
L'anarchica leggerezza della SS27 di Celine Il primo show dedicato al menswear di Michael Rider è stato una bomba
Fashion
29 Giugno 2026
29 Giugno 2026
In una moda popolata da classici riletti ed elevati secondo il medesimo e invariabile metro, e di un’estetica sempre più monocorde e omologata, il fatto che un designer riesca a stabilire un tono e una silhouette propri è un miracolo. È il caso di Michael Rider, che per la SS27 maschile di Celine è riuscito sin dalla prima stagione a imprimere il suo moto nel brand.
La cosa più notevole, qui, è la sua assoluta indipendenza creativa: il Celine di Michael Rider non cita, non omaggia e non “ricorda” il lavoro di altri brand e designer. Una cosa molto importante considerato come tanti show di questa stagione sembrassero imitarsi tra loro, citare altri designer del passato o ancora provare a correre nel solco dello styling di Lotta Volkova da Miu Miu, forse il più imitato di questi anni. Lo stesso Hedi Slimane, che tramite i suoi passivo-aggressivi post d’archivio su Instagram ha bacchettato sia Jonathan Anderson che Junya Watanabe, non pare aver trovato spunti di polemica col suo successore da Celine.
Elasticità e silhouette
A tutta prima, volendo analizzare i singoli capi che abbiamo visto in sfilata, potremmo notare che non sono particolarmente strani in termini di design: abbiamo molti blazer dalle spalle forti, camicie classiche e persino una in stile hawaiano, maglioni con scollo a V ancorché oversize, giacche e gilet di pelle, jeans e pantaloni sartoriali dall’ampiezza varia. Eppure i twin set sono messi di traverso; i colletti delle camicie sbucano disordinati, i pantaloni si aggrovigliano stretti lungo le gambe tirati su fino al polpaccio, o cadono gonfi col loro taglio alla turca, le giacche sono compatte e cortissime, i guanti infilati nello scollo dei cappotti, le scarpine sono striminzite e duttili come ballerine di lucida pelle.
A questo si aggiunge un sottile gioco di proporzioni: grandi spalle e piccoli accessori. Cinture e tracolle di borse, ma anche lacci di perle stretti alla fronte, sono ridotti a piccoli, robusti fili che stringono i grandi capispalla al corpo creando forme esagerate, si dispongono asimmetricamente spargendo inattesi punti luce nell’outfit e creano in generale un senso di tiraggio e flessibilità che anima pezzi altrimenti classici. L'esiguità delle scarpe molto scollate, gli esigui e attillati pantaloni coi loro contorcimenti incongrui, insieme all'ampiezza e struttura di alcuni top estende estende questa tensione di volumi e compattezze all'infinito.
In un caso specifico, in apertura allo show, una mini-stringa di pelle serra un trench ai fianchi, facendolo rigonfiare, e trattenendo sul davanti della vita una pochette rettangolare di pelle. In un altro look, un parka primaverile in stile anni '80 (di quelli con le stringhe in vita e le tasche a soffietto) era reso completamente in leggera seta viola, trattato come se fosse un mantello. Una serie di successivi look, invece, includevano fasce da smoking di raso dai colori vivace che aggiungevano un impensato "strato" all'insieme.
Altrove, cinturine sottilissime, asimmetriche, chiudono e sforzano i top dai colori brillanti, mentre altri fili di perline che vanno dal formato micro a quello maxi, decorano asimmetricamente colletti, fronti, cinte o pendono dai fianchi. È tutto un gioco di fluente e compatto, di rigido e di snodato, di nervoso e di morbido. La presenza di molti tessuti elastici e aderenti, abbinati a maglioni e blazer spioventi, e di drappeggi arrotondati rende l’insieme svelto e movimentato, eccezionalmente vivido.
La forza della giovinezza
Un altro effetto che il Celine di Michael Rider sa produrre è quello di sembrare radicalmente giovane, specialmente rispetto a un ecosistema di brand sia a Parigi che a Milano che, o vestono modelli giovani con abiti preppy più “da adulto” ricavando la propria estetica da questo contrasto; o ricorrono ancora allo sportswear e a scabrosi gimmick. Qui si insiste molto su una certa esilità, vero, ma il senso di freschezza e gioventù viene dalle combinazioni apparentemente caotiche dei colori, dai gioielli stravaganti e da quel senso delle proporzioni molto indebitato tanto al mondo running che al gusto cromatico degli anni ’80.
La sensazione che emerge è quella di una compagine di giovani bohemién, intellettuali ma scapestrati, adorabilmente pretenziosi nel voler vestire a modo loro, irriverenti nel loro non voler essere “classici” ma comunque desiderosi di portare un vento di giocosità nuova nel repertorio tradizionale dell’abbigliamento maschile, in cerca di una linea più svelta, di colori più scoppiettanti, di uno stile più scattante ma soprattutto di uno spirito più allegro e anche malizioso. Lo stesso Rider ha ammesso di prendere ispirazione dai giovani parigini che vede per strada. Un realismo che, attraverso l'elaborazione del brand, si nota e si sente molto.
Senza vampirizzare subculture ormai estinte (con buona pace di chi ancora riesuma ogni stagione il punk o il guardaroba anni ‘70) e senza voler ricalcare le strategie di successo di altri giganti commerciali proponendo dupe di lusso o styling ricopiati, il Celine di Michael Rider parla di un tipo di originalità molto moderno, ricavato non tanto dalla stravaganza del design quanto dalla capacità di combinare, ricombinare e ripensare con un ingegno felicemente spontaneo e gioiosamente infantile.