
Le jazz shoes sono le nuove ballerine? Da Serge Gainsbourg al Celine di Michael Rider
Ogni annata della moda ha le sue it-shoes. Sono le scarpe che attirano di più l’attenzione e che, per alcuni versi, definiscono il periodo e la cultura del momento. In passato ci sono state le Triple S di Balenciaga, i Camion Boots di Out Legacy, le New Balance x Miu Miu, le Samba di adidas x Wales Bonner, le Birkenstock x Dior. Tutti modelli diversi, figli dei propri tempi, che però hanno in comune il fatto di unire a una silhouette classica e riconoscibile un certa dose di freakiness che le rende speciali. Quest’anno, quelle scarpe sono le ballerine stringate in pelle di Celine.
Introdotte nella prima collezione di Michael Rider per il brand, queste scarpe ricordano le classiche Oxford ma in una versione destrutturata: scollatissime, tanto da avere due buchi per i lacci in meno; fatte in una bianca pelle d’agnello duttile ed elastica come un guanto; praticamente prive di suola. Ne esistono di diverse colorazioni e sono già tutte praticamente esaurite, e questo perché hanno in effetti intercettato lo zeitgeist del momento: lussuose ma disimpegnate, bellissime se rovinate (allo showroom di Parigi, qualche settimana fa, le presentavano proprio usurate) e di una snellezza che fa sentire le ali ai piedi.
Il modello è imitatissimo, tanto che già Zara e Massimo Dutti hanno pubblicato sui propri e-shop i primi dupe (quelle “vere” costano ma è un sacrificio che ci sentiremmo pronti ad affrontare) ma in verità le ballerine stringate di Celine sono una reinterpretazione, ancorché brillante, di una scarpa da danza nota come jazz shoe, la cui versione più celebre venne resa immortale da Serge Gainsbourg negli anni ’70: le Zizi di Repetto.
La storia della jazz shoe
@hnns.vncnt the original flat flat shoes. repett after me, I love Michael Rider’s Celine, but I am gonna get the original Repetto ones Also, GAINSBOURG IS GOD.
original sound - Hannes-Vincent Krause
Le "jazz shoes" nacquero negli Stati Uniti tra gli anni '20 e '30 come calzatura tecnica per i balli jazz come il Fox-Trot e il Boogie Woogie ma anche il tip tap. Ai tempi non si ballava in sneaker e le ballerine di raso erano solo per la danza classica, e dunque questi nuovi balli sociali richiedevano scarpe che fossero formali ma consentissero un movimento che le classiche scarpe Oxford (più formali rispetto alle Derby dato l’allaccio chiuso) non permettevano.
Nei primi anni ’10, ai tempi del vaudeville e nei primissimi anni del cinema, il ballerino e poi comico Joe Frisco popolarizzò proprio quei movimenti di danza che nel decennio successivo sarebbero diventati fenomeni in tutto il mondo. Debuttò a Broadway nel 1918 ed era così famoso che viene citato ne Il Grande Gatsby per nomen e negli anni ’30 recitò in decine di film. Si dice che, per danzare, avesse iniziato a utilizzare le storiche ghillies, scarpe tradizionali irlandesi nate proprio per le danze folk, ma con un tacco più basso, che si sarebbero poi diffuse insieme alle danze che lui stesso popolarizzò. Erano nate le jazz shoes.
Se in America, molto più avanti, sarebbero state immortalate nelle coreografie di Bob Fosse, in Francia portarono alla nascita del brand che finì per diventare il più importante produttore storico del modello: Repetto. Fondato a Parigi nel ’47 da Rose Repetto, il brand nacque come atelier di scarpe da ballo per i ballerini del figlio della fondatrice, il coreografo Roland Petit. Per creare, Repetto creò la tecnica del “cousu retourné” (cucito e rivoltato), un metodo di manifattura che rende la suola morbidissima e aderente al piede che rimane ancora oggi la “firma” del brand.
Serge Gainsbourg e le scarpine bianche di Repetto
Negli anni ‘70, sempre Rose Repetto creò una nuova versione delle jazz shoes, che era una francesina bassa, morbida come una ballerina ma più strutturata, quasi maschile. Erano le Zizi, che prendevano il nome da sua nuora, la ballerina Zizi Jeanmaire, moglie di Roland Petit. Jeanmaire, danzatrice e diva del music-hall, era famosa per il suo stile androgino e questa scarpa da ballo più mascolina prese da lei quello stile. Ma il salto dal palco alla cultura pop si deve a Serge Gainsbourg, a cui Jane Birkin ne comprò un paio trovato per caso in un negozio vintage di Saint-Germain-des-Prés.
«Serge cercava dei guanti per i suoi piedi perché detestava camminare», disse una volta Jane Birkin alla rivista Inrockuptibles. E secondo molti lo stesso Gainsbourg scherzava spesso sul suo attaccamento alle scarpe con il gioco di parole «Repetto à perpet’», che significa “Repetto per sempre”. Dagli anni ’70 fino all’anno della sua morte, nel 1991, Gainsbourg ne comprò trenta paia l’anno e rese le scarpe un tratto distintivo della sua “divisa”: camicia sbottonata, jeans, sigaretta e ai piedi sempre le Zizi bianche o nere.
Divennero in breve il simbolo di una moda maschile meno formale, amate dai beatnik, indossate a un certo punto anche da Mick Jagger. Da quel momento la Zizi smette di essere “soltanto” una scarpa da ballo reinterpretata e diventa un simbolo: quello dello chic parigino disinvolto, intellettuale e un po’ dandy, capace di mescolare l’eleganza classica francese con un’informalità quasi ribelle.
Le jazz shoes oggi
Oggi di jazz se ne balla poco e soprattutto non con le costose scarpe che Celine, Jacquemus e anche di Sportsmax e Bottega Veneta. La cosa che è importante però è che questa scarpa si trova all’intersezione perfetta tra il trend delle slim shoes, quello delle soft shoes e quello delle freaky shoes. Un po’ tutti, oggi, come Serge Gainsbourg negli anni ’70, siamo affascinati dal concetto di “guanto per piede” come dimostrato anche da un’altra scarpa nella medesima, triplice intersezione e cioè la FiveFingers di Vibram che fa impressione ma, per l’appunto, rimane impressa.
In realtà, prendendo l’archetipo della Zizi e appiattendolo, Celine ha prodotto la sua scarpa. Le versioni alternative della “soft derby” sono presenti in moltissimi siti ma, nel mondo del lusso, a essere presentate sono dei modelli chiamati “lace-up flats” che sono adiacenti al modello delle jazz shoes ma non sovrapponibili: dalle Hood di Jil Sander, fino alle sneaker in pelle di Dries Van Noten (non “quelle” sneaker, ma un modello alternativo presentato nello show SS26). Il tema rimane sempre quello della formalità ammorbidita, piatta come una pantofola ma sottile come un guanto. L’unica scelta che rimane è quella tra i modelli più autentici e quelli più decostruiti. Ma sappiamo già su quali investiranno gli insider della moda.