
Matthieu Blazy e Jonathan Anderson sono rivali o qualcos’altro? Due carriere e due menti a confronto
Dopo il grande reset del 2025 due direttori creativi sono emersi come nuovi campioni della moda: Matthieu Blazy e Jonathan Anderson. Stessa età (classe ‘84), stessa lunga esperienza all’interno del sistema, stessa posizione apicale in brand che macinano miliardi di euro in revenue e che, soprattutto, rappresentano il nucleo dell’identità della moda francese: Chanel e Dior. Proprio per questo i due vengono spesso messi a confronto e considerati l’uno la pietra di paragone dell’altro. E data la frequenza dei loro show, quasi sempre concomitanti, oltre che i temi florali e botanici che spesso condividono, molti commentatori online si sono anche divertiti a trovare corrispondenze e punti di contatto tra le loro collezioni.
E se leggere i loro percorsi sotto la specie della rivalità è una tentazione, è forse più interessante capire perché chi racconta la moda ama inventare rivalità tra designer storici, che rimangono poi impresse nella mente pubblica come quella tra Gianni Versace e Giorgio Armani, tra Yves Saint Laurent e Karl Lagerfed o tra John Galliano e Lee McQueen. Ma prima di ragionare su questo, è essenziale confrontare i percorsi sia di Anderson che di Blazy per coglierne affinità e differenze.
Gli esordi
Matthieu Blazy nasce a Parigi nel 1984 da padre francese, esperto d'arte, e madre belga, storica e ricercatrice: un contesto familiare intriso di cultura visiva e materiale che il designer ha più volte citato come radice del proprio approccio quasi antropologico al design. Studia moda a La Cambre, dove nel 2006 presenta una collezione di laurea ispirata all'astronauta francese Claudie Haigneré. In quello show, tra i membri della giuria, c’è Raf Simons, che rimane colpito da Blazy assumendolo seduta stante. Prima di approdare stabilmente da Simons, però, Blazy accumula esperienze come stagista da Balenciaga sotto Nicolas Ghesquière, e da John Galliano.
Jonathan Anderson nasce pure nel 1984, a Magherafelt, nell'Irlanda del Nord, figlio di un ex-rugbista della nazionale irlandese e di un'insegnante di inglese. Il suo arrivo alla moda è meno diretto di quello di Blazy: da giovane si trasferisce negli Stati Uniti per studiare allo Studio Theatre di Washington dove, lavorando dietro le quinte, scopre una passione per i costumi di scena. Tornato in Europa, si iscrive al London College of Fashion, dove si laurea nel 2005. Inizia a lavorare come visual merchandiser da Prada, sotto la guida di Manuela Pavesi, storica collaboratrice di Miuccia Prada. Nel 2008, a soli ventiquattro anni, fonda il proprio brand JW Anderson con una prima collezione maschile che attira subito l'attenzione della critica.
Una lunga carriera
Il percorso di Blazy prosegue nel 2011 con l’ingresso in Maison Martin Margiela, allora diretto da un team di design anonimo. Qui Blazy lavora sulla linea Artisanal e sul prêt-à-porter, sperimentando con i materiali e creando il primo pezzo cult a lui attribuito, ovvero le maschere-gioiello apparse sulla passerella Artisanal dalla FW13 e poi trasformatesi in quelle indossate da Kanye West nel suo Yeezus Tour. Colpita dal suo talento, è stata la giornalista e critica inglese Suzy Menkes a rivelare sulle pagine di Vogue il talento di Blazy al mondo. La seguente tappa di carriera del designer arriva nel 2014, quando Phoebe Philo lo chiama da Céline come senior designer donna, dove rimane per due anni.
Nel 2016, Blazy torna al fianco di Raf Simons, questa volta da Calvin Klein, dove ricopre il ruolo di design director del prêt-à-porter fino al 2019. Non devono essere stati tempi semplici: la linea di Simons è adorata dalla critica, ma costa molto per un brand popolare come Calvin Klein, e viene presto interrotta. Nel frattempo scoppia la pandemia e, proprio nel 2020, Blazy entra da Bottega Veneta come direttore del design del prêt-à-porter, sotto la guida di Daniel Lee, per poi essere promosso a direttore creativo della maison nel novembre 2021, dopo la drammatica e misteriosa uscita di Lee.
