
Ma quindi non sappiamo più vestirci? Il problema non è il cattivo gusto

Nell'era della digitalizzazione, dei trend e delle micro-tendenze, siamo ancora sicuri di sapere come ci si veste? Una piccola nicchia di Substack si interroga su cosa significhi davvero avere gusto e, soprattutto, su come costruirsene uno. Inoltre, la giornalista Vanessa Friedman ha provato a rispondere a questo interrogativo nella sua rubrica sul The New York Times, rispondendo alla lettera di una lettrice che scriveva: «Capisco che oggi ci vestiamo tutti in modo più casual, soprattutto dopo la pandemia. [...] Vedo sempre più persone vestite come se stessero andando al supermercato o sbrigando le faccende domestiche, e questo mi rende un po' triste. Stiamo perdendo qualcosa?»
In effetti, qualcosa ce la stiamo perdendo, ma non ha tanto a che fare con l'idea di "mascherarsi" o di vestirsi in modo artificioso per andare a cena fuori. Per riprendere le parole di Friedman, forse è il momento di «ripensare cosa significhi davvero "vestirsi bene": non come definizione imposta dalle convenzioni sociali, ma più come uno stato d'animo».
La battaglia del buon gusto
Su Substack ci sono articoli che spiegano come allenare il proprio gusto o come difenderlo dagli algoritmi e dall'economia dei trend, come se questi ultimi fossero una minaccia da cui fuggire. Dietro questa ossessione si nasconde una paura più profonda: quella che la cultura di massa, il pop e la tecnologia abbiano progressivamente annullato la nostra capacità di scegliere. Come scrive The Guardian, il gusto personale sembra essere stato svilito, se non addirittura sostituito, dal progresso tecnologico. Internet ha modificato radicalmente il modo in cui costruiamo opinioni e convinzioni; oggi ci si chiede se non stia facendo lo stesso anche con le nostre preferenze.
In prima istanza, questa lettura può apparire condivisibile. Basta pensare al ruolo che affidiamo agli assistenti AI nelle decisioni quotidiane, comprese quelle legate agli acquisti. Eppure il quadro è più complesso. Come evidenzia il report Consumers Trust AI to Buy Better di Boston Consulting Group, i consumatori continuano a rivendicare un ruolo attivo nel processo decisionale: utilizzano gli strumenti di AI per orientarsi tra le opzioni e acquisire maggiore sicurezza, senza rinunciare alla responsabilità della scelta finale. Un altro tema ricorrente riguarda quella che viene definita una progressiva atrofizzazione della nostra capacità decisionale, quasi fosse un muscolo destinato a indebolirsi nel momento in cui deleghiamo parte delle nostre scelte agli strumenti di AI. Una prospettiva possibile, ma che dipende soprattutto dall'uso che facciamo di queste tecnologie.
I trend parlano di noi
@oldloserinbrooklyn Part one of my 2026 fashion trend predictions! #fashionjob #trendpredictions #2026trendpredictions #fashiontrends original sound - Mandy Lee
In tutto questo discorso sul gusto, piattaforme come Pinterest, Instagram e TikTok hanno influenzato il nostro modo di percepire l'abbigliamento e il modo in cui scegliamo di vestirci. Se un tempo il processo decisionale si basava soprattutto sul gusto personale, su ciò che ci valorizzava o, più semplicemente, su ciò che era di moda, oggi è mediato da un ecosistema digitale che rende ogni scelta visibile, condivisibile e replicabile. Vestirsi, però, ha sempre significato riconoscersi ed essere riconosciuti. I social non fanno altro che amplificare questa dinamica: sono piattaforme costruite attorno a comunità accomunate da interessi, estetiche e linguaggi condivisi. È in questo contesto che nascono etichette come quiet luxury, normcore, effortless chic o office siren. Più che semplici trend, rappresentano tentativi di dare un nome a sensibilità estetiche diverse, diventando strumenti attraverso cui leggere e interpretare il presente.
Anche le operazioni di marketing contribuiscono a ridefinire il modo in cui percepiamo gli oggetti e, di conseguenza, il modo in cui ci vestiamo. Nel 2026, abbiamo tutti perso un pò della nostra identità, forse come risposta a un'estetica troppo costruita, nella quale vestirsi significava spesso impersonare qualcuno che non eravamo, nel tentativo di appartenere a un mondo sempre più esclusivo. Paradossalmente, è stato proprio il lusso a normalizzare questa trasformazione. La sciatteria diventa effortless, il cattivo gusto, impropriamente, si trasforma in ugly chic e la comodità assume improvvisamente un’identità estetica. Anche il concetto di eleganza sembra essersi appiattito, fino a essere sempre più associato al valore economico degli oggetti.
Ma spendere cifre da capogiro, oggi, significa aderire ai valori e all'immaginario proposti dai brand di lusso, come se fossero l'unica cornice possibile entro cui giustificare le nostre scelte, o le nostre non-scelte. Per anni l'eleganza è stata associata al sacrificio: scarpe scomode, tacchi vertiginosi, silhouette rigide. Oggi, invece, la décolleté si ritrova a competere con la slipper. Una calzatura che fino a poco tempo fa apparteneva esclusivamente alla sfera domestica e oggi può essere considerata appropriata anche per una soirée, purché venga reinterpretata da brand come Gucci, Miu Miu, Prada o Dolce&Gabbana attraverso paillettes, cristalli e lavorazioni preziose. Ancora una volta, non cambia l'oggetto, ma il significato che decidiamo di attribuirgli e, a volte, cadiamo proprio nel tranello economico.
Gli algoritmi non sono nemici
@studiotottie So why do billionaires look like they’re off camping for the weekend? From silicone valley fleeces to quiet luxury brands and the rejection of logos. Their clothing is and has always meant to set them apart from the rest of us, so when we’re wearing logos they wear the exact opposite #quietluxury #billionairestyle #fashionhistory #oldmoney #luxuryfashion original sound - Julia
L'interesse della Silicon Valley per il gusto è significativo di quanto, chi le nuove tecnologie le crea, si stia avvicinando ad un universo complesso e sempre più percepito. Come racconta The Guardian, negli ultimi anni molte aziende tecnologiche hanno iniziato a costruire un'estetica riconoscibile attorno ai propri marchi: Palantir ha lanciato una giacca da lavoro blu, Anthropic ha prodotto cappellini ricamati con la scritta thinking, mentre il merchandising di OpenAI comprende felpe e maglie che emulano lo streetwear. Lo stesso fenomeno riguarda anche i luoghi simbolo della moda. La presenza di Jeff Bezos al Met Gala come honorary chair e quella di Mark Zuckerberg alle sfilate di Prada raccontano un progressivo avvicinamento tra Silicon Valley e industria del lusso.
Un’operazione di marketing che Kyle Chayka definisce taste-washing: un tentativo di rendere più desiderabile un futuro dominato dall'intelligenza artificiale attraverso un'estetica curata e culturalmente riconoscibile. Algoritmi e modelli generativi tendono infatti a riprodurre pattern già esistenti, privilegiando ciò che è riconoscibile e facilmente consumabile. È ciò che Chayka descrive come una continuità rispetto alla logica algoritmica dei social: se prima gli algoritmi spingevano gli utenti a produrre contenuti sempre più simili tra loro, oggi è l'AI stessa a generare direttamente quella stessa uniformità. Eppure gli algoritmi, da soli, non sono il problema. Piuttosto, rendono visibili le nostre abitudini, rafforzano preferenze già esistenti e restituiscono continuamente un'immagine di ciò che scegliamo di guardare. Il punto non è liberarsene, ma evitare di confondere un suggerimento con una scelta e una raccomandazione con un'imposizione.
Una ritualità significativa
@catolicks Books I think you should read to change how you think about the world! This is a must read about taste and culture, I took so many notes and when I recently read this again I had the strong urge to write an essay myself If you’ve read this book, what do you think? #bookrecs #booklover #taste #sontag #creatorsearchinsights autumn - Gede Yudis
Che si tratti di un'occasione speciale o della più ordinaria quotidianità, vestirsi resta un gesto che conserva una propria ritualità. Una ritualità che non può prescindere dal rapporto con l'altro, poiché pensare di poter sviluppare un gusto personale in totale isolamento è tanto inverosimile quanto immaginare di vivere una vita completamente analogica. Vestirsi significa inevitabilmente confrontarsi con le proprie insicurezze: un paio di jeans che non ci valorizza, una scarpa scomoda, una maglietta troppo stretta, un colore che non sentiamo nostro. Ogni mattina, davanti all'armadio, ci misuriamo con una scelta che parla di noi molto prima di parlare agli altri.
Il punto, allora, non è stabilire se ci vestiamo bene o male. Il punto è ricordarsi che vestirsi implica sempre una scelta. Anche decidere di non seguire la moda, di ignorare le tendenze o di vestirsi nel modo più anonimo possibile rappresenta una presa di posizione. Come scrive Susan Sontag nel suo celebre saggio Notes on "Camp"(1964), il gusto attraversa ogni aspetto dell'esperienza umana: «C'è un gusto nelle persone, un gusto visivo, un gusto nelle emozioni [...]. Anche l'intelligenza è, in fondo, una forma di gusto: un gusto per le idee». Più che qualcosa che si possiede, il gusto è una facoltà che esercitiamo continuamente. È ciò che governa ogni risposta libera, e non meccanica, al mondo che ci circonda.
Forse, allora, il problema non è che non sappiamo più vestirci, ma che stiamo progressivamente rinunciando a scegliere per noi stessi. La moda continua a fare ciò che ha sempre fatto: propone immaginari, costruisce desideri e, nel migliore dei casi, vende prodotti. Ma in un momento di profonda crisi del sistema moda, forse abbiamo dimenticato che i vestiti possono ancora significare qualcosa che va oltre il semplice gusto o il valore economico. Una pantofola può indubbiamente sostituire una décolleté durante una serata importante, che sia firmata o meno, ma ciò di cui dovremmo riappropriarci è la responsabilità della scelta. Non una responsabilità morale nei confronti della moda, degli algoritmi o delle tendenze, ma nei confronti di noi stessi. Perché il punto non è decidere se esista ancora il buon gusto, ma capire se siamo ancora disposti ad assumerci il peso, e il privilegio, di scegliere come presentarci al mondo.