
Il Dior di Jonathan Anderson è stato headliner al Coachella La «pretty girl avenue» è 30 Av. Montaigne?
L’avvento di Jonathan Anderson come direttore creativo di Dior, avvenuto meno di un anno fa, aveva già lasciato intendere che la rotta della Maison avrebbe subito diversi cambiamenti. Ma si sarebbe mai aspettato che, per il suo primo show da headliner al Coachella, Sabrina Carpenter vestisse solo ed esclusivamente Custom Dior by Jonathan Anderson? Cinque look, con un altro paio di variazioni tra accessori e coprispalla scomparse nell’excursus di Sabrinawood (il nome dello show), che sicuramente «leave quite an impression», per citare un verso della cantante. Carpenter non è stata l’unica a vestire Dior al festival: anche Ethel Cain si è esibita alla Mojave Tent in un full look del brand parigino, composto da una salopette distressed e un paio di combat boots, che lei stessa ha commentato in un video pubblicato sui canali ufficiali della Maison: «who else gets to perform in Dior overalls?».(«Chi altro ha la fortuna di cantare in una salopette Dior?»)
I look di Sabrina Carpenter al Coachella
Se l’operazione funziona è anche perché i look di Sabrina Carpenter a Coachella riescono a stare perfettamente in bilico tra la riconoscibilità dell’identità della pop star e la ricalibrazione di Dior secondo l’occhio del designer. Il guardaroba costruito da Jonathan Anderson parte da un immaginario estremamente leggibile – il minidress rosso rubino con scollo a V e cintura bassa che apre lo show, la micro gonna champagne drappeggiata sui fianchi, fino ai completi lingerie con richiami da showgirl e al body in pizzo nero, stile Old Hollywood, con mantello teatrale – ma lo spinge verso una dimensione quasi straniante. Tanto che online, nelle ore successive al live, in molti si sono chiesti a quale brand appartenesse davvero quel primo abito rosso. Quando poi è stato svelato l’arcano, è nata quasi organicamente una campagna attorno alla mini capsule, con diversi utenti che hanno notato impercettibili somiglianze tra il pizzo utilizzato per l’ultimo look di Sabrina e quello della collezione SS26 di Dior.
Non è però la prima volta che una pop star indossa pezzi custom Dior sul palco: per il Deadline Tour delle Blackpink, Jonathan Anderson aveva già dato un primo assaggio della sua linea womenswear attraverso tre look esclusivi su Jisoo, membro del gruppo e ambassador del brand da ben sette anni. Il primissimo completo indossato dalla cantante, quello della seconda tappa del tour a Los Angeles, richiamava diversi elementi poi ritrovati nella collezione di debutto di Anderson, tra l’uso di fiocchi strutturati, presenti anche nel look d’apertura della sfilata, e il raso pesante, lo stesso dell’hero dress della SS26. Per i due concerti di Parigi delle Blackpink, invece, la Maison aveva scelto di offrire al pubblico un’anteprima della Couture 2026, con due look (uno nero e uno rosa, in omaggio al nome della band) caratterizzati dagli stessi drappeggi che Anderson ha poi portato in passerella a gennaio.
La strategia di Jonathan Anderson per rendere Dior pop
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Se c’è una cosa che dimostra questo primo anno di Jonathan Anderson di Dior, è che il designer non sta semplicemente cercando di svecchiare la Maison, ma di riposizionarla dentro a un immaginario culturale molto più ampio, dove la moda smette di essere “alta” e torna a essere pop. La differenza, rispetto a operazioni simili viste negli ultimi anni, è che nel posizionamento di Dior non si percepisce uno sforzo artefatto o una rincorsa ai trend, quanto una continuità narrativa che sembra svilupparsi in modo naturale. In fondo, è lo stesso metodo che aveva già applicato da Loewe, dove però il dialogo si costruiva soprattutto con il cinema, dalle collaborazioni con lo Studio Ghibli fino alla viralità della t-shirt «I TOLD YA» di Challengers (per poi non parlare del profilo TikTok del brand).
Con Dior il focus si sta sposta verso la musica, senza limitarsi al perimetro del pop più mainstream. Il fatto che nel giro di pochi mesi abbia vestito alcune delle pop star più rilevanti del momento e, allo stesso tempo, figure indie come Ethel Cain o Guitarricadelafuente, nuovo ambassador del brand, racconta una strategia molto più complessa, che lavora per stratificazione più che per target. E soprattutto suggerisce che Anderson, più che partire da zero, sia già partito dalla finish line, tra i palchi K-pop e il Main Stage del Coachella. Forse una nuova forma di mecenatismo, dove non sono le star ad aiutare il designer ma il contrario?














