Anderson, nel frattempo, vede il suo brand JW Anderson crescere rapidamente. Linea donna nel 2010, prima collaborazione di enorme successo con Topshop nel 2012. Nello stesso periodo, Donatella Versace lo chiama a rilanciare la linea Versus di Versace, ma già nel settembre 2013, LVMH acquisisce una quota di minoranza in JW Anderson e lo nomina direttore creativo di Loewe, brand ai tempi secolare ma poco celebre dove Anderson può reinventare tutto ciò che vuole.
Da quel momento e per gli undici anni successivi, Anderson dirige due brand che corrono come una locomotiva, arrivando a firmare fino a diciotto collezioni l’anno, sei per JW Anderson e dieci per Loewe, e nel frattempo firma un contratto di collaborazione continuativa con Uniqlo che porta il suo nome a ogni livello pensabile del mercato. Qui inizia a emergere la natura multi-dimensionale del lavoro di Anderson, che gestisce il suo lavoro e il suo brand in modo davvero imprenditoriale.
Consacrazioni in differita
@nssmagazine Matthieu Blazy backstage after the Bottega Veneta SS24 show
Blazy debutta nel febbraio 2022 alla guida di Bottega Veneta e sconvolge un po’ tutti con un look di canottiera e jeans che è in realtà interamente fatto di cuoio dipinto: la sua natura di autore si basa sull’innovazione tecnica e su un’attenzione quasi ossessiva al dettaglio artigianale, oltre che a un certo obliquo humor. Sotto la sua direzione creativa nascono it-bag come le Sardine, Andiamo e Kalimero, e sempre con lui il brand inizia a collaborare con artisti e designer del calibro di Gaetano Pesce, Cassina, Flos. Blazy sostiene anche attività culturali della maison, come la riapertura di Butt Magazine e l’iniziativa Bottega for Bottegas. Nel 2024 arrivano i profumi, che motivano un’ulteriore crescita nelle revenue del brand.
Blazy è assurto agli onori della cronaca nei soli tre anni della direzione di Bottega Veneta. Anderson invece è diventato una vera star già molto in là nel suo abbondante decennio da Loewe durante il quale ha ristrutturato completamente il brand, dotandolo della sua it-bag, la Puzzle, e di un’estetica che esplose nel mainstream solo dopo il 2020. Nel frattempo le collezioni di Loewe diventano sempre più concettuali, culminando in una stupefacente sequela di show-hit che inizia con la SS22 e si chiude con la presentazione FW25. No misses. Nel frattempo, il designer inizia a collaborare con Luca Guadagnino come costumista per Challengers e Queer.
A questo punto arrivano le consacrazioni in differita: il 12 dicembre 2024 Chanel comunica la nomina di Matthieu Blazy come nuovo direttore creativo, il primo designer esterno alla maison dai tempi di Karl Lagerfeld. Inizia il suo lavoro effettivo nell’aprile 2025, presenta la sua prima collezione ready-to-wear nell’ottobre 2025 e debutta nell’alta moda il 27 gennaio 2026 al Grand Palais, con un’accoglienza critica molto positiva e un roll-out della prima collezione in negozio che fa letteralmente impazzire i clienti di mezzo mondo. Un fenomeno noto da qualche mese come Blazy-mania.
@nssmagazine Thoughts on Jonathan Anderson’s latest Couture collection? #jonathananderson #couture #hautecouture #dior #tiktokfashion Glory Box - Portishead
Anderson arriva da Dior qualche mese dopo: lascia Loewe il 17 marzo e il 17 aprile viene annunciato l’ingresso da Dior prima come successore di Kim Jones da Dior Homme e in seguito, il 2 giugno, dopo l’uscita di Maria Grazia Chiuri, come primo direttore creativo unico di tutte le linee. A fine giugno arriva il primo show uomo, a settembre il primo donna, a fine gennaio 2026 c’è il debutto nella Couture nello stesso giorno del debutto couture di Blazy da Chanel.
