"Il Diavolo veste Prada 2" è un degno erede del primo film E porta sotto i riflettori il tema della crisi dell’editoria
Ci sono due macro-sezioni in cui suddividere il discorso attorno a Il Diavolo veste Prada 2 dopo la sua visione. Da una parte c’è l’aspettativa attorno al sequel di uno dei film mainstream più conosciuti e amati a livello mondiale, il che comprende l’operazione nostalgia che rischiava di affossare il ricordo dell’opera uscita nel 2006 e la rincorsa ai marchi riconoscibili anche al cinema ormai sempre più popolato da saghe, remake, reboot, eccetera.
Dall’altra invece c’è l’apertura che il film di David Frankel (il quale torna alla regia dopo Il Diavolo veste Prada) ha concesso al pubblico riguardo al mondo non solo della moda, ma dell’editoria con le sue luci e le sempre più pressanti ombre, esattamente come capitava con il capitolo dei primi anni Duemila, per un tema diventato ancora più stringente nel mondo contemporaneo.
Una leggerezza ritrovata?
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Cominciamo perciò a parlare de Il Diavolo veste Prada 2 partendo dall’aspetto più coinvolgente dell’opera: un animo accogliente e soprattutto accessibile che ha permesso al titolo di diventare uno dei film più conosciuti e riconoscibili sulla faccia del pianeta. Il che ha fatto un gran bene alle carriere di due stelle come Meryl Streep e Anne Hathaway, consolidando la prima come icona anche pop oltre che drammatica e spianando ancora di più la strada alla collega, già avviata con film di cassetta come Pretty Princess e titoli d’autore quali I segreti di Brokeback Mountain.
Il Diavolo veste Prada è diventato insieme un classico e un instant cult, un film che ha tutti i crismi per travalicare i tempi del cinema e continuare a conquistare pubblico negli anni a venire e, allo stesso modo, a stagliarsi come fotografia delle produzioni statunitensi dei primi anni 2000 diventandone una sorta di affresco. Il carico che si apprestava a sorreggere il sequel non era indifferente. Ed è con una certa leggerezza che hanno scelto di viverlo il regista Frankel, la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna (anche alla scrittura del primo) e l’intero cast di ritorno nella redazione della rivista Runway. Il che ha fatto un gran bene alla sua realizzazione, meglio di tanti seguiti che spesso falliscono lì dove Il Diavolo veste Prada 2 è riuscito: seguire i passi solcati dal suo predecessore, non adagiarsi sugli allori e inquadrare con piglio attento e critico lo spirito del tempo, sempre rimanendo fedeli ai capisaldi della scrittura per il grande schermo.
Una trama solida e autonoma
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Ad una prima lettura del film è facile notare come il sequel, pur spostando in avanti le lancette del tempo dei suoi personaggi così come accaduto ai fan e agli spettatori, ricalchi la struttura narrativa che apparteneva all’adattamento del romanzo di Lauren Weisberger pubblicato nel 2003. Gli avvenimenti sono diversi, ma i passaggi e le svolte del racconto avvengono negli stessi punti e con modalità affini, ritrovando Miranda Presley a capo della più influente rivista di moda al mondo e la giornalista Andy Sachs, non più costretta a portarle il caffè o appenderle il cappotto, ma comunque in una posizione di sfavore rispetto al (pre)giudizio della sua superiore.
Nel primo film la giovane era un’assistente piena di sogni, nel secondo è diventata una professionista che di speranza ne ha ancora, seppur messa a repentaglio. E una specie di ripetizione avviene anche nell’arco narrativo di Miranda: ha una posizione di potere (sebbene nel sequel attaccata da subito), tutto volge più o meno normalmente (seppur in un momento di crisi per Runway) finché si rischia il tracollo e, alla fine, la donna rimane la figura più importante e con la miglior acconciatura mai vista nel mondo della moda.
Ciò che rende piacevole la visione de Il Diavolo veste Prada 2, e che non fa sentire l’esigenza al pubblico di sottolineare quanto sia immortale il primo film ad ogni fotogramma, è il tono stabilito dalla scrittura ritmata di McKenna, che a sua volta riprende Frankel alla regia e che finisce per risuonare anche nelle interpretazioni frizzanti degli attori principali. Persino l’umorismo è azzeccato, che è ciò che tende ad essere più ostico visto il manto mutabile della comicità, mai uguale a se stessa nello scorrere degli anni.
L’ironia de Il Diavolo veste Prada 2 non viene addomesticata rimanendo fedele alla personalità della sua direttrice Miranda Presley ed ha l’arguzia di non dimenticarsi nemmeno dei tempi in cui arriva, in cui battute su cosa si può o non si può dire non sono una stoccata o meno al cosiddetto “politically correct” bensì una maniera per contestualizzare il mondo in cui noi e la pellicola ci troviamo sia comprendendolo, sia rispettandolo e sia, ogni tanto, scherzandoci su.
Il tema dell'editoria
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Arriviamo quindi alla parte più strettamente attuale de Il Diavolo veste Prada 2 e al modo in cui l’editoria viene messa al centro di un racconto di così larga portata, il quale decide di porre sotto i riflettori una tematica che, solitamente, tende ad interessare solo gli addetti ai lavori. La crisi dei giornali, delle riviste, del lavoro culturale e della scrittura come mestiere retribuito è il motore che butta prima Andy a terra e che la risolleva quando la sorte di Runway andrà ad incrociarsi nuovamente con la sua.
È qui che il film si impegna a farsi portabandiera di un settore agonizzante che, però, è inevitabile che in un’operazione come quella del film finisca per sembrare glamour anche quando la barca sta affondando. Un po’ è per la natura stessa del titolo, un po’ è per adeguarsi ai dogmi della commedia statunitense. Il che non si tratta di attingere dal sogno americano oramai smascherato da anni, ma di cospargere con un po’ di polvere di fata sulle sventure che Miranda e il suo team si ritroveranno ad affrontare.
Tra realtà e finzione
Dove il pericolo di perdere il lavoro non è mai un vero pericolo e in cui la precarietà è solo raccontata e mai mostrata dagli splendidi uffici o le splendide case delle strade newyorkesi del film. Con una piccola parentesi riservata alla ricerca di un appartamento da parte di Andy, e se il denaro che guadagna le permette di affittare la casa che si vede nel film allora fa venire il dubbio che se gli altri giornalisti sono precari è perché ogni singolo centesimo va a finire negli stipendi della redazione di Runway.
In ogni caso da Il Diavolo veste Prada 2 non ci aspettavamo un trattato e una soluzione ad un argomento come il lavoro sottopagato o la chiusura delle testate, ma visto che l’opera tira in ballo la questione è ineludibile vedere come, alla fine, la rigira ovviamente a proprio favore. Giungendo ad una conclusione che, anche in questo caso, ricalca il primo titolo: è il capitale che muove gli ingranaggi di qualsiasi macchina, economica o culturale, e tutto ciò che bisogna fare è capire se si vuole starne al di dentro o al di fuori - sperando che, se ci si trova a bordo, il meccanismo non si guasti.
È tutto riportabile ancora una volta al puntuale, analitico e spiazzante monologo sul maglioncino ceruleo. Perché ceruleo non è solo ceruleo e un film non è la vita vera, ed è per questo che almeno lì ogni cosa può andare secondo i piani e i giornalisti possono avere equi contratti.