
"Disclosure Day" è al cinema per farvi vedere oltre Steven Spielberg e gli alieni si incontrano ancora una volta, invitando a riflettere sulla natura umana
«To believe and be believed». Anche questa volta, come ogni altra volta, Steven Spielberg ci ha detto cosa fare. Anzi, meglio: ci ha mostrato la via. Lo fa da più di cinquant’anni, punta il dito su grandi storie, ce le racconta come se fossero le più incredibili del mondo e noi, inevitabilmente, gli crediamo (ancora: to believe and be believed).
Lo facciamo anche con Disclosure Day, nuova collaborazione con David Koepp (Jurassic Park, giusto per citarne una), con cui Spielberg e lo sceneggiatore si interrogano su quale potrebbe essere il movente per cui il genere umano decida di fermarsi nella sua ridicola propensione a distruggersi l’un l’altro.
Ovviamente per un regista nato e cresciuto nel mito del “ogni cosa è possibile”, in una visione molto statunitense che di fatto si ripresenta anche con Disclosure Day, la risposta non può che essere una sola: alieni. Nel confronto con l’altro, con ciò che è diverso e in questo caso non solo più grande, ma persino oltre noi, l’umanità potrebbe forse ripensare alla propria natura e farci un po’ i conti. Ognuno potrebbe ricordarsi di non essere l’unico avente diritto a camminare sulla Terra, la stessa su cui un ipotetico Dio potrebbe averci messi come sue creature, ma capacissimo di poter amare anche le altre che sono sparse nel resto delle galassie.
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Ammettere la propria piccolezza (non di spirito, anche se le peggiori trovate che gli uomini usano per annientarsi direbbero il contrario) è un primo passo per rientrare in connessione con l’empatia che, seppure all’apparenza innocua, può essere l’arma più potente con cui scuotere ogni nemico. Ma per farlo bisogna prima essere sicuri di essere pronti. Pronti per un evento per cui, forse, non potremmo in realtà esserlo mai. Ed evento è la parola con cui meglio definire l’atterraggio del nuovo titolo sci-fi di Spielberg al cinema, non perché di quelle operazioni che trovano espedienti e escamotage per condurre il pubblico in sala, ma perché la fruizione di Disclosure Day comincia ben prima di metterci piede, tornando indietro fin dall’annuncio, fin dalla preparazione per la sua realizzazione.
La prova arriva dall’inizio del film: entrando a gamba tesa nella storia di un informatico che ha rubato del materiale classificato, Disclosure Day è cominciato già molto prima della sua scena d’apertura. La sequenza che vediamo non ha nulla degli inizi classici di una storia, sembra bensì più una risoluzione dei conti invece che una preparazione al racconto che ci aspetta.
Questo perché la nostra attenzione sull’opera, l’intrigo attorno ad una verità da svelare, il fatto che sappiamo che ci sono dei segreti di cui c’è qualcuno che vuole metterci a conoscenza sono dati e informazioni che si cominciano ad assimilare prima di entrare in sala e che ci si è preparati a scoprire da tutta una vita. Sappiamo che c’è qualcosa che ci attende con Disclosure Day, non sappiamo giusto il cosa.
Disclosure Day rewards its audience for their patience. It taps into our inherent desire to be informed on what's out there while encouraging us to pay close attention to what's here. There are imperfections along the way, but the complete picture is something truly magical. pic.twitter.com/f8WcDjn81f
— Ezra Cubero (@EzraCubero) June 9, 2026
È con questa percezione che il film gioca, che dà per scontato che la nostra attesa è durata abbastanza da non avere bisogno di lunghi preamboli, immettendosi direttamente nella scoperta che cambierà le nostre esistenze e quelle di tutti gli altri. La domanda che resta è solo una: siamo veramente pronti? Dando per certo il momento della rivelazione, Spielberg e Koepp possono interrogarsi non sui fatti in sé, ma spingersi sul ragionare riguardo agli effetti di ciò che sta per essere portato alla luce.
Nella nostra fragilità, cosa può rappresentare la conferma che c’è qualcosa oltre noi? Cosa vuol dire credere, nei termini religiosi e non, quando si cerca di dare un senso all’ordine delle cose e quell’ordine non è stato Dio a dettarlo? O, forse, proprio perché non siamo gli unici nell’universo, significa che qualcuno ci ha amato al punto da non lasciarci soli?
Mentre Disclosure Day ci invita ad aprire gli occhi (con l’occhio che torna come porta d’ingresso dopo il Minority Report del 2002) e si conclude ricordandoci che è necessario saper anche ascoltare, Spielberg ripercorre la propria carriera e il contatto con l’extra-terrestre mantenendo una logica interna ai propri racconti e affrontandolo con la stessa poetica (e con l’immagine dell’alieno) che fa parte del suo inventario. Disclosure Day ha così i momenti di azione de La guerra dei mondi, ha l’entrata in contatto con l’altro di Incontri ravvicinati del terzo tipo e ha anche il lato fanciullesco di E.T., animo imprescindibile nel suo panorama, con tanto di vascello incarnato dal personaggio di Emily Blunt che nel film fa di cognome Fairchild.
Ed è incredibile come ricorderemo Disclosure Day quale il film che meglio inquadrava i nostri tempi e che ci ha dato una soluzione per poter spegnere le fiamme in cui è preda il mondo, ma che è comunque improbabile che seguiremo. Proprio nel 2026 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto rilasciare dal Pentagono una serie di file rimasti classificati dal 1947 su sospette presenze anomale, misteri spesso risolti con segnalazioni che finivano per rivelarsi essere palloni, droni, satelliti o attività ordinarie.
Invece di utilizzare “l’alieno” come figura conciliante, Aliens diventa il nome del sito collegato alla Casa Bianca che i cittadini possono utilizzare per rimanere informati sulle operazioni dell’ICE contro l’immigrazione, diventandone persino parte attiva. In questo Spielberg è Spielberg al cento per cento. E per questo apprezzare Disclosure Day diventa una scelta radicale.
Al collasso morale della nostra società il regista risponde nella maniera più fantasmatica possibile, più speranzosa. Al dubbio sulla nostra abilità di accettare e reagire con coscienza a notizie più vaste di noi, l’opera e il suo autore rispondono positivamente. Ed è a questo che vogliamo credere, forse addirittura più che agli alieni stessi: alla nostra capacità di tornare e restare umani. «To believe and be believed».










































