
"Backrooms" funzionerà al cinema? Una leggenda della rete ora sul grande schermo
Hollywood è arrivata alle backrooms. Il fenomeno del web nato intorno al 2019 è stato acquistato dall’industria cinematografica, come talvolta è già successo con le storie creepyrasta (racconti dell’orrore che mettono radici su internet, come ad esempio Slender Man diventato film nel 2018), ripulendolo dello sporco e dell’analogico che contraddistingueva gli spazi liminali in cui perdersi, di cui uno dei massimi esponenti è stato al tempo il diciassettenne Kane Parsons. Lanciata una serie di video sul proprio canale YouTube nel 2022, il giovane ha raggiunto milioni di persone che, partendo come lui da quella prima immagine di una stanza gialla con la moquette a terra, ha generato una lore di cui è diventato il punto di riferimento principale.
Una vera e propria narrazione digitale fatta di vari e brevi video posti a comporre un quadro più ampio e spaventoso. Il perdersi in quei luoghi del perturbabile in cui non si è mai stati eppure si ha la sensazione di conoscere, e di cui si sono appropriati produzioni come la A24, la Chernin Entertainment, la Atomic Monster di James Wan e 21 Laps Entertainment di Shawn Levy. Questi ultimi due, Wan e Levy, degli esponenti di un certo tipo di cinema volto al grande intrattenimento, che sia orrorifico (la saga di Saw, Insidious, The Conjuring) o fantastico/fantascientifico (Stranger Things), i quali hanno investito in un movimento culturale che dal web alla sua trasposizione cinematografica ha dovuto perdere alcune delle sue coordinate, generandone delle altre – con un budget comunque contenuto sui 10 milioni.
Svuotare una nicchia
Tra tutte c’è il contenitore di riferimento, che sposta il progetto dallo schermo di un telefono o di un computer su quello più grande della sala. Secondo poi c’è la viscerale intimità che questo indagare nei meandri di internet finiva per impattare nella fruizione degli spettatori che si perdevano realmente nelle backrooms online, non ripulite come quelle proposte ora per il cinema, di cui il film mantiene il perno ideale (il vagare per posti al confine tra la realtà e l’ignoto), ma la cui dimensione irrequieta e inquietante è stata sostituita dalla possibilità di una divulgazione più ampia possibile.
Lo svuotare una nicchia rendendola materiale per il grande pubblico, in cui non c’è niente di male se si pensa alle opportunità che si hanno di poter sfruttare alcuni casi mediali emblematici, ma che al contempo spiace vedere prosciugati della linfa principale che li ha resi unici, riconoscibili e fondamentali ai fini delle nuove narrazioni, in questo caso in merito a un media come internet e le sue leggende.
Il lungometraggio Backrooms di cui Kane Parsons è regista è perciò la versione rivista e rivisitata della sua elaborazione sul web, adattata per poter parlare a un pubblico meno infognato nei misteri delle stanze dell’internet e più interessato a passare una serata dell’orrore in un posto di cui non sa molto - e che, per questo, è possibile che ne rimanga insieme spaventato e affascinato. È la proposta delle backrooms per chi le backrooms sul web non le ha vissute o ne sapeva poco, con persino una sorta di reinterpretazione della lore che Parsons aveva creato attorno al suo portfolio video intorno all’argomento, forse rivedendolo da capo o forse prendendolo da un’altra angolazione, dubbio che rimane aperto vista l’evidente possibilità che la sceneggiatura lascia per poter proseguire con un prossimo sequel ed espandere così il franchise.
Una generalizzazione del mito web che deve incastrarsi al contenitore cinematografico, già col punto di vista rimodulato e che, rispetto ai video su YouTube dove erano solo le camere digitali a venir utilizzate come strumento di ripresa, deve alternarsi con la definizione dell’immagine e quindi con una perdita di suggestione. La quale aumenta quando la storia cerca delle spiegazioni che partono con dei buoni intenti, ma finiscono per perdersi proprio come fanno i personaggi all’interno delle infinte stanze che troveranno adiacenti a un vecchio negozio di arredamento - non troppo lontano dallo shop della catena HobbyTown in cui è stata scattata la prima foto delle backrooms, poi caricata in rete e che ha dato il via alla fenomenologia.
Un'architettura narrativa ben costruita
Intanto c’è da dire che, proprio in scrittura, Parsons fa un passo indietro affidandosi a Will Soodik, che con ingegno abbina il racconto sui luoghi e le percezioni ai mestieri dei personaggi interpretati da Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve. Architetto frustrato lui, psicologa con un passato traumatico lei, i lavori scelti per i protagonisti sono i due più validi per la costruzione di backrooms che stanno a rappresentare planimetrie della mente in cui rimanere incastrati - e che l’uomo scopre con la tecnica del noclip (capacità di attraversare superfici, persino il tessuto della realtà) semplicemente per un puro caso.
Pattern sempre uguali che innalziamo e di cui rimaniamo prigionieri, i quali generano così delle risonanze nelle backrooms del film che diventano luoghi più psichici che appartenenti a un mondo-altro. Un’intuizione intelligente, ma che un po’ priva la leggenda della sua aurea, atterrando in territori più convenzionali rispetto a quanto erano riuscite a smarcarsi fino ad ora queste “stanze sul retro”, sia rispetto a internet da dove nascono, ma anche nelle rivisitazioni di alcuni prodotti audiovisivi che ne hanno preso spunto, come il film Skinamarink o la serie Scissione.
Non una loro banalizzazione, ma sicuramente una maniera di dare delle direttive a posti che in verità le fanno saltare. In cui l’orientamento esiste, ma solamente per essere perso. Una trasposizione che forse anche la dimensione più grande della sala condiziona dando maggiore respiro a qualcosa che, nei pertugi della rete, risulta essere più soffocante e claustrofobico. Un esperimento che vive di eco (nella fattura e anche nella trama del film) che sono arrivati fino al cinema. Ma la cui natura continua ad appartenere a quei luoghi celati, a quei posti che sappiamo di conoscere eppure non riusciamo a descrivere; che non sono accessibili, almeno stavolta, solo andando in sala, ma che per essere raggiunti hanno bisogno nient’altro che del loro inevitabile noclip.