Proprio questa coincidenza crea la narrazione della rivalità tra i designer: entrambi nati nel 1984, entrambi cresciuti nell’orbita di grandi maestri, entrambi chiamati a reinterpretare l’eredità di due delle case più importanti della moda francese nello stesso identico giorno. Entrambi, poi, sono diventati famosi dirigendo brand con un focus sulla pelletteria, e condividono un certo gusto per scarpe bulbose, per dettagli a metà tra il vezzoso e l’umoristico, per la reinterpretazione astratt ed elevazione dei classici del guardaroba.
Similitudini e differenze
There are 3 TYPES of fashion people at the moment: first likes Chanel by Matthieu Blazy, second prefers Dior by Jonathan Anderson and 3rd says they COPY EACH OTHER.
— La Mode Unknown (@LaModeUnknown) July 7, 2026
PS: choose your fighter pic.twitter.com/cEQCoW0fqT
Osservando le carriere di entrambi, è facile trovare affinità. Entrambi, prima di essere nei brand attuali, avevano attraversato importanti gruppi del lusso nella propria formazione, e per entrambi la nomina è arrivata dopo la fine di direzioni creative commercialmente di successo ma che avevano perso mordente creativo: Chanel usciva dal quinquennio di Virginie Viard; Dior dal doppio regno di Maria Grazia Chiuri e Kim Jones, che aveva diviso in due il brand.
Ci sono anche le differenze. Blazy ha costruito la propria carriera all’interno di squadre creative altrui, diventando una sorta di eminenza grigia del design prima di ottenere la prima vera direzione creativa relativamente tardi, a 37 anni. Anderson, invece, è sempre stato più protagonista e impresario di se stesso dividendosi tra lavori in proprio, ruoli per grandi gruppi e collaborazioni dedicate al mercato di massa arrivando a dirigere Loewe a 29 anni. Anche gli ambiti di provenienza sono diversi: Blazy proviene da una formazione classica, scuole specializzate e apprendistati tecnici; il background di Anderson è prima di tutto più eclettico ma soprattutto più sperimentale, il che spiega il suo approccio più narrativo, concettuale e talvolta ironico alla moda.
Infine, sia Blazy che Anderson sono arrivati al vertice dei due brand più leggendari di Francia in un momento di crisi per l’industria del lusso, diventando il simbolo di una generazione di designer chiamata, più che a costruire da zero, a rinnovare il linguaggio storico di un brand senza tradirne le fondamenta, lavorando sull’artigianalità, sulla materia e su un rapporto stretto con l’archivio della maison, più che sulla rottura radicale con il passato.
Perché ci piace vederli come rivali?
La moda è un mondo multiforme e caotico: è arte, è anche pettegolezzo e feroce business. Gran parte del pubblico più creativamente orientato poco sa o vuole delle macchinazioni affaristiche di CEO e consigli di amministrazione, e le stesse riviste tradizionali non si soffermano sui dettagli più meschini del commercio per evitare il disincanto dei lettori. Si fanno dunque generalizzazioni e si raccontano le vicende dei designer tramite cornici ed espedienti narrativi. La rivalità è uno di questi, la forma più elementare di dramma.
E quando di mezzo ci sono Chanel e Dior, sfilate ad alto profilo ogni due mesi, una crisi delle vendite che potrebbe o meno essere superata e due approcci al mestiere che sono sì diversi ma non per questo privi di punti di contatto, dipingere questi i due creativi come avversari di una sfida immaginaria aiuta i giornalisti e il pubblico a creare categorie e storie più facilmente leggibili e interpretabili.
E considerato che la stragrande maggioranza del pubblico segue la moda dagli schermi è ancora più semplice (per non dire invitante) trasformare tutto in una gara a chi fa meglio e chi peggio, in chi vince e chi perde oltre che tifare per questa o quella fazione. Ma la moda è più simile a un mare aperto che a un ippodromo. Tante diverse creature, con forme, funzioni e appetiti diversi ci vivono dentro e alla fine della fiera ciò che conta è fare buoni affari.