Lo sforzo è il nuovo lusso? Sul Frictionmaxxing e perché non dovremmo etichettare trend anticonsumisti
In un nuovo articolo del New Yorker dal titolo Our Longing for Inconvenience (Il nostro desiderio di inconvenienza), l'autore Hanif Abdurraqib osserva uno slancio collettivo e sempre più insistente verso una vita piena di sforzi. Abdurraqib dimostra il fenomeno raccogliendo tutti i micro-trend che fanno parte del movimento anti-tecnologico: evitare le app di dating e cercare il vero amore per strada; scattare fotografie in analogico; ascoltare la musica in vinile o in cassetta. Abdurraqib sostiene che il rilancio di queste attività appartenenti a ere passate non sia altro che la prova di quanto ci manca la scomodità.
Per quanto possiamo etichettare chi gira ascolta la musica con un walkman come uomo-performativo, per quanto possiamo criticare la passione sproporzionata delle nuove generazioni per la nostalgia, questo filo sottile che ci tiene ancora legati al passato è la nostra ultima speranza, se vogliamo preservare la nostra umanità («La convenienza uccide le community», recitava una frase virale su TikTok). Adesso che possiamo usare un unico device per tutto, dal guardare i film all'ordinare la cena, dal trovare un partner a monitorare il nostro stato di salute, che fine fanno le relazioni? I terzi luoghi, le amicizie, il supporto reciproco?
Su internet, c'è già chi ha dato un nome a questo fenomeno: frictionmaxxing - perché nulla di quello che succede nella vita reale resta offline, anche se si tratta di un trend che contrasta il digitale.
Che cos'è il nuovo trend Frictionmaxxing
Il suffisso -maxxing sembra il nuovo modo preferito delle nuove generazioni per etichettare i trend. Se fino a qualche anno fa era -core l'aggiunta più diffusa, utilizzata per differenziare le estetiche e i look che andavano di moda, nel 2026 -maxxing ha invaso ogni sfera culturale, dal beauty maschile (looksmaxxing) a qualsiasi altra cosa (sleepmaxxing, beachmaxxing, jazzmaxxing). Il suffisso arriva dal mondo del gaming e, non a caso, serve a rendere qualsiasi impegno per l'auto-miglioramento - sul piano fisico ma anche mentale, intellettuale, sociale - più simile a un gioco, oltre a rappresentare ormai un meme ultra-diffuso su TikTok e simili.
Frictionmaxxing, in questo senso, è l'arte di inserire il maggior numero di ostacoli nella propria vita, con lo scopo di renderla ricca di esperienze e quindi di occasioni di crescita personale. In uno dei primi articoli che racconta il trend, l'autrice Kathryn Jezer-Morton scrive per The Cut: «Il nostro desiderio di evasione è una delle tendenze più poeticamente problematiche dell’umanità, e ora viene usato contro di noi». La frase, che si riferisce agli investimenti da parte delle più grandi aziende di tecnologia in app e dispositivi capaci di eliminare qualsiasi tipo di problema dalle nostre vite (basti pensare agli occhiali Meta, che rendono possibile scattare una foto senza alzare un dito e solo dicendo «Meta, scatta una foto») riassume al meglio cosa ci spinge ad amare la nostalgia e come il desiderio di vivere in condizioni più difficili, in verità, non è che uno sforzo per rimanere umani.
Allo stesso tempo, l'articolo di Jezer-Morton sottolinea come anche un fenomeno per natura anacronistico come il Frictionmaxxing, nato per contrastare l'avanzamento tecnologico con soluzioni appartenenti a epoche passate come l'utilizzo di dispositivi vintage e media fisici, in verità finisce per nutrire il consumismo e gli stessi giganti del tech che il trend cerca di combattere.
Libertà o perdita di consapevolezza?
Da quando il termine Frictionmaxxing ha cominciato a circolare sui nostri schermi, diversi media e content creator hanno criticato il trend dimostrando come la convenienza che cerca di contrastare in realtà riguarda solo una cerchia ristretta di persone privilegiate (per farla breve, un magazziniere di Amazon non ha bisogno di fare gymmaxxing, perché fa già abbastanza palestra durante la giornata lavorativa).
Dazed ha intervistato lo psicologo Mic Moshel, aka The Cyber Psychologist, che spiega «L'attrito non viene eliminato, ma viene trasferito a valle. La tecnologia sta occupando quella finestra di recupero, senza garantire un recupero effettivo». In altre parole, le "soluzioni" offerte dalla tecnologia (gli occhiali Meta, le app per ordinare a domicilio, gli anelli che monitorano pressione sanguigna e sonno) finiscono per creare altri problemi: ci disconnettono dal nostro corpo, dal nostro stato emotivo, riducono la consapevolezza e arrivano persino a indebolire quello stesso senso di agenzia che dichiarano di voler potenziare. La libertà che promettono, alla fine, non è che isolamento.
Non diamo troppe idee a Jeff Bezos
back in my day frictionmaxxing was just called “living”
— Kristin Merrilees (@kristnmerrilees) March 28, 2026
Per quanto vedere così tante persone scegliere di aggiungere ostacoli e difficoltà alla propria vita in cerca di autenticità sia fonte di ispirazione, l'etichetta che i social hanno dato al trend solleva un'ulteriore problema circa il suo aspetto marketizzabile. Negli ultimi anni abbiamo assistito alla commodificazione di qualsiasi movimento digitale, dai meme ai trend beauty - sappiamo quanto brand e corporazioni adorino sfruttare lo slang giovanile nelle proprie pubblicità, come il bed-rotting, la girl-math, il soft-clubbing e tutti i vari -maxxing - perciò non ci vorrà molto prima che anche il Frictionmaxxing diventi una parola chiave per vendere dumb phone e cuffie col filo.
Forse, il modo migliore per aderire a uno stile di vita autentico è evitare di etichettare qualsiasi cosa. A ben pensarci, l'atto stesso di dare un nome al fenomeno dell'anti-convenienza non fa che codificarlo, rendendolo più digeribile e di conseguenza mercificabile. In questo mondo in cui tutto è a portata di mano, l'atto più radicale è agire senza dare troppe spiegazioni, senza tradurre ogni cosa per il pubblico online. Se proprio volete, chiamiamolo lifemaxxing - che altro non è che vivere.