Si può ancora parlare di sottoculture nel 2026? Secondo alcuni sì, anche se l'evoluzione di Internet e dei social network ha scompigliato le carte in tavola

Da tempo, in ambito accademico e non solo, ci si chiede se – per lo meno in Occidente – i vari movimenti "underground" che si sono affacciati sulla scena artistica, musicale e più in generale culturale abbiano esaurito il loro slancio nel corso degli anni. Tuttavia, una recente ricerca condotta da Dazed Studio, il reparto creativo interno all’omonimo magazine britannico, su oltre tremila persone tra i 16 e i 24 anni indica che la grande maggioranza dei giovani riconosce l’esistenza di almeno una sottocultura e ne percepisce l’influenza nella propria vita quotidiana.

Rispetto al passato – in particolare al periodo precedente alla diffusione di Internet – è diventato più difficile individuare con chiarezza i movimenti underground attivi in ambito culturale. Ciò è dovuto a una trasformazione profonda dei processi attraverso cui queste realtà prendono forma e si diffondono – soprattutto all’interno della dimensione digitale. Per molti anni i social network hanno imposto un’idea di "mainstream" piuttosto chiara e condivisa dai loro utenti, dove i contenuti “di successo” erano semplicemente quelli che circolavano di più – diventando a tratti inevitabili per gli utenti. Le cose sono cambiate con l’esperienza della pandemia, che ha avuto un grande impatto sul rapporto delle persone con il web. L’ascesa di TikTok e del modello che rappresenta, poi, ha fatto il resto.

La dimensione digitale e la crisi delle sottoculture

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L’algoritmo molto potente su cui si basa TikTok privilegia una distribuzione dei contenuti altamente selettiva e personalizzata, facendo sì che ciascun utente fruisca un feed fatto su misura, e diverso da tutti gli altri. Ne deriva un’esperienza frammentata, in cui la circolazione dei contenuti avviene in ecosistemi paralleli e difficilmente sovrapponibili; al di là di alcuni fenomeni di portata eccezionale, risulta quindi complicato su TikTok e su altri social network parlare di un immaginario realmente condiviso. Come osservava alcuni anni fa The Verge, riferendosi alle tendenze emergenti spinte dalla piattaforma cinese, «le più grandi hit di TikTok sono video che probabilmente non avete mai visto».

Nel tempo, inoltre, i principali social network hanno progressivamente ridotto l’accesso ai dati relativi al comportamento degli utenti e alle performance dei contenuti. Questa scelta, combinata con un’esperienza online sempre più personalizzata, ha ampliato lo scarto tra la percezione individuale di ciò che è "mainstream" e la sua reale portata – oggi sempre più difficile da misurare e interpretare. Tale fenomeno può essere ricondotto a molteplici fattori, ma trova una spiegazione soprattutto nella crescente frammentazione dell’ecosistema digitale e nella moltiplicazione dei servizi attraverso cui gli utenti – in particolare le generazioni più giovani – costruiscono e mantengono le proprie relazioni online.

Ciò non implica che, fino agli anni Dieci, l’esperienza del web fosse necessariamente sempre uniforme o condivisa da tutti; esistevano già "bolle" e segmentazioni evidenti. Tuttavia, tali differenze risultavano più facilmente individuabili, così come più chiara era la distinzione tra "mainstream" e "underground". Anche le singole piattaforme presentavano identità relativamente più stabili e riconoscibili rispetto a oggi: Facebook intercettava un pubblico più adulto e generalista, Instagram e Snapchat erano associati a un’utenza più giovane, mentre Twitter (quando ancora si chiamava così) si configurava come uno spazio privilegiato per utenti politicamente e culturalmente coinvolti nell’attualità. Ancora prima, Tumblr aveva raccolto un seguito significativo tra i giovani e le comunità legate alla fotografia, al visual design e a una certa cultura estetica.

Di cosa parliamo quando parliamo di sottoculture, oggi

Storicamente, le sottoculture tendono a emergere quando determinati gruppi sociali si percepiscono esclusi, marginalizzati o insoddisfatti rispetto alla cultura dominante. Da questa frizione nasce la ricerca di spazi – online e offline – per così dire "alternativi", all’interno dei quali costruire forme di riconoscimento e appartenenza condivisa. Il concetto di sottocultura entra formalmente nel lessico accademico all’inizio del Novecento, quando iniziò a essere utilizzato per analizzare comportamenti, attitudini e approcci culturali giudicati "devianti" rispetto alle norme sociali prevalenti. Nel corso del Novecento, molti gruppi e scene culturali si sono sviluppati in relazione al contesto storico e culturale del loro tempo, costruendo identità, estetiche e pratiche spesso in contrasto, o comunque in tensione, con il "mainstream".

Secondo una lettura critica, il digitale avrebbe però progressivamente svuotato le sottoculture, riducendole a mere estetiche visive prive di fondamento. Un’interpretazione opposta, invece, sostiene che la dimensione "underground", per sua natura, non viene mai del tutto a meno. Come fa notare Dazed, infatti, molti giovani continuano a considerare specifiche sottoculture come elementi centrali della propria identità, soprattutto quando queste si intrecciano con il genere, l’orientamento sessuale, l’origine culturale o la condizione sociale.

Oggi, anche se "mainstream" e "underground" spesso si confondono, e loro concetti si sono indeboliti, le sottoculture continuano a prendere forma, pur risultando più difficili da riconoscere rispetto al passato – anche perché il contesto culturale è diventato per l’appunto molto più caotico. Spesso queste sottoculture restano circoscritte a specifiche "bolle" di persone, legate ai certi immaginari, attitudini particolari o a una precisa visione del mondo – anche online: talvolta, comunque, si tratta di nicchie piuttosto nutrite, ma al tempo stesso particolarmente chiuse, e proprio per questo poco visibili e analizzabili dall’esterno.