia e le silhouette anche se tende a sfiorare sempre il cerebrale e l’ermetico. Una tortuosità di pensiero in cui le icone del cinema che hanno ispirato la collezione tendevano a perdersi di vista (inclusa la citazione alla giacca di Marlene Dietrich in Stage Fright di Hitchcock, dichiarata come punto di partenza della collezione) in una valanga di reference disparate che passavano dai fiori, ai film, alle auto, alle attrici. Non di meno, le idee che Anderson ha per il suo Dior sono sempre più a fuoco e collezione dopo collezione, ritornando sempre sulla stessa silhouette e raffinandola ogni volta.
Ecco dunque 5 cose che abbiamo amato dello show Dior Cruise 2027.
La stagione dei fiori
Trasformare le donne in bouquet è stata una delle direttive principali del Dior di Anderson dal primo momento, anche a rischio di ricoprire completamente in una singola, iper-stimolante cascata di mughetti, campanule, iris. Dopo le ninfee della scorsa stagione, la Cruise 2027 è stata dominata dal tema floreale dei papaveri californiani. Un fiore, il papavero, interessante perché simbolo atavico del sonno e dei sogni, un elemento tematico fondamentale.
«Christian Dior aveva capito quanto fosse importante l’idea del “sogno” per le persone dopo la guerra, come forma di evasione», dice Anderson nelle show notes. «Lo esplorò nella haute couture, i suoi amici surrealisti erano ossessionati dai sogni e, naturalmente, Hollywood è la Fabbrica dei Sogni. Tutto faceva parte dello stesso cambiamento cross-culturale». I papaveri, inoltre, sono diventati uno dei simboli del mito Hollywoodiano data la loro presenza ne Il Mago di Oz, forse il film più iconico di quell’era.
I look maschili
Nella collezione erano presenti anche dei look maschili. Rispetto a quelli femminili si muovevano su un tipo di estetica parecchio diversa, anche se esistevano punti di connessione nella Bar Jacket e in alcuni completi formali. Come elementi ricorrenti sono tornati i mantelli, i tessuti lamè, i pied-de-poule fatti di strass e i cappotti molto strutturati, ma a differenza delle prime collezioni, orientate su gusti più aristocratici, nelle ultime uscite Anderson favorisce un’estetica più glam, fatta di pantaloni di pelle, sneaker borchiate, jeans i cui strappi sono tenuti insieme da catene come già fece Hedi Slimane per la FW13 di Saint Laurent in tempi non sospetti.
Una sezione di look maschili pareva invece rifarsi ad atmosfere più realistiche, con una serie di camicie abbinate a jeans che sono decorate dagli artwork di Ed Ruscha, artista che per Anderson «ha questo affascinante senso del quotidiano e di come si connette alla grandiosità di questa città». Il vero pezzo forte, però, era un cappotto di lana grigio su cui era stampata la luce striata delle persiane in una citazione ai classici film noir.
Le automobili
Un altro “filone” di citazioni erano le auto vintage americane. Iniziavano sicuramente dall’invito allo show: la chiave di un’auto che poi sarebbe tornata come charm appeso alle borse. Ma ce n’era una in passerella che era anche un potenziale rimando allo show SS95 di John Galliano, il cui lavoro per Dior era citato nelle nuove Saddle Bag ispirate alle carrozzerie e agli interni in pelle delle auto sportive e avevano pure un ciondolo a forma di chiave. Per chiudere il cerchio della citazione, le Saddle Bag ispirate alle automobili erano pure un’idea giù esplorata da John Galliano per la SS01 di Dior.
Asimmetrie d’archivio
Già dalle primissime collezioni, Anderson ha esplorato il tema dell’asimmetria attraverso infiniti drappeggi, orli a sbieco e soluzioni vestimentarie che rompevano la rigida simmetria del classicismo haute couture. In ciò si richiama ai lavori dello stesso Christian Dior che, nei suoi modi e nei suoi linguaggi, amava in realtà creare silhouette drammatiche dissimulandole in un’eleganza che fa molto alta società. Nello specifico, in questo show, un look con una giacca e gonna asimmetrica che apparivano essere complementari pareva citare il famoso abito Abandon che Dior stesso creò nel 1948, dotato di una giacca il cui bavero si incurvava asimmetricamente sul petto.
I copricapi di piume di Philip Treacy
Un altro elemento che attirava l’attenzione nella collezione erano i copricapi piumati che decoravano le teste dei modelli. Erano di Philip Treacy, ovvero l’unico modista che dai tempi di McQueen crea cappelli per l’alta moda, che per farli si è ispirato a un progetto inizialmente fatto per Isabella Blow, in cui delle piume creavano la scritta “Blow”, un design molto in linea con il delicato gusto dell'osceno che la socialite inglese sfoggiava in numerose occasioni. Qui le parole erano diverse, da “Buzz”, a “Flow” a “Star” (anche se il lettering, se visto di fretta, sembrava scandire la parola “slop”) e ovviamente “Dior”